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Appuntamento con il destino 


scritto da MARIO GIUSEPPE PROSPERONI il 29-11-2009 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Un viaggio come quello del luglio di molti anni fa non lo dimentichero' mai.
Ero partito da Roma a mezzanotte per recarmi a Vallo della Lucania per prendere la coincidenza con un accelerato che mi avrebbe portato, verso le 7, a Centola, a quel tempo una stazioncina importante perche' anche li' fermavano i treni che portavano frotte di francesi al Club Mediterranèe di Capo Palinuro.
Eravamo incappati male, io ed alcuni altri passeggeri che avevamo prenotato le cuccette. Infatti il vagone era pressoche' vuoto, ma il responsabile del servizio volle infilarci tutti e sei in uno scompartimento, con quel caldo afoso, mentre c'era piu' spazio per tutti.
A nulla valsero le nostre preghiere. Quel bel tomo, con un sadismo piu' unico che raro, ci nego' ripetutamente di sistemarci piu' degnamente finche', giunti a Salerno, riuscimmo ad interpellare un suo superiore che gli impose di aprire un altro scompartimento; ma ormai il mio viaggio stava volgendo al termine: giusto un'oretta ancora e poi dovetti sbarcare a Vallo, circa alle cinque e mezza del mattino, in attesa dell'altro treno.
La nottata era ormai perduta, e poi con una rabbia dentro che non credo di aver piu' provato nella vita, forse mitigata, allora, dal pensiero che presto avrei raggiunto la mia fidanzatina che mi aspettava a Centola.
Quella nottata cosi' non me la sarei mai aspettata perche', prima di partire, mi stavo gia' pregustando il giusto riposo di chi aveva lavorato in una condotta medica per un mese intero, a disposizione dei malati di notte e di giorno, senza mai potersi allontanare da Oriolo Romano dove ero stato a sostituire il medico condotto. Allora non era come oggi perche' questo tipo di medico doveva essere sempre presente per affrontare qualsiasi urgenza, a qualunque ora, senza limiti temporali, essendo l'unico responsabile della salute dei suoi concittadini; ma anche ad essi legato da un rapporto piu' che tra medico e paziente, tra amico ed amico, di cui oggi si son perse le tracce.
E cosi' raggiunsi Rita che mi aspettava con il fratello che, in macchina, lungo alcuni chilometri di strada bianca, scoscesa, dissestata, con curve angolatissime, mi condusse a Foria, una piccolissima frazione collinare a pochi chilometri dal mare di Palinuro il cui Capo delimita il lato nord del meraviglioso Golfo di Policastro al centro del quale si affaccia la Sapri dei "Trecento".
Forse il mio desiderio era quello di andare a riposare; ma l'ospitalita' dei miei futuri suoceri fu tale che non potetti esimermi dall'abbondante colazione, dalla presentazione di tutti gli amici, parenti e conoscenti, del loro piccolo mondo, senza trascurare di vedere i bei posti che la natura aveva elargito a piene mani su quella terra ancora incontaminata dal cemento.
Sopportai pensando che poi avrei potuto rilassarmi tra le braccia di un sonno ristoratore. Anzi, mentre da una parte desideravo che questo momento arrivasse presto, da un'altra parte delicatamente cercavo di allontanarlo proprio per arrivare al punto giusto in cui mi sarei letteralmente sprofondato in esso, senza alcun residuo di energia e senza alcun pensiero che, in genere, precede l'addormentarsi.
Ma non fu cosi' perche', durante la cena, una delicata bussatina alla porta interruppe la nostra conversazione tra una leccornia e l'altra.
Mio suocero ando' ad aprire e lo sentii confabulare con due uomini che poi introdusse nella stanza presentandomeli.
Si trattava del padre e del marito di una donna che aveva grosse difficolta' a partorire ed allora, dato che avevano saputo che io mi intendevo di queste cose perche' ero specialista in ostetricia (in verita' ero ancora specializzando), perche' non andavo a visitarla dal momento che era da un giorno in travaglio e soffriva tanto?
Il fatto mi sorprese un po', ma subito compresi che doveva essere noto a tutti che un "personaggio" sarebbe arrivato quel giorno a Foria e, guarda caso, anche medico specialista, un professore, insomma, per quella gente.
Non frapposi indugi e mi lasciai condurre a "Casal di sopra", in una casetta dove trovai una giovane donna molto sofferente che, ad ogni doglia, urlava e si contorceva sopra un basso letto matrimoniale disfatto. Vicino ad essa, scompostamente in ginocchio sullo stesso giaciglio, l'ostetrica cercava di fermare la donna perche' non cadesse, anche lei sudata ed angosciata.
La situazione era precaria perche' la casa era angusta e si arrivava alla stanza da letto attraverso uno stretto e buio corridoio che la univa ad un cucinone dove troneggiava un grosso camino acceso dove veniva fatta bollire acqua in una caldaia che penzolava sopra il fuoco appesa ad una catena nera di fumo. Di luglio.
Intorno al camino qualche donnetta sgranava un rosario e bisbigliava preghiere. Di qua e di la', su qualche mobiletto, sul davanzale della finestra, sopra il camino, si vedevano santini con una candelina accesa, alla De Filippo.
Mi accolse un rispettoso silenzio e potetti visitare la donna durante una pausa dei suoi dolori. I suoi occhi spaventati mi guardarono con fiducia ed io la tranquillizzai con un sorriso.
Per visitarla dovetti mettermi in ginocchio a fianco del letto, tanto era basso, e fu l'esperienza che mi consenti' di apprezzare un qualcosa che subito mi allarmo'; ma non potetti pronunciarmi quando cominciai a sospettare che al fondo della vagina non c'era solo il sacco delle membrane che si opponeva alla progressione ed alla fuoriuscita della testa del nascituro, ma l'utero stesso che era disteso, pero' senza potersi aprire. Si trattava di una patologia rarissima di cui avevo solo inteso parlare in clinica e con la quale nessuno dei miei colleghi aveva mai avuto a che fare. E questo mi doveva capitare a Foria di Centola, cosi', per caso!
Chiesi la presenza del medico condotto. Volevo sapere se aveva ferri ostetrici e renderlo edotto del caso, anche per la possibilita' che, da un momento all'altro, l'utero potesse rompersi e madre e figlio ineluttabilmente morire.
Arrivo' presto il medico, mentre, intanto, avevo fatto predisporre nella camera da letto un tavolo con il piano ammorbidito da coperte e lenzuola per visitare la donna in modo piu' corretto.
Quanto fosse tenuto in considerazione nel meridione il medico, lo capii subito quando il collega arrivo' e tutti lo ossequiarono: gli basto' aprire la valigetta e subito ci furono chi gli tolse la giacchettina e gli infilo' il camice, mentre egli ad alta voce sentenziava: "Bene, bene, vediamo pure questo caso! Tranquilli, che ora ci sto io!".
Quando gli illustrai il caso mi guardo' con sufficiente distanza, ma non credo che mi avesse capito, atteso che lo volesse.
La donna venne posta nella posizione ginecologca sorretta per le cosce dall'ostetrica e dalla madre. Essa urlo' e si agito' quando il suo curante comincio' la visita che prosegui' imperterrita e termino' con uno sguardo di vittoria e con la diagnosi gridata a tutti: "La dilatazione e' completa! Si rompe lu saccu e lu fiiu nasce. Tranquilli!".
E chiese all'ostetrica la pinza Klemmer per...la tranquillita' di tutti che, intanto, avevano tratto un sospiro di sollievo. Finalmente era giunto il momento, bravo il loro dottore. "Fermo, che fai?" - gli dissi e gli afferrai la mano che si accingeva a ferire quel sacco.
Mi guardo' tra il sorpreso e l'offeso: "Rompo lu saccu, no? Che altro c'e' da fare?". "Forse non mi sono spiegato bene prima" -risposi-. "Quello che tu hai inteso non e' il sacco, ma il segmento inferiore dell'utero che e' disteso, ma non si apre perche' il foro e' cicatrizzato. Risentilo. Non avverti che e' di consistenza pastosa, come un muscolo? E non senti con la punta dell'indice al centro una piccola depressione con un bordino intorno rilevato?"
Poi, per vincere definitivamente i suoi dubbi, gli chiesi se in ambulatorio avesse le valve, il forcipe, le pinze, i port'aghi, insomma tuttocio' che potesse servire per affrontare il grosso problema che ci stava davanti, di corsa, pero', con urgenza.
Le valve e gli altri ferri arrivarono presto e dopo la rapida sterilizzazione, potetti divaricargli la vagina e fargli vedere, al lume di una lampada ad acetilene fumante, il fondo dove si vedeva chiaramente il roseo tessuto muscolare dell'utero, ma non l'azzurrognolo sacco delle membrane.
La fronte del collega si imperlo' di sudore: "Allora - disse - se avessi rotto lu saccu, invece avrei rotto l'utero...e...il sangue...il sangue...". "Si" , gli risposi, "e' cosi' e non si puo' piu' perdere tempo. Ogni contrazione puo' essere mortale perche' l'utero puo' rompersi in ogni momento. E poi il bambino soffre. Il suo battito cardiaco presenta alterazioni del ritmo. Quanto potra' durare cosi'?".
"Allora che si fa? E' pericoloso. Io non mi sento di fare alcunche'".
"Eppure bisogna agire e con decisione", replicai.
"Spediamola in ospedale", esclamo' il collega.
"E' impossibile", ribadii, "perche' madre e figlio morirebbero per strada. Per arrivare a Salerno ci sono oltre 100 Km di strade piene di buche, di curve; ci vogliono 3-4 ore per arrivare. E' assurdo. Bisogna intervenire qui, subito!"
Mi guardo' spaventato: "Intervenire qui? Io mi arrendo, non ne sono capace...non voglio mica morire pur'io”.
"E' un caso di emergenza, non possiamo tergiversare. Io ce la metto tutta, per salvare la vita a questa gente".
E cosi' decisi di assumermi una responsabilita' che il destino mi aveva riservata proprio in un paesino sperduto della bassa Campania, proprio li', a quell'ora, in quel giorno, dopo una nottata insonne, a centinaia di chilometri dalla mia casa.
Il medico si senti' risollevato dopo il nostro conciliabolo. Allargo' le braccia e pomposamente annuncio': "Si opera”.
Sentii queste parole uscir fuori dalla stanza come un'eco vieppiu' lontana: "U dottore ha detto si opera....si opera....si opera".
Tranquillizzai la donna ancora adagiata sul tavolo di cucina diventato da parto, la informai di tutto e chiesi la sua fiducia, ma soprattutto la sua collaborazione.
"Si', Lucia, ce la faremo, basta che fai cio' che ti dico, con calma. Ecco, ora hai il dolore e devi respirare svelta svelta, come un cagnolino che corre. Vedi, ora la contrazione sta passando e l'utero e' rilasciato, Respira con calma. Questo e' il momento in cui io posso provare ad aprire quel forellino cicatrizzato con minori rischi di quelli che ci sarebbero se l'utero fosse in tensione. Ecco, cosi', piano, piano. Avvertimi quando cominci a sentire il dolore perche' mi fermo subito".
E cosi', cautamente, riuscii ad infilare la punta della Klemmer nel foro e, pianino, pianino, divaricandola, ne ampliai un po' il diametro. Lavoravo cauto , ma con la sicurezza che deriva dalla coscienza di stare a compiere un atto dovuto, improrogabile.
Ma ecco arrivare i segni premonitori di una nuova contrazione. L'utero si distendeva sotto le mie dita e l'istinto mi porto' a riattappare con l'indice, quel foro appena aperto, mentre un sentimento di angoscia mi afferrava "E se ora la contrazione lacera tutto?",mi chiesi. Nulla successe; ma, lo confesso, durante quella pausa non ebbi il coraggio di proseguire la dilatazione, anche se la mia mano era li' sempre pronta ad agire e ad opporsi all'emorragia che mi aspettavo da un momento all'altro.
Poi un'altra contrazione, un'altra valutazione che complicazioni al mio operato non erano avvenute e cosi' ripresi la mia fermezza e, contrazione dopo contrazione, pausa dopo pausa, durante cui con il mio dito cercavo di favorire la dilatazione dell'utero, sempre di piu', uno, due, tre...sei, sette centimetri, finalmente arrivai al punto di decidere di rompere le membrane per favorire l'ulteriore apertura del collo dell'utero e la discesa della testina fetale nel canale del parto.
I dolori erano nel frattempo migliorati, erano piu' finalistici, sortivano l'effetto che la natura gli conferiva per l'espulsione del prodotto dell'amore di due giovani sposi. Lucia sentiva che le cose ora andavano bene, che non c'era piu' pericolo per lei, forse ancora per il bambino, ma si sentiva felice e pendeva dalle mie labbra, dai miei occhi. In quei momenti eravamo un'unica essenza, un unico essere. Nulla ci poteva dividere. Sono queste sensazioni straordinarie che possono provare solo coloro che vivono intensamente gli stessi attimi di vita, i palpiti all'unisono dei loro cuori, gli stessi pensieri, la stessa, identica volonta' di raggiungere, insieme, lo stesso fine, assai dolce quello nostro di portare alla vita un essere umano. Nulla ci interessava di quanto ci stava intorno, se non la collaborazione dell'ostetrica, il sopito consenso del collega al mio operato e di chi si affaccendava a preparare l'occorrente per il parto imminente.
Non mi sfuggiva, pero', il gorgogliare dell'acqua bollente in quel camino, un po' di fumo, il via vai di donnette vestite di nero che apparivano e scomparivano con le labbra in piccolo, frusciante movimento, in silenzio, mentre era solo la mia voce che ordinava cio' che bisognava fare perche' si verificasse il parto.
"Ecco, Lucia, ora siamo arrivati al momento in cui devi mettercela tutta. Il bambino, o la bambina, chissa'?, sta per nascere. Quando hai la contrazione, inspira profondamente, chiudi l'aria dentro e poi spingi in basso con tutte le forze. Brava! Forza! Ancora! ...Ancora... Ora riposa".
E cosi' passo dopo passo, ecco la testina del neonato affiorare alla vulva. Ancora un altro sforzo. Un po' di anestesia locale non guasta e neppure un piccolo taglietto per favorire l'uscita del bambino che, pero', tarda. Aspettiamo quest'altra contrazione, ma sentiamo anche il battito del cuore se e' a posto. No, non e' perfetto il cuoricino; il bambino sta soffrendo e bisogna accelerarne la nascita.
E cosi', un altro piccolo aiuto con una semplice estrazione con il forcipe, porto' alla nascita del figlio piu' bello del mondo, ed anche del piu' urlante che abbia inteso.
Era l'alba quando uscii da quella casetta di "Casal di sopra" e mi immersi nella frescura di quell'aria pura, frizzantina, quasi fredda per la differenza di temperatura in cui, sudando, avevo vissuto tutto quel tempo, ma quanto? Di qua e di la' il canto botta e risposta dei galli, il cinguettio di qualche uccellino piu' mattiniero.
C'era mio suocero ad aspettarmi:"Andiamo, mi disse, e' ora di riposarsi".
Ero cosi' frastornato che non pensavo ad altro che ad un letto dove seguitare a sognare che era successo qualcosa di grande di cui non riuscivo a capacitarmi, che non capita mai nella vita, se non quando c'è un appuntamento con il destino.

Il tempo è passato.... Davanti alla casetta c'è un piccolo box a vetri che fronteggia due colonnine colorate per il rifornimento della benzina e del gasolio sulle quali sovrasta la bandiera della società cui appartengono. Le strade sono asfaltate e scorrevoli.
Intorno il cemento ruba alla natura sempre maggiori spazi di verde e, da lontano, giunge il fischio ed il rumore dei treni che scorrono nella vallata diretti verso il nord di Roma e verso il sud della più vicina ed incontaminata Calabria, costeggianti il bel mare azzurro del Tirreno, sempre più veloci.
I protagonisti della storia non stanno più in quella casa. Qualcuno che li conosceva dice che si sono trasferiti verso il Nord ed il bambino di allora, mi accorgo di pensare, è ormai uomo ed avrà già trasmesso, nel rispetto della natura e della vita di sempre, la discendenza ricevuta dai suoi genitori che avevano vissuto un'esperienza forse unica al mondo per farlo nascere.
Ma anche qualcos'altro è rimasto immutato: le cicale non hanno cambiato il loro canto perenne ed i grilli seguitano sempre ad occupare i rami degli ulivi che circondano la mia casa stornellando un concerto che si irradia all'infinito, senza soste, nella pace notturna ed ancora incontaminata della bassa campagna campana.
Ed al primo, frizzante mattino neppure il "chicchirichì" dei galli ed il cinguettio degli uccelli sono, oggi, diversi da quelli di tanti anni fa, di sempre.
 



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