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L'appendice galeotta 


scritto da MARIO GIUSEPPE PROSPERONI il 08-01-2010 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Per un giovane medico, da poco laureato, non era facile trovare un posto di lavoro.
Prima della riforma sanitaria e del passaggio delle competenze alle unità sanitarie locali, i medici condotti avevano l'obbligo di una presenza continua sul loro territorio per cui, ogniqualvolta avevano bisogno di assentarsi, dovevano cercarsi un sostituto ed allora, per un giovane medico, si presentava la possibilità di guadagnare qualche soldino per sentirsi autonomo e svincolarsi dalle tasche dei propri genitori.
Il sacrificio del medico di prima linea era grosso, ma, nel risvolto della medaglia, c'erano l'effige del prestigio, dell'amicizia e della stima che legavano il medico al paziente in un rapporto strettamente familiare, e non di sapore burocratico qual è oggi nell'ambito del nuovo sistema assistenziale.
Purtroppo, col tempo, è andata vieppiù abolendosi la figura del medico di famiglia, poi vanificata con la soppressione del medico condotto e l'istituzione, al suo posto, di un'altra figura di medico, con un numero di assistiti predeterminato e svincolato dal prestare servizio notturno e festivo, con la conseguenza che i medici prescelti e quelli di turno, ognuno per la sua parte, si sentono disamorati e deresponsabilizzati, mentre i pazienti avvertono un senso di disagio e di abbandono che fa loro sottostimare il servizio sanitario pubblico e li spinge alla ricerca di qualcuno che sia in grado di badare alla loro salute, pagandolo.
Quando andai a sostituire il medico condotto di uno dei paesi del viterbese fra i più noti, sia per il numero di abitanti, sia per la storia etrusca che lo impregnava, provai un senso di smarrimento. Era la prima volta che andavo in condotta e sapevo di dover servire non meno di 2.500 abitanti, coltivatori diretti, operai, commercianti, impiegati, con diverse esigenze culturali e mutualistiche, con un coacervo di diversi modulari, per l'amministrazione.
Ero laureato da 3 anni ed ancora frequentavo la scuola di specializzazione in ostetricia e ginecologia. La mia vita professionale si era sempre svolta in clinica o negli ospedali per cui avevo esperienza ospedaliera, con tutte le comodità e con non molte responsabilità, per la gerarchia.
Della vita in condotta sapevo poco, ma, ciò che mi preoccupava di più, era il fatto di dover essere solo e con pochi mezzi a disposizione per fare diagnosi, se non quelle legate alla mia preparazione professionale.
Fu in un tardo pomeriggio di marzo quando andai in condotta, carico di libri ed emozionato.
Faceva molto freddo e, quando mi vidi accompagnare in una stanza del vecchio ospedale senza un vetro alla finestra e senza riscaldamento, provai un certo disagio.
"Questa è la sua stanza, dottore", mi disse una vecchia suora.
"Fa freddo, manca un vetro alla finestra", le risposi, poi aggiunsi: "Il letto pare bene imbottito di coperte e le lenzuola sono certo di bucato. Ma come si fa a resistere senza riscaldamento durante nottate come questa?".
"Per il riscaldamento potrò rimediare un bel braciere: Per il vetro stasera dovrà accontentarsi di tappare la finestra con qualche cosa e chiudere lo scuro. Domani si provvederà meglio", mi rispose la suora, un pò mortificata per la situazione.
"E per mangiare, come funziona?", le chiesi.
"Noi non abbiamo nulla. Lei dovrà andare in trattoria e mettersi d'accordo per i pasti", replicò.
Bella prospettiva per la serata. Dove andavo se non conoscevo nè il paese, nè il ristorante? Pazienza per la cena, ma, per il freddo, accettai il braciere anche in barba all'ossido di carbonio e, se c'era, avrei gradito anche una borsa calda per riscaldarmi i piedi nel letto, poi mi industriai per tappare la finestra con dei giornali assicurandoli con lo scuro.
Mi sedetti davanti alla scrivania e cominciai ad esaminare i moduli specialistici, alla fine mi buttai a leggere i testi di patologia e di terapia che mi ero portati appresso nel dubbio di essermi dimenticato tutto e di non essere in grado di affrontare la situazione.
Non ebbi freddo durante la notte; ma lo avvertii quando mi accinsi ad alzarmi di buon mattino. Dopo poco che mi ero alzato e che, con due dita, mi ero lavato gli occhi con l'acqua della catinella posta sul treppiede in un angolo della stanza, già vestito di tutto punto, una bussatina delicata alla porta mi richiamò alla realtà della vita di condotta.
"Ecco, si comincia", mormorai tra me e rivolsi un pensierino ai miei cari nonni affinchè, dall'alto, mi proteggessero e non mi facessero fare errori, memore del motto che diceva: "I successi del medico brillano al sole; la terra ricopre i suoi errori".
Era la suora con una cricca di latte fumante, un bel bicchierone ed una tazzina con dentro lo zucchero su un vecchio vassoio.
"Ho pensato a lei tutta la notte, con questo freddo che fa. Beva, beva questo latte caldo. Le farà bene, la ristorerà", mi disse, e la ringraziai.
Effettivamente era quel che ci voleva e bevvi quel latte senza e con lo zucchero, non so quale fosse più buono. Beh la giornata cominciava bene, e perchè non doveva seguitare meglio? Il buon giorno, non si vede forse al mattino?
Il medico condotto mi aveva dato le informazioni che dovevano regolare la mia vita di sostituto, gli orari dell'ambulatori del mattino e del pomeriggio, la farmacia dove i pazienti lasciavano le chiamate per le visite domiciliari, ed altri consigli.
Alle 8 precise scesi in ambulatorio. La mia stanza, infatti, era al primo piano di un vecchio edificio munito di un cortile quadrato, di un porticato ad archi sorretto da colonne che concorrevano a sorreggere il piano superiore e dove si entrava attraverso due varchi di 80 cm. circa aperti nel muretto che lo delimitava. Vi si accedeva dalla strada attraverso un ampio portone tarlato e coperto da una lamiera verniciata di verde, al centro di un alto muro perimetrale, dove sopra troneggiava una scritta di ferro arrugginito che indicava quel luogo come "ospedale".
L'ambulatorio si apriva entro quel porticato. Nella saletta d'ingresso si vedevano sedie e panche a scartamento ridotto e, nel mio studio, si entrava da una porticina che un tempo doveva essere stata laccata di celeste. Esso conteneva un piccolo tavolo che fungeva da scrivania pieno di scatolette di medicine, un armadietto traboccante di medicinali in disordine, e due seggiole impagliate, malferme, anch'esse un tempo laccate, completavano l'arredamento.
Mi fece piacere vedere la presenza di due stufette elettriche e che l'infermiera era la suora che avevo già conosciuta, con la divisa nera coperta da un grembiule bianco.
Mi aspettavo chissà che, invece cominciò un ritornello di pressioni, di dolori alle ossa, di banali mal di pancia, di tossi con o senza catarro, di acidità, di vecchie, sedicenti, ulcere gastro-duodenali, di stitichezze invincibili per giorni e giorni, insomma di un coacervo di patologie che poco meritavano la visita e soltanto i soliti medicinali. Man mano che il lavoro proseguiva, mi sentivo più sicuro e padrone delle mie possibilità. "Se è tutto qui", mi dicevo, "a parte il sacrificio, è comodo fare il condotto. Però, che noia!".
Quando arrivai in farmacia e mi venne consegnato un bel pacchetto di chiamate, con nomi ed indirizzi a me sconosciuto, mi allarmai e chiesi al titolare: "Scusi, dottore, ma è sempre così? Ci sono sempre tutte queste visite? Saranno una ventina".
"No, ma adesso gira l'influenza", mi rispose.
Questa il collega non me l'aveva detta: "E da quando?", gli chiesi.
"Da 3-4 giorni; ma sta aumentando", mi informò il farmacista.
Girai per il paese con un volenteroso che mi faceva da guida. Salii e scesi tante scale e non mi limitai a distribuire medicine; ma visitai accuratamente tutti i pazienti accorgendomi che potevano esserci delle complicanze bronco-polmonari, per cui prescrissi anche antibiotici.
Dopo una settimana i miei pazienti erano di nuovo al lavoro. Così, invece, non capitava a quelli dell'altro, più anziano collega, anche lui medico condotto nello stesso paese, che non avevo mai incontrato perchè era indaffarato a correre a destra e a manca per fronteggiare l'epidemia e poi perchè, come ho saputo dopo, non amava molto il collega che sostituivo e, quindi, mi considerava con diffidenza.
Un giorno mi venne a trovare e fu molto cordiale. Scattò tra noi la molla di una reciproca simpatia, da parte mia anche il dovuto rispetto.
"Che ne dici di questa influenza?", improvvisamente mi chiese, e lo vidi un po’ preoccupato.
"Mi sembra un'influenza non importante, salvo i reperti polmonari che tutti presentano ed un caso di polmonite vera, come si legge sui libri, che ho trovato in un giovane che sto seguendo attentamente perchè credevo che polmoniti così non esistessero più", gli risposi e aggiunsi: "Perchè me lo domandi?"
"Io ho notato che i tuoi pazienti dopo pochi giorni stanno bene. I miei, invece, dopo tre, quattro giorni hanno delle ricadute per cui, ai casi nuovi, si aggiungono quelli vecchi, magari con complicazioni cardio-circolatorie, qualche scompenso, ed io non so più dove mettermi le mani. Sai, io non sono più molto giovane ed avrei bisogno di aiuto. Tu?...".
Non lo lasciai finire e gli risposi di sì, poi gli domandai: "Antibiotici ai tuoi pazienti, ne hai prescritti?". "No", mi rispose, "perchè io sono nemico di segnarli nelle influenze che sono di origine virale. Che fanno gli antibiotici ai virus? Niente, no?”.
"Hai ragione", replicai, "ma non è contro il virus influenzale che dobbiamo adoperare gli antibiotici; ma contro le complicazioni da esso indotte. Ausculta i tuoi pazienti e ti accorgerai che questa influenza è fatta così, coinvolge l'apparato respiratorio".
Aggiunsi al mio anche parte del lavoro del collega e quando la sera arrivavo nella mia stanzetta del vecchio ospedale, riscaldata da una bella stufetta elettrica, con il vetro messo, con una lampada sul tavolo, ed abbellita da una tenda che la suora mi aveva fatto mettere, ero stanco, ma molto soddisfatto per le prove che superavo senza difficoltà.
Ma una prova, la più difficile, era in agguato e mi piombò addosso quando facevo i conti alla rovescia per ritornare alla quiete della mia consueta routine in clinica.
Verso le 10 di quel mattino giunse in ambulatorio una signora che accompagnava la figlia quindicenne.
"Mia figlia accusa spesso dolori di pancia e dimagrisce", mi disse.
Guardai la ragazza e non mi fece l'impressione di una deperita: "Dove avverti i dolori? In alto, in basso, a destra?. Come ti vengono? All'improvviso? Sono continui, o saltuari? In che relazione sono con le tue mestruazioni? Tu, sei mestruata, no?", le domandai; ma la signorinella non fu in grado di fornire spiegazioni chiare, per cui la feci distendere sul lettino per la visita.
Palpai il suo addome e notai subito una cicatrice alla fossa iliaca a destra, di non vecchia data. "Quando ti hanno tolto l'appendice?", le chiesi. "Qualche mese fa", mi rispose; ma mi sembrò un po’ titubante, e non diedi gran peso a questa impressione.
"Qui ti duole? E qui? E qui?...", L'addome era muto, come si suol dire; ma quando arrivai a palparlo sopra il pube avvertii una tumefazione che mi lasciò perplesso.
"Hai urinato da poco?", subito le chiesi pensando di aver sentito un globo vescicale pieno. La risposta fu positiva.
"Quando hai avuto l'ultima mestruazione?", le domandai con un sorrisetto un po’ ipocrita ed un po’ rassicurante, più per la madre che aveva subito alzato gli occhi incrociandoli con i miei, che per la ragazza che rispose di non ricordarlo bene perchè non le aveva molto regolari, mentre la madre annuiva dichiarando, un po’ offesa, che lei controllava la figlia e che nulla le sfuggiva.
Alla fine della visita capii che c'era qualcosa d'importante in quella ragazza che da un po’ di tempo mangiava poco, si estraniava dai compagni di scuola, lamentava qualche dolorino di pancia. Capii pure che era meglio non esternare subito il mio dubbio che fosse incinta perchè avevo già visto come la madre mi avesse guardato storto al solo chiedere la data dell'ultimo ciclo della figlia.
Perciò usai un po’ di diplomazia, ma quale?, quando dissi che sopra il pube si palpava una tumefazione che, "speriamo non sia una grossa cisti ovarica", ed altre scuse, per poi concludere che bisognava fare la "Galli-Mainini", un semplice esame delle urine, d'urgenza però, per dirimere un dubbio inesistente, certo, ma indispensabile per la diagnosi e per vedere se la cisti, "fosse di quelle evanescenti che poi spariscono senza operazione", era "ormonica", inventai.
Non mi salutò la madre nell'andarsene, però, allo sguardo preoccupato della ragazza, risposi con un cenno di complicità che ella avvertì.
Non era neppure mezzogiorno quando sentii un gran fracasso nella saletta d'aspetto e la voce stentorea di un uomo che gridava: "Dov'è il dottore?!, Dov'è quel bell'imbusto del dottore che si permette di disonorare mia figlia?".
La porta venne aperta dalla suora, pallida e tremante, che voleva annunciarmi ciò che succedeva; Ma, quell'energumeno, la scansò facendola quasi cadere e penetrò nella stanza inveendomi contro e urlando: "E' lei che ha disonorato me e la mia famiglia! Che si crede d'essere un padreterno per attentare alla purezza di mia figlia? Ma io gli rompo il muso, e le ossa gliele faccio piccole così, ha capito?".
Devo essere sincero e confesso che ebbi un po’ (si fa per dire) di paura di fronte a quell'armadio di un metro e 85 centimetri di altezza, di circa un metro di larghezza e con due braccia che sembravano le mie cosce.
Cercai di parlare, ma le sue grida sopraffacevano la mia voce ed, inoltre, non sembrava disposto a sentire ragioni. Alla fine riuscii a gridargli in faccia: "Basta! la faccia finita! Questo è un ambulatorio comunale ed io sono il medico condotto, un pubblico ufficiale!".
Si calmò quel tanto che bastò per convincerlo che era mio dovere andare a fondo della diagnosi con quell'esame sulla ragazzina, ma quando se ne andò, mi minacciò gridando: "Preghi il suo dio di avere ragione perchè sennò la polverizzo, l'ammazzo, la faccio pentire di essere nato. Ci vediamo stasera!".
La suora era raggomitolata su una sedia a sgranare il rosario, non so se per sé o per me, o per ambedue. L'ambulatorio si era svuotato e, stranamente, quel pomeriggio rimasi pressoché disoccupato, tanto furono rari i clienti, che, per di più, avevano una fretta ad andarsene maggiore del solito. Anche la suora faceva di tanto in tanto capolino se mi serviva qualcosa, e poi spariva.
Non ero così sprovveduto da non capire che in paese tutti si aspettavano una tragedia, ed anch'io non trascuravo di fare scongiuri, magari con qualche piccola grattatina lì dove in pubblico non si può, se non altro per prudenza. Intanto cercavo di divagarmi impiegando il tempo a mettere i medicinali in ordine alfabetico; ma il pensiero di vedermi con le ossa rotte, fatto a polpette da quel camionista che era conosciuto in paese per la sua forza erculea, non mi lasciava e pregavo che quella ragazza fosse gravida, non m'importava se ciò significava il disonore per la sua famiglia.
Le ore passavano. Ecco, immaginavo, adesso dev'essere arrivato il pulman da Viterbo con la risposta dell'esame che avevo ordinato ed il mio destino umano e professionale si stava per compiere. Di tanto in tanto mi sembrava di udire i passi di quell'uomo avvicinarsi e mi sforzavo di sapere, dal loro rumore, quali fossero i sentimenti che lo animavano.
Erano circa le 19 quando sentii bussare alla porticina esterna ed il mio cuore bussò più forte. Mi feci forza, aprii e, di fronte a me, c'erano la signorinella, la madre ed il padre che feci accomodare con un gesto della mano. Dov'era andato a finire quel gigante che mi aveva ossessionato tutto il giorno? Infatti l'uomo che era alla mia presenza sembrava più piccolo, sgonfiato di energie, con gli occhi sbiaditi e sfuggevoli, con un'aria mortificata.
"Ebbene?", chiesi, "Qual è la risposta?".
In silenzio la madre mi consegnò il foglietto del laboratorio su cui era scritto "Galli-Mainini positiva", ed era ciò che mi aspettavo e per cui avevo pregato, forse anche la suora.
"La risposta significa che Valentina è incinta e che la gravidanza, almeno dalla grandezza dell'utero, è di non meno di 4 mesi", dichiarai dall'alto della mia cattedra.
Le mie parole caddero in un silenzio interrotto solo dai sospiri della madre. Il padre taceva, ma poi, d'istinto, reagì e, afferrato il braccio della figlia, le gridò contro: "Disgraziata, che hai fatto. Dimmi chi è stato che l'ammazzo e faccio giustizia!".
Riuscii a calmarlo. Ormai il più forte ero io. Che significato aveva la violenza di fronte ad una realtà come questa? Invece di reagire così, non era meglio stare vicino alla figlia ed aiutarla a superare un momento così difficile anche per lei? Gridando ed urlando ai quattro venti ciò che era avvenuto, non significava far sapere agli altri ciò che, invece, era meglio tenersi dentro casa? E non aveva egli fatto già troppi sbagli la mattina? E poi la figlia, impaurita, si sarebbe guardata bene dall'indicare il compagnuccio con cui aveva fatto l'amore, proprio per difenderlo dall'ira del padre.
Gli argomenti furono persuasivi e quell'ercole divenne ancora più uomo quando si nascose la faccia tra le mani e pianse, cercando di non farsene accorgere.
"Senti, Valentina, di me hai fiducia, vero?", le chiesi.
"Sì, dottore. Che devo fare?", mi rispose con i suoi occhi penetranti.
"Tu vuoi bene al tuo ragazzo? Se vi volete bene, dillo ai tutoi genitori perchè il bimbo che aspettate non nasca senza padre. I tuoi genitori e quelli del tuo ragazzetto vi aiuteranno, stanne certa", le dissi.
La ragazza restò un po’ perplessa e, abbassati gli occhi, mormorò: "E' Robertino il mio ragazzo... sta fuori ad aspettarmi... Per entrare gli devo fare un segnale", ed uscì per rientrare subito dopo con il suo amore.
Il padre ebbe un moto di rabbia, subito controllata, si rannicchiò più di prima e con voce più pacata domandò: "Ma come è successo? Quando?".
I due ragazzi stavano vicini l'uno all'altra con gli occhi umidi. Si guardarono il silenzio, lui più alto di lei di una testa, magrolino, capelli scuri spettinati, una barbettina timida sul mento, lei, piccolina, fragile, con i capelli ricci, castani. Un cenno reciproco di assenso, poi lei raccontò: "Dopo una ventina di giorni dall'operazione di appendicite, Roberto è venuto a trovarmi a casa per darmi i compiti e parlare. Di tanto in tanto mi prendeva la mano per sentire se avevo la febbre, perchè lui farà il dottore. A me piaceva tanto quando mi teneva la mano fra le sue e mi guardava negli occhi... Poi mi ha chiesto dell'operazione. Avevo sofferto, ma era tutto passato. Stavo bene, adesso...". La ragazza si interruppe, ci guardò tutti in viso e vi lesse la curiosità, ma anche tutta la comprensione di cui eravamo capaci, poi proseguì: "Robertino mi chiese... sì, mi chiese... se gli facevo vedere la cicatrice dell'appendicite... ed io... io..., sì, gliel'ho fatta vedere...".
I due giovani si guardarono intensamente, come se nulla esistesse più intorno a loro, si strinsero le mani, si abbracciarono e si baciarono, proprio davanti ai genitori di lei.
Era bello e puro il loro amore, poi vi fu un unico abbraccio.

Il trascorrere degli anni non ha cancellato il ricordo di quei cari ragazzi e tutte le appendici che ho visitato contribuivano ad alimentarlo provocando in me un sorriso che, quando qualcuno lo notava, mi spingeva a raccontare la storia mentre, così facendo, adempivo allo scopo di tranquillizzare le giovani pazienti che riuscivo a coinvolgere nel mio stesso sorriso.
Ma un giorno...
Tre persone si presentarono in studio, forse padre, madre e figlia. Ed era proprio così
"Vorremmo che lei visitasse nostra figlia che attende un bambino", mi dissero. "Volentieri!", risposi e mi accinsi a fare la cartella clinica: "Prego. Cognome, nome e data di nascita". La ragazza mi diede il suo cognome ed ebbi un attimo di esitazione prima di scriverlo, tanto che restai con la penna a mezz'aria mentre gli occhi si alzarono al disopra dei miei occhialetti per vedere bene in faccia i miei interlocutori che, notai, sorridevano. Poi scrissi le generalità della ragazza e le chiesi l'indirizzo.
A questo punto non ebbi più alcun dubbio e guardando bene chi mi stava davanti gli chiesi: "Ma voi siete?...". Non mi lasciarono finire e risposero: "Si, siamo noi, i genitori di Debora, che ci ha aiutato ad avere, ricorda?".
Come non ricordare certi eventi? Ma ora, trovarsi davanti il frutto vivente e palpitante dell'amore di due giovani minorenni ai quali il mondo, allora, dev'essergli sembrato per qualche tempo ostile e invivibile, mi sembrava qualcosa di così grande ed inaspettato da lasciarmi interdetto. "Vostra figlia aspetta un bambino?", chiesi loro. "Sì, stiamo per diventare nonni e desideriamo tanto che lei segua la sua gravidanza", mi risposero sorridendo.
La prima domanda che spontaneamente mi venne alle labbra, come se avesse importanza fu: "E' sposata?". "", mi risposero con il sorriso stampato sulle labbra.
Ed ancora più ingenua fu l'altra domanda che gli rivolsi: "E l'appendice?...".
"Ce l'ha, ce l'ha ancora, dottore".
 



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