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Ascolta, Paula, ti voglio raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta. (I. Allende)
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Tradimento 


scritto da PAOLO SIGNORONI il 13-08-2012 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
I   Il centro della città: l’ho percorso, senza fretta, mescolato a branchi di studenti rumorosi che si godono il pomeriggio fuori da scuola: dalla stazione al duomo sono due, forse tre chilometri. Nulla sembra cambiato qui in quindici anni: i palazzi alti e grigi fuori dalla stazione, il parco con le piante scheletrite, dal quale parte il corso dritto, ampio e lungo, addobbato da alberi di Natale e dalle luci delle Feste prossime. I negozi mi paiono ancora gli stessi: boutique che espongono in vetrina merce dai prezzi astronomici, dalle quali escono appariscenti signore di mezza età; jeanserie, dove attendono i clienti commesse giovanissime e magrissime coi pantaloni a vita bassa; gioiellerie illuminate e poi i bar, i pub e le taverne eleganti. In fondo al corso  la piazza del Duomo, con la sua larga facciata romanica. Ho contemplato l’ampia scalinata su cui seduto vent’anni fa ho trascorso interi pomeriggi. Anche oggi, nonostante il freddo, alcuni ragazzi si sono incontrati qui: parlano ad alta voce e ridono e fumano. Dietro il duomo corrono decine di strade strette e irregolari; seguendole imboccherò, come mi accadeva allora, la via che conduce al portone del Liceo Tasso. Anche lì non sarà cambiato nulla.

Il ragazzo che lavora alla reception dell’hotel Italia è un meridionale coi capelli e gli occhi neri. Mi sta parlando di Palermo e del mare. Prima mi ha ascoltato attento per mezz’ora, distraendosi solo un paio di volte per consegnare le chiavi delle camere ad alcuni clienti. Non ricordo che mi sia mai capitato prima di raccontare a qualcuno in così poco tempo la mia biografia. Mi sono ascoltato avido di trovare un senso e una direzione nei miei fatti, come se una narrazione ad uno sconosciuto servisse per questo. In questa città - ho ricordato- ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza, ho avuto amicizie e ho provato gioie e dolori, come tutti; finito il liceo, mi sono iscritto al Politecnico, a Milano, e qui ci tornavo (se ci tornavo) il sabato e la domenica. Fino alla Laurea. Poi i miei, raggiunta l’età della pensione, sono tornati a vivere a Roma; io sono diventato ricercatore all’Università di  Helsinkij . Qui non ci sono più ritornato. Con il tempo ho dimenticato tutto e tutti. E da tutti sono stato dimenticato: ho perso i contatti con amici, conoscenti, ex vicini di casa. Fin qui i fatti. Ma i perché? Perché la Finlandia è meglio di qua- lo spiego sempre agli italiani- per chi fa ricerca: più soldi, più rispetto, più meritocrazia. Sì, ma è strano rompere i rapporti con tutti, ha osservato il ragazzo meridionale, lui che a Palermo è nato, vorrebbe ritornarci, un giorno, per aprire un hotel, se ci riesce, o almeno un ristorante e immagina quando porterà al parco i suoi figli che giocheranno coi figli di Enzo, compagno di banco in terza media. Sì, è strano, ma sono un tipo così. Né mi è spiaciuto, in fondo. Come non mi è spiaciuto lasciare, dopo dieci anni, l’università, i colleghi e gli alunni, per andare alla Helsinkij Electric, («azienda leader nel mercato mondiale dell’elettronica avanzata», ho detto al mio interlocutore). Mi piace cambiare.

II   La camera 309 non è all’altezza delle aspettative. Grande ma irregolare, è arredata in modo spartano. Il letto non è comodissimo, la vista incorniciata dalla finestra è mediocre (uno dei quartieri periferici della città, un agglomerato di case a schiera e condomini di cinque-sei piani). Non ho sonno, non ho voglia di leggere il quotidiano, né di uscire a passeggiare in questa umida serata. Ho già preparato con cura l’incontro di domani con i tecnici della Electrosistems: verificherò come lavorano, parlerò con i periti e i progettisti, mi farò consegnare documentazione e disegni, garantirò, come a tutti i nostri fornitori, pagamenti adeguati in tempi rapidissimi. Avanzerò qualche riserva su qualcosa, giusto per poter tirare sul prezzo, anche se in fondo non ce ne sarebbe bisogno.

No, qui, stasera, non ci sarebbe nulla da fare. Così mi trovo con in mano un elenco telefonico ingiallito (era nel cassetto del comodino), occupato in un giochino che mai mi è passato per la testa in tanti anni: mi sforzo di ricordare nomi di compagni di classe, amici dell’oratorio, di venti anni fa, poi li cerco sull’elenco. Non sempre a un nome si associa un volto. Luca Golini, era il portiere della Virtus Italica, io lo stopper: giocavo davanti a lui. Ora nella mia memoria è solo una divisa nera, una voce preoccupata attento, chiudilo! Ora è (o dovrebbe essere, salvo omonimie) questo Dottor Golini, fisiatra, con studio privato. Era un buon calciatore. Tra i suoi clienti avrà molti atleti?  Altri nomi si tirano dietro volti e fisionomie. Alberto Acerbi, biondo, alto, compagno di classe alle medie. È rag., dice l’elenco. A ricreazione si era sempre assieme, ci incontravamo anche fuori scuola, anche negli anni delle superiori. Un frequentatore di feste era questo qua, mi viene in mente, e mi invitava spesso. Via M. Gioia, 7. Anche allora abitava là. Altri nomi, invece, non compaiono: se ne saranno andati, avranno preferito l’anonimato. Chiudo l’elenco e scivolo nella poltrona. Sul soffitto una macchia di umidità. Lieve. Devono avere pitturato, male però. Gualtiero Cribari… Gualtiero, quasi me ne scordavo. Eppure è uno dei pochi, anzi l’unico con cui per un bel po’ sono restato in contatto. Compagni di classe ai tempi del Liceo, non ci eravamo mai frequentati troppo. Schivo, distaccato, non amava feste e campi da calcio. Tutti otto in pagella, lui. In pizzeria o nelle paninoteche parlava poco. Ci siamo conosciuti meglio a Milano: era iscritto a Legge  e abitava in un appartamentino nel mio stesso condominio. Ci siamo frequentati allora: un animo gentile, addirittura simpatico. È  lui l’unico con cui, dopo essermi trasferito in Finlandia, ho mantenuto per un po’ i contatti. Sì, certo non un granché. Qualche lettera, qualche telefonata. Dopo la laurea era tornato a vivere e ad esercitare la professione qua; mi aveva però anche confessato, adesso ricordo,  che gli sarebbe piaciuto trovare un lavoro in Finlandia. Forse gliene avevo parlato troppo bene, se ne era infervorato, chissà. In una lettera esplicitamente mi chiese se potevo interessarmi…ma di avvocati, in Finlandia…No, non se n’è più parlato. Poi le lettere si sono diradate; qualche biglietto di auguri a Natale, l’ultimo cinque o sei anni fa. Elenco telefonico. Eccolo qua: Avvocato Cribari Gualtiero. Ufficio e abitazione tutto assieme, Via Rose 1. Era magro, oggi forse un po’ di pancetta. Una telefonata a Cribari, forse, domani. Anche se, dopo tanto tempo…

III   Alla Electrosistems sono stati gentili e cordiali. Come tutti gli italiani hanno fatto mille domande sulla Finlandia, sul freddo («in estate fa spesso molto caldo», garantisco , ma non ci credono mai), sulle nordiche («belle, ma quelle sì che sono gelide, per questo non ne ho sposata nessuna»). L’Ingegner Guidi mi voleva invitare a cena, o almeno a un aperitivo. «No grazie, ho un appuntamento con un amico», gli ho spiegato. «Via Rose, 1» ho detto al taxista.

La donna che parla tranquilla e  triste è giovane: occhi chiari, capelli castani. È dolce il suo sguardo, soprattutto quando incontra gli occhi di questo bambinetto (avrà due anni?) che gioca con dei pupazzi seduto sul tappeto, in mezzo al soggiorno.

«Se ne è andato tre mesi fa…ha lasciato un biglietto…che ho trovato di là, in cucina. Me ne vado, non mi cercate, avete di che vivere bene. In banca il dott. Andreis ti spiegherà la situazione finanziaria, che è florida. Ciao. È sempre stato uno laconico…Si è portato via poca roba dieci, forse ventimila euro, la sua Audi, qualche vestito. Ho sporto denuncia, l’ha cercato la polizia…dicono che non è un suicidio, uno mica preleva soldi per poi…sarà da qualche parte. Allontanamento volontario, dicono. Siamo state io e mia suocera anche in tv a un programma televisivo…cercano gli scomparsi. Nulla, nessuno l’ha più visto, è sparito. Del resto, sa, lo sentivo che era finita, da tempo…ma così all’improvviso, è strano. Ma, mi scusi non le ho offerto nulla, prende qualcosa, un aperitivo ?».

Ho caldo su questo divano in alcantara. Bevo un succo d’arancia, osservo una foto:Cribari in nero abbozza un timido sorriso abbracciato alla bellissima sposa. La ascolto. «Mi deve scusare se al telefono non le ho anticipato nulla, anzi le ho detto di venire senza avvisarlo per fargli una sorpresa. Per un attimo, quando si è presentato e…ho sentito il suo nome, ho sperato che mi portasse notizie e non ho voluto dirle…temevo di, come dire, spaventarla…magari non viene e non mi dice nulla, mi sono detta…lo so è illogico ma… si vive così in attesa, nella speranza che succeda qualche cosa…Di lei Gualtiero mi  parlava spesso. Lei, l’università, la Finlandia. So che lei si era interessato per trovargli un lavoro là. È un amico, diceva, prima o poi vedrai… E mi parlava dei suoi progetti… vani, inconsistenti, del resto lei lo conosce bene, è sempre stato un sognatore. Diceva spesso, vedrai che un giorno mi scrive, si sta dando da fare, mi segnalerà una possibilità. Una volta mi ha parlato di un viaggio per conoscere le reali opportunità. Forse era un segno dovevo capirlo: qui non ci è mai stato bene, voleva andarsene, del resto…poi non vi siete più tenuti in contatto e…credevo se ne fosse fatto una ragione». Ha sospirato. «E lei? Mi parli di lei».

Si è offerta di chiamare un taxi, ma ho rifiutato. Torno volentieri a piedi all’hotel, anche se è piuttosto lontano, anche se a questa ora fa freddo, per sgranchirmi le gambe: lo vedo, Cribari, magro e pallido, insoddisfatto di questa città, di quella donna, che aspetta una lettera. Ora però mi sono perso in un dedalo di strade, di vie nuove. Credo di aver perso l’orientamento. Questa città è molto cambiata: nulla è più come allora.
 



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