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Il Natale secondo Giovanni 


scritto da MARIO GIUSEPPE PROSPERONI il 03-01-2011 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
La messa più intima, dove il Natale si sente tutto, ed è la più pervasa da una atmosfera di pace, palpitante di sentimenti, di ricordi, di speranze, straripante preghiera, è quella che si svolge nella piccola cappella di un ospedale, in un ambiente, cioè, dove la sofferenza e la pazienza, che è il saper soffrire, si esprimono al massimo dell'intensità.
I malati in ospedale sono in genere pochi, quelli più gravi che non possono essere dimessi, che necessitano di cure e di osservazione costanti, che lottano per la loro stessa vita, non importa se giovani, anziani o vecchi, tutti assistiti dalle persone più intime che avvertono la festa solo perchè possono stare vicino al proprio genitore, al proprio coniuge, ad un figlio, a chi è, comunque, molto, molto caro.
Girare per le corsie la notte di Natale, è come camminare con passi felpati sul muschio di un presepe, tale è il silenzio che vi domina, interrotto da un respiro stertoroso, da un colpo di tosse, da un lamento, se non da qualche invocazione e dal gorgoglio dell'ossigeno delle bottiglie che lo umidificano.
I letti nelle corsie, che spiccano per il loro biancore nella penombra delle fioche luci notturne, di tanto in tanto mostrano la presenza di un malato sul cui cuscino o sul bordo del letto si appoggia un'altra testa che egli magari accarezza.
Dal cortile, su cui si affacciano le quattro ali dell'ospedale piene di finestre a vetri chiuse, parecchie buie, poche soltanto tenuamente illuminate, si diffonde la musica di un disco che il cappellano ha acceso e che suona le care nenie natalizie.
Al centro di un muro troneggia una grande stella cometa illuminata, di rosso la stella, di colori argentati la coda, ad intermittenza, per non turbare più di tanto il buio della notte.
Il "Santo Natal..." arriva alle orecchie di tutti, anche nelle medicherie dove due infermieri, pronti ad accorrere ad ogni richiamo, si lasciano immergere dalle note dei canti corali, assorti nella preparazione delle loro incombenze terapeutiche, ma senza disdegnare il risveglio dei ricordi più dolci della loro infanzia e della vita.
E' carica di mistero la notte di Natale in ospedale perchè insieme all'assopimento che vi domina, si sentono palpitare i cuori, si odono le implorazioni, si avvertono vivide le speranze del ritorno delle forze per andare a casa, sì, vicino al proprio focolare ed intorno all'abituale tavolo, dove tutti ci si raccoglie, specie in occasione di una festività così carezzevole.
Durante gli anni della mia vita di medico ospedaliero, non ho mai cercato di allontanarmi dall'ospedale durante il Natale, anzi mi è talvolta capitato di sostituire quei colleghi che, pur di turno quel giorno, desideravano trascorrerlo nella quiete familiare.
La mia pace, invece, riuscivo a trovarla nell'ambito ospedaliero dove tutto mi appagava, soprattutto di stare vicino al malato, senza la solita e talora snervante routine per ottenere l'esecuzione di un esame, o per soddisfare le esigenze degli utenti ricoverati o di quelli ambulatoriali abbisognevoli di consulenze.
La visita stessa nei reparti assumeva un aspetto più intimo e le augurali strette di mano con i pazienti avvenivano più prolungate e forti, come a voler esprimere una più profonda comunione.
Anche quella notte ero di guardia e, a mezzanotte, mi recai a Messa nella cappellina.
Un piccolo presepe era allestito sullo scalino sotto l'altare e una piccola lucetta indicava la misera capannella dove Gesù Bambino non era ancora arrivato, mentre una culla, coperta da un candido drappo, era presente a lato del sacerdote.
Al "Gloria", recitato anche da noi pochi presenti, il cappellano scopre la culla e mostra il Bambinello, nudo, a braccia aperte, poi s'inchina per deporlo nella capannuccia, tra Giuseppe e Maria, tra il bue e l'asinello, mentre più sentite si fanno le note della musica che, insieme alle parole della Messa inviate dallo stesso altoparlante, arrivano alle attente orecchie di chi è presente in ospedale e partecipa, con noi, alla cerimonia di un Bambino che nasce proclamando la pace in terra per tutti gli uomini di buona volontà.
Poi la visita nei reparti, in punta di piedi, soltanto per sincerarsi che i malati fossero tranquilli e per non farli sentire soli neppure durante quella magica notte.
Mi avvicinai al letto di Giovanni, un malato di cancro in fase avanzata, al suo terzo ricovero dopo un'operazione all'intestino due anni prima.
Era un grande brav'uomo, sessantacinquenne che, nella vita lavorativa, si era dedicato alla campagna, amato così tanto dai suoi familiari che lo tenevano in mezzo all'ovatta.
Lo conoscevo da molti anni e capitò proprio a me di indicargli quegli esami che portarono alla diagnosi e poi all'intervento per cancro.
Dall'operazione si era ripreso abbastanza presto. Dopo un mese era già di nuovo in campagna, non certo per lavorare, che le forze ancora non c'erano; ma per vedere i suoi campi, i suoi alberi, la vigna che gli dava il vino più buono e genuino che ci fosse, il suo orgoglio.
Giovanni non aveva avuto la sfortuna che alcuni hanno con certi tumori dell'intestino che fanno la spia sulla gravità del male e compromettono gli equilibri più saldi. La canalizzazione era stata possibile per cui doveva restare solo il brutto ricordo di un'avventura ospedaliera e chirurgica che, piano, piano era destinata ad essere relegata in un angolino della mente.
Dopo le cautele dei primi tempi, l'uomo tornò al suo lavoro con sempre maggiore vivacità. Aveva ricominciato a mangiare e, soprattutto, a bere quel buon vino che produceva con le sue stesse mani. Che avvenimento era quando apriva la botte con il vino nuovo che, però, beveva con moderazione provando più piacere ad offrirlo agli amici per scoprire l'effetto che ad essi faceva il colore, la forza, il gusto che gli dava!
"Per carità, dottore", mi avevano avvertito i familiari, moglie e figli, "che il babbo non sappia niente del male che ha!".
Di tanto in tanto capitava nel mio studio: "Come va, Giovanni ?", gli domandavo. E lui mi rispondeva sempre con un sorriso e quasi mai si lamentava. Egli accettava le mie cure e le attenzioni dei parenti con rassegnazione e con gratitudine; ma la visita si concludeva sempre con una sua espressione seria e malinconica: "Mah! Speriamo in bene!".
Quando pronunciava queste scarne parole accompagnate da un lento scrollare della testa, mi afferrava il dubbio che egli sapesse di essere stato operato di quel male che tutti temiamo e che è gravido di sorprese perchè le speranze di salvezza nessuno ancora è in grado di garantirle, e, forse, neppure di predirle. Deve passare del tempo per avere una risposta sull'esito delle cure e questo è spesso lento, tanto lento; non passa mai un anno, due anni...e poi chissà?
Per Giovanni il tempo non fu molto lungo perchè, dopo essersi un pò ripreso, cominciò a notare che le forze, invece di aumentare, diminuivano, che la pancia duoleva, che il colorito della sua pelle, anche se bruciata dal sole, non era quello solito.
Lo ricoverai per fare degli accertamenti, mentre il "complotto" dei famigliari si accentuava nel negargli la verità sul suo male e, quando le cose non andavano bene, era un fiorire di bugie, di inviti alla tranquillità, alla speranza.
Si preparavano momenti drammatici.
Giovanni uscì dall'ospedale, ma dovette ritornarci dopo pochi giorni.
Quella sera di Natale egli mi sembrò più affannato del solito; ma mi sorrise e mi chiese di avvicinarmi a lui. La moglie mi fece posto ed io mi accostai al suo guanciale. Mi fece gesto di appressarmi di più, ciò che feci e, piano, Giovanni mi disse: "Dottore, io lo so di morire di cancro; anzi l'ho sempre saputo. Non ho voluto che i miei cari lo capissero per non farli soffrire e dargli l'impressione che il loro "complotto" era riuscito. Grazie di tutto, dottore. Non glielo dica che io so di avere questo brutto male. La prego, li lasci nell'idea che io non mi sono accorto di niente, così sarà più facile per loro consolarsi quando muoio".
Giovanni fece poi il solito sospiro e mormorò: " Mah! Speriamo in bene!".
Non ebbi il coraggio di dirgli che non era vero che moriva di tumore. D'altro canto anche altre volte, quando ognuno si adoperava per fargli capire che tutto andava per il meglio, io tacevo per non compromettermi troppo sia nel dire, sia nel non dire, per mantenermi neutrale rispetto ad una verità dura a pronunciarsi, ma anche ingiusta a non dirsi, perchè un uomo dovrebbe essere consapevole del suo destino, drammatico che sia.
Ed ora Giovanni mi rendeva partecipe che ciò che sospettavo, cioè che lui era a conoscenza del suo male incurabile, era vero e, ciò nonostante, anch'io, in quel momento, non confermai, nè lo negai.
Le nostre mani si strinsero con forza mentre dalla mia bocca uscivano queste parole: "Suvvia! Giovanni, proprio per Natale si devono fare questi discorsi?".
Mi guardò, accennò un sorriso e mi disse: "Il Natale è la più bella festa qui da noi. Pensi un pò, dottore, che festa ci dev'essere in paradiso! Lo sa che lì ci sono mio padre e mia madre?". Sospirò, girò un po’ la testa, poi soggiunse: "Sono tanti, tanti anni che non passo il Natale con loro...".
Mi alzai e ci guardammo, anzi, no, ci infilammo gli occhi l'uno nell'altro, con fermezza, come una sfida, anche se tanta era la voglia di piangere.
Al mattino feci la visita e, quando arrivai al letto di Giovanni, lo vidi rifatto, candido. Mi fermai davanti ed afferrai la spalliera verniciata di bianco, un pò scrostata dal tempo, fredda.
La strinsi con forza e mormorai un saluto pensando al Natale di Giovanni in paradiso a far festa con i suoi genitori, mentre dal cortile dell'ospedale il disco del cappellano seguitava a spandere le note del "Santo Natal...".
 



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