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Il mare in montagna 


scritto da PAOLO CERASUOLO il 10-10-2012 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Sulle alture verdi smeraldo, lungo gli scoscesi che si affacciano sulla piana del Verna, nel breve sentiero che passa sotto l’ombra frastagliata dei faggeti e degli abeti bianchi, giù fin sulla strada sta correndo Raimondo Caldaia, in arte “Puffo”, per via del colore dei suoi occhi che ricordano quello degli esserini dei cartoni animati, in ritardo per l’ora di inizio della festa dei suoi dodici anni e l’aria greve di chi ne ha appena combinata una delle sue.

Nello stesso momento dall’altra parte del mondo, suo cugino Stephen di due anni più grande sta correndo tra scale mobili e tapis roulant dell’aeroporto di Melbourne, in Australia, per arrivare in tempo al check in del volo 45ML652 che lo porterà in Italia per conoscere i suoi parenti. Riesce a completare le procedure di imbarco un attimo prima che l’hostess della Qantas chiuda l’accoglienza. Mentre osserva dal finestrino il boeing che compie le manovre di partenza, pensa a quante volte sua madre aveva insistito con lui perché l’ accompagnasse in quei viaggi che ogni anno faceva per andare a salutare la sorella, ed ora che sua madre non c’è più, suo padre lo ha costretto a rispettare l’ultima volontà di quella donna sfortunata.

Intanto a Bibbiena, comune del Casentino in provincia di Arezzo celebre per il teatro scenografico quanto per i suoi scenari naturali, Nevio, il babbo di Raimondo, sposta ripetutamente gli occhi dall’orologio alla finestra, per vedere quand’è che quell’ irresponsabile del figliolo si decide a comparire sul vialetto di casa <<mi ero persino raccomandato di non far tardi>>, sta lamentandosi con sua moglie Speranza. Ed eccolo Raimondo… o meglio eccolo un po’ più là, distante ancora cinque chilometri dalla sua abitazione, che non son pochi se si è in forte ritardo, mentre sta cercando di cancellare quell’espressione preoccupata che ha sul viso. Niente, non ci riesce. Monta in sella alla sua bicicletta e cominciando a pedalare si consola con la sensazione che nel turbine della rapidità il tempo trascorra meno velocemente. Deciso ad arrivare in tempo per la torta, “Puffo” si piega in avanti sul manubrio e incomincia ad alzare e abbassare le sue ginocchia a un ritmo forsennato, sfreccia per la provinciale, tra le artigianali delle terrecotte robbiane, le botteghe dei mastri ferrai, i lanifici, i campi di grano, le aziende dei famosi panni casentini. In una di queste lavora anche suo zio Celso, lo stesso che la sera prima gli ha raccontato delle antiche mulattiere e dei grossi tronchi che ancora sono parcheggiati lassù, dai tempi in cui i partigiani ci si sdraiavano dietro e sparavano ai fascisti per cacciarli dalla valle. <<Domani stesso voglio andare a vedere questo posto>> aveva dichiarato Raimondo, trasportato dal fascino di quella rivelazione.

Raddolcito dal ricordo dell’esperienza appena vissuta il suo sorriso si apre finalmente al mondo, d’altronde è quasi arrivato oramai. Però ancora non si decide a rallentare, il ricordo gli ha regalato una boccata di entusiasmo che si riversa nei muscoli delle sue gambe che somigliano a due pistoni, vuole spingere contro i suoi limiti, perché pensa che è così che si diventa grandi. Prende l’ultima curva troppo veloce e a metà di questa corregge la manovra allargandosi sulla corsia opposta, dove intanto sta sopraggiungendo Mario, un amico del suo babbo, con la sua Ape Piaggio carica di legname per l’inverno. Quando Mario si rende conto di quello che sta per accadere prova a sterzare così da attenuare l’impatto. L’ultima cosa che Raimondo nota prima di perdere i sensi è il legname che rotola sull’asfalto… Raimondo resta immobile sull’asfalto e Mario corre ad avvertire Nevio. Ha le lacrime agli occhi, ma Nevio ha la fibra coraggiosa dei montanari, gli dice di non preoccuparsi che sicuramente non sarà nulla di grave. Poi và subito dal figliolo e insieme con lui vanno anche tutti gli invitati della festa. Quando le voci che chiamano <<Ragazzo, puffo, figliolo>>, si spengono sul silenzio che Raimondo ha sul volto, le stesse voci si rivolgono al pronto intervento. L’ambulanza arriva dopo pochi minuti, in un primo momento l’affaccendarsi degli infermieri usciti all’unisono dal suo grembo metallico contrasta con quel nugolo di persone pregno di estrosa umanità, gente abituata a fare dei propri sentimenti un vessillo, ad applaudire alle arie barocche durante i festival musicali, finanche ad organizzare serate osservative astronomiche. Eppure quell’intuizione inizia a liquefarsi restandosene in una pozza, come un sipario si svela agli occhi del lettore una nuova realtà: quella pozzanghera lo spinge a immergersi nella tenace attitudine all’ operosità che attraversa ogni bibbienese come un fiume, partendo dalle montagne delle loro lontane tradizioni per giungere nei piccoli grandi mari che la loro volontà, insieme a quella di altri uomini, ha saputo riprodurre nelle dighe del territorio aretino. Nell’incontro ch’è avvenuto ognuno impersonifica il suo ruolo fondamentale, lo spettatore come l’attore, la comparsa come il regista, il palcoscenico come il loggione, così come la vita stessa che ha bisogno di tutte le sue varianti per reggersi in equilibrio, ognuno da quella convivenza ne esce a suo modo protagonista, persino un ragazzo lontano tra i cieli che nel frattempo sta domandando un po’ d’acqua per ingoiare un sonnifero e provare a dormire.

Raimondo intanto è sempre incosciente, sembra dormire un sonno senza sogni. Viene trasportato all’ospedale. Il medico che lo visita dice a Nevio e Speranza che Raimondo sta bene, ha solo un lieve trauma cranico e dovrebbe svegliarsi tra breve. Il tempo passa e si fa notte. Poi trascorre tutta la nottata e poi ancora un altro pezzo di giorno, ma Raimondo continua a rimanersene immerso nel suo stato comatoso. Nevio e Speranza stanno parlando tra loro nel corridoio, il marito sta dicendo alla moglie di andarsene a casa, rimarrà lui con il figlio, ma il suo cuore di madre è irremovibile, ricordati che devi andare a Roma a prendere Stephen, gli obietta.

Nevio guida fino a Roma, arriva all’aeroporto e con una fotografia del nipote in mano e lo riconosce in mezzo alla folla degli arrivi internazionali. <<Hi Stephen, I’ m your uncle>> , <<Ciao zio, non preoccuparti mia madre mi ha parlato in italiano fin da bambino>>. Durante il viaggio di ritorno Nevio mette al corrente il nipote di quello che è accaduto a Raimondo. Arrivati a Bibbiena vorrebbe condurre Stephen a riposare, ma questi insiste per farsi portare in ospedale. Speranza, alla vista del nipote si commuove, e insieme alle lacrime di gioia piange anche le lacrime amare per la sorella che non c’è più e per il figlio che non riesce ancora a svegliarsi. Tra parole di conforto che ognuno ha per l’altro passa ancora un'altra notte. Il giorno dopo Stephen resta a casa da solo mentre gli zii rimangono vicino a Raimondo. In giardino trova la bicicletta di suo cugino, non ha grossi danni, raddrizza il manubrio, sistema la catena e parte in direzione del posto dove Raimondo ha trascorso il tempo prima dell’incidente. Stephen è un ragazzo intelligente, la vita l’ ha fatto crescere in fretta, lungo la strada domanda ai passanti le indicazioni necessarie per non perdersi, con qualcuno prende a parlare, spiega di essere il cugino australiano del povero Raimondo, un’anziana gli dice che deve avere fede e gli racconta la storia del Santuario di Santa Maria del Sasso e di come la Vergine abbia preservato gli abitanti di Bibbiena dalla peste nel 1348. Stephen si fa dire dove si trova questo posto. Ci arriva, si fa il segno della croce davanti al portico e riparte. Giunto infine sulle mulattiere che aggirano segretamente i monti della Serravalle, vede quello che il cugino stava preparando: una discesa tappezzata da foglie ampie e lisce, delineata da una staccionata rinforzata con dei massi, da dove Raimondo intendeva lanciarsi a bordo dei tronchi per lasciarsi il bambino che era in lui alle spalle e andare incontro in questo modo bizzarro al destino che l’avrebbe fatto diventare finalmente grande…. Stephen guarda per un po’ quel progetto semplice quanto ardito e poi se ne và. Mentre fila via nel vento delle montagne gli occhi gli si riempiono di lacrime. Stephen ora è davanti l’ingresso dell’ospedale. Prende l’ascensore e raggiunge il reparto dove è ricoverato il cugino. Un attimo prima di bussare sente il suo cuore invaso da una speranza fortissima , come la convinzione reale che lo troverà sveglio.
Apre la porta e lo accoglie il mare. Raimondo gli sta puntando addosso uno sguardo che lo trafigge di azzurro.
 



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