Passalapenna.it   Condividi su Facebook  Seguici via email  Entra Entra
leggi le citazioni precedenti
Sono una piccola matita nelle mani di Dio. (Madre Teresa di Calcutta)
leggi le citazioni successive
Home | Leggi i Racconti senza testimone | Dettaglio Racconto

"Clistere!" ... "Sorpresa!" 


scritto da MARIO GIUSEPPE PROSPERONI il 16-03-2010 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Non è tra i peggiori ospedali quello in cui mi ricoverai per accertamenti, anzi. Tuttavia, anche qui, più che un uomo, venni calcolato come un numero o, meglio, come una pratica da trattare e da evadere.
Dopo aver telefonato per avere conferma del posto letto, mi precipitai a divorare chilometri per arrivare presto in ospedale avendo in mente le parole dell'infermiera: "Però si sbrighi perchè c'è una gran fila".
E in effetti, all'accettazione, una massa di gente c'era; ma non era tutta destinata al reparto che dovevo raggiungere.
"Scusi, dovrei ricoverarmi presso il reparto.... dove dovrebbe esserci un posto libero destinato a me. Che devo fare?", chiesi ad un signore con baffetti, camice bianco, dietro ad un box, alle prese con un pò di fogli di carta, immerso in chi sa quali improbabili pensieri. Infatti, sempre sommessamente per non urtarlo, tre volte dovetti ripetere la domanda per ottenere questa risposta: "Scriva il foglio e me lo dia".
"Quale? Dove sta?", replicai, timoroso. L'uomo con i baffetti alzò la testa, mi guardò e con un sorriso beffardo, con aria commiserevole disse: "Lì!", senza fare un cenno con la testa o con gli occhi per suggerirmi una direzione qualsiasi.
Mi guardai intorno e, tra la gente, notai un cartello con la scritta "Non sedersi sul tavolo" e, quindi capii dove stavano i fogli. Scrissi il mio e lo consegnai a quell'uomo che, senza alzare lo sguardo, lo prese e lo infilò sotto altri fogli.
Era iniziato l'iter burocratico ed erano neanche le 9 del mattino.
Quando chiesi: "Scusi, ora posso andare in reparto?", mi sentii ridere addosso ed esclamare: "Ma che è matto? Aspetti il suo turno e, quando arriva il pulmino, ce lo porterà".
Non mi sedetti sperando che l'evento si sarebbe verificato dopo poco; invece le ore passavano ed il mio nome non veniva mai chiamato da quell'altro omino in pantaloni e casacca cinerea che, senza prendersela troppo, andava e veniva alla guida di un pulmino dove caricava al massimo 3 - 4 pazienti per volta.
Intanto avevo scoperto che i fogli raccolti da quel signore con i baffetti venivano trasmessi in un ufficio nel quale scrivevano le cartelle cliniche che poi consegnavano a quello del pulmino che, a sua volta, molto calmo, chiamava i singoli pazienti per condurli dov'erano destinati.
Dopo altre due ore d'attesa andai allo sportello per chiedere notizie di me e scoprii che il mio foglio ancora non c'era. "Adesso verifichiamo", mi dichiarò una signora, anche un pò impaziente per via della telefonata che stava facendo con qualcuno cui diceva "caro".
Dopo una mezz'oretta, finalmente l'altoparlante pronunciò il mio nome. Sospirai di sollievo, diedi i miei numeri, quelli del codice fiscale e regionale, presi la mia valigia e dissi a mia moglie che stava con me e mi invitava a stare tranquillo: "Vai, cara, precedimi che tra poco arrivo. Però, ora che è tutto a posto, se vuoi tornare a casa, parti pure, è tardi".
Invece trascorsero altre due ore prima di salire su quel pulmino un pò sgangherato; ma ormai mi ero imposto di sopportare tutto e la mia istintiva ribellione subiva il freno che mi ero determinato.
Perciò non recriminai quando l'omino in casacca, dopo avermi fatto salire insieme ad altri due pazienti, indugiò a scherzare con gli amici prima di salire alla guida e partire.
Mia moglie stava aspettandomi da due ore e, appena la vidi, le chiesi: "Dove sta la macchina? Ripartiamo subito che io qui non ci resto un minuto di più".
Invece mi ricoverai, ma nulla quel giorno mi venne fatto, salvo l'assegnazione del letto, l'obbligo di mettermi in pigiama e pantofole e la consegna di un cartoncino con sopra sritto: "Digiuno", però per il mattino dopo.
Così un giorno intero di degenza era passato e "pantalone" l'aveva pagato.
In pratica tanti soldi spesi e tanto tempo sprecato per la burocrazia, per un pranzo ed una cena, tante centinaia di mila lire spese quante ne bastano per una settimana bianca di lusso perchè, un giorno di degenza in ospedale, sembra che costi dalla sette alle ottocentomila lire, dove più, dove meno.
Il mio destino, in quella cameretta pulita ed accogliente, era condiviso da un giovane che doveva essere operato il giorno dopo, poi slittato di altri tre giorni per l'indisponibilità della sala operatoria adoperata a turno con altri chirurghi.
Comunque mi accorsi subito che la regina incontrastata della vita ospedaliera era la noia. Ore, ore, interminabili, intere ore di attesa senza sapere nulla di te, i programmi che ti riguardavano, i tempi degli esami, nulla e, quando ti rivolgevi a qualcuno, ti sentivi rispondere: "Non so. Domandi alla caposala". E questa, a sua volta: "Io non sono autorizzata a dare notizie. Lo chieda al medico".
Trovare il medico non era facile al di fuori di certi orari e di certe urgenze; ma quando potetti parlare con uno di essi, un giovincello con la fronte corrugata, tanto freddo quanto superbo, mi sentii rispondere: "Ma che pretende! Si metta a letto e aspetti quando gli tocca. Qui ci sono più di 300 pazienti. E' lei che deve stare ai nostri ordini e non noi alla sue esigenze. Aspetti e basta!". Come a dire che non mi spettava di sapere neppure approssimativamente ciò che dovevo fare, nè quando, nè come. Zitto a letto, e basta! E' mortificante, no? Pazienza vuol dire sofferenza e il paziente è colui che soffre non solo nel corpo, ma anche nello spirito perchè sente intorno a sè l'esasperazione della professionalità quando, invece, un sorriso, una parola gentile, giovano assai di più di molte e spesso inutili cure, anche quando queste servono per fare scena, come tante fleboclisi di acqua e sale ed acqua e zucchero.
Certo ci restai male quando mi sentii dire che un esame programmato per quel giorno era stato rinviato di altri tre. Ma ancora di più restai sconvolto quando un mattino mi sentii ordinare: "Si alzi, lei è trasferito. Il letto lo rifaremo più tardi".
"Scusi, perchè devo essere trasferito?", chiesi nel dubbio di non essermi svegliato abbastanza.
"E che ne so? Questi sono gli ordini. Lei è trasferito", ribadì l'infermiera frettolosa.
"Ma perchè?", insistetti, "e dove?".
"A medicina. Lei è malato di cuore, no? E il reparto chirurgico non è il suo".
Io malato di cuore? E da quando? Adesso, però, cominciavo a crederlo perchè il cuore me lo stavo sentendo in gola, che quasi scappava dalla bocca. E poi poteva essere possibile perchè ieri avevo fatto un elettrocardiogramma. Chissà che ne è uscito fuori?. Vuoi vedere che mi sono ricoverato per una cosa e ora ne scappa fuori un'altra? Mi feci coraggio e dissi: "Ma non potrebbe esserci uno sbaglio? Le dispiacerebbe verificare un momentino?". "Io non sbaglio. Lei non è il 405?", mi chiese l'infermiera, stavolta un pò titubante per la mia insistenza.
Guardai a capoletto per verificare: "Sì, sono proprio questo numero. Però provi lo stesso a controllare", la pregai.
Devo averle fatto un pò di pena perchè la ragazza uscì e ritornò mogia, mormorando: "Ci dev'essere stata un pò di confusione con le colleghe dell'altro turno", ammise.
Mi sentii liberato da un peso e provai dentro di me rabbia e gioia, la prima per l'angoscia che avevo provato, la seconda perchè non ero più malato di cuore.
La sera, erano circa le 10, si presentò in camera un'altra infermiera con due buste di plastica d'acqua ed un groviglio di tubi in mano che, con aria allegra, esclama: "Clistere!". Al che io, di rimando, con lo stesso tono di voce risposi, credendo ad uno scherzo: "Sorpresa!", subito, preoccupato, aggiungendo: "Per chi?". "Per tutti e due, ma prima per lei", rispose non tanto con la bocca quanto con gli occhi sadici. "Eh, no! Io clisteri non ne debbo fare. Sono già vuoto per tutti i digiuni fatti e i lassativi che ho preso, e ora pure il clistere?. No, questo proprio no. Vada a controllare se devo essere clisterato e poi ne riparliamo", affermai deciso e sconvolto al solo pensiero di ciò che stava per capitarmi.
La ragazza andò via indispettita e, dopo poco, ritornò con una sola sacca d'acqua, si avvicinò al ragazzo, lo invitò a mettersi in posizione, in ginocchio e con i gomiti sul letto, la testa in basso, dopo avergli piegato sotto un lenzuolino di plastica, dopodichè manovrò sapientemente la cannula tenendo la sacca in alto finchè non si svuotò, mentre gli diceva con voce suadente: "Su, caro, fai un bel respiro, su, bravo, respira profondo, così...". Ed anche lei respirava, così, come il ragazzo.
Io me ne uscii dalla camera anche per non far sentire a disagio quel giovane che doveva operarsi l'indomani.
Già, l'indomani, il giorno anche dei miei esami più importanti.
Scesi in ambulatorio di buon mattino, in un corridoio largo due metri dove si affacciavano numerose porte a vetro dall'una e dall'altra parte e, tra queste, c'erano un pò di poltroncine di plastica rossa collegate tra loro, occupate da poche persone, mentre tante altre restavano appoggiate al muro in piedi o passeggiavano tra gli spazi vuoti di gente facendo una specie di slalom l'un l'altro.
Tutti avevano da dire qualcosa, sempre negativa nei confronti del luogo, dei medici che ritardavano, degli infermieri scortesi, di chi entrava nelle stanze da visita senza numero. Io raccoglievo e registravo nella mia mente tutto quello che si diceva, soprattutto la rabbia repressa accompagnata, però, da tanta pazienza e, poi, dal senso di liberazione di ognuno quando, una volta ricevuta la prestazione, se ne andava e salutava quelli che ancora attendevano il loro turno e con cui aveva fraternizzato e si era sfogato raccontando i suoi mali e le sue esperienze.
Passeggiai per oltre tre ore in quello stretto e affollato ambiente, in pigiama e pantofole, uno qualunque in paziente attesa di fare un esame, con un avvilimento e una mortificazione che andavano sempre più aumentando, specie quando notavo che qualcuno entrava senza appuntamento, di certo qualche amico, e pure corteggiato, talora ossequiato. Mi giudicai un masochista perchè stavo usando tanta pazienza in genere a me sconosciuta; ma presto sentii che ad essa stava subentrando l'impazienza, l'intolleranza, la ribellione, mentre un improvviso raptus di pianto mi stava afferrando per la gola, che però riuscii a controllare perchè ero stato proprio io a scegliere di vivere fino in fondo, come tutti, la mia e l'altrui esperienza ospedaliera.
Finalmente si riaprì la porta e venne pronunciato il mio nome, ciò che mi fece sobbalzare perchè non me l'aspettavo, rassegnato com'ero al mio destino di paziente, tanto numerato quanto spersonalizzato, e poi con il dubbio che, stante l'ora tarda, qualcuno avrebbe trovato la scusa per rinviarmi a chissà quando e, quindi, a ripetere digiuni e lassativi e, perchè stavolta no?, anche a praticare l'odiato clistere.
La ragazza che mi aveva chiamato mi squadrò, mi fece un bel sorriso e mi disse: "Lo sa che ha un nome simpatico che le si adatta bene?". Anch'io risposi a quel raggio di sole, e ciò bastò per farmi dimenticare d'incanto i pensieracci che avevo rimuginato fino ad allora perchè, finalmente, quando mi ero rassegnato alla nullità, qualcuno mi aveva di nuovo richiamato alla mia umanità. Seppi poi che quell'infermiera si chiamava Tata, veramente un essere umano e dolce.
Io lo sapevo, ma questo semplice episodio mi convinse ancor più quanto fosse importante per ogni paziente una parola buona, un sorriso e come fosse opportuno che per capire le pene, le speranze, le delusioni, e talora le umiliazioni dei ricoverati, ogni operatore sanitario vivesse dal vivo la vita ospedaliera, non quella ufficiale della visita del primario con tutto il codazzo intorno quando tutto appare ordinato e regolare; ma quella vera, che quasi ti porta al pianto quando ti vedi annullato nella personalità e ti rendi conto di essere un numero. Egli allora comprenderebbe la disponibilità dei malati alla fraternizzazione, ciò che li delude,.ciò che li incoraggia e, soprattutto cos'è la noia, che cosa significa attendere ore ed ore che qualcun altro decida per te, intimidito ed intimorito di una sentenza che possa toglierti di mezzo nel pieno della lotta per la vita.
L'esperienza di vivere la vita ospedaliera dal di dentro, come l'ho vissuta, non è stata negativa perchè vi ho trovato la professionalità, ma anche un distacco umano dal paziente che poteva essere sanato con un semplice sorriso, o una parola gentile al momento giusto.
Oggi è rimasto in me un proposito: quando farò lezione alla scuola per preparare gli infermieri di domani, gli dirò che la conoscenza dei problemi medici e terapeutici è fondamentale per l'assistenza ai pazienti; ma la loro professionalità sarà completa se riusciranno a mantenere stampato sulle loro labbra un sorriso ed avranno sempre una buona parola per tutti quelli che avvicineranno.
Ai medici, invece, specie ai più giovani, potrei raccomandare di mettersi un pigiama ed un paio di pantofole e soggiornare un pò in un ospedale dove nessuno li conosce.
 



Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.





© 2008 Passalapenna! - A cura di Emilio Domenicucci Contatti | Webmaster