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Lettera a mio fratello 


scritto da CLEMENTE GIORGINO il 09-07-2012 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Caro fratellone,
ti ricordi ancora di me? Ho deciso di scrivere a te perché come ben sai non ho mai avuto un buon rapporto con mamma e papà. Papà sempre a lavorare e mamma, pure lei, tra un impegno e l'altro quasi si dimenticava di avere due figli. E quindi tu per me sei un po' come un genitore, una guida, semplicemente il mio fratellone. Ti scrivo perché voglio che il mondo possa conoscere un po' di me, perché voglio che tutti sappiano di come una vita possa bruciarsi a soli sedici anni.
Partirò dal principio, quindi ascoltami bene.
Era sera, di due venerdì fa.
Cavoli sono già passate due settimane. Eppure a me sembra un'eternità.
Quella sera aveva un qualcosa di strano, non so perché, ma appena uscito di casa mi ha investito una brutta sensazione. Alcuni dicono che prima di morire la gente ha degli strani sentimenti, ma francamente io credo che si trattasse solo del brutto tempo, del fatto che era appena iniziato l'inverno.
Quindi mi sono aggiustato per bene il bavero del cappotto e ho messo in moto il mio Phantom, un cartoccio che riusciva ancora a stare su due ruote solo grazie a qualche strano miracolo della natura. Anche l'aria sembrava tagliente, tagliente come l'arma affilata di un assassino in attesa di giocare con le sue prede.
Sono arrivato alla festa di Filippo con i denti che parevano ballare la macarena. Filippo. Te lo ricordi? Filippo, il mio migliore amico. Beh, era una serata importante perché avrebbe compiuto i diciotto anni.
Una volta sceso dallo scooter l’ho parcheggiato un po' a caso vicino alla piscina. Sì, hai capito bene fratellone: piscina. Niente bar, pub o discoteca. Il papà di Filippo è proprietario della piscina e quindi abbiamo organizzato il compleanno proprio lì.
Filippo era insieme a Francesca e Giulia appena sono entrato.
"Ciao Ale" hanno detto tutti e tre in coro. Io mi sono limitato a sorridere, e intanto da lontano guardavo delle persone che non avevo mai visto. Filippo si è accorto della mia strana espressione e quindi ha risolto il problema dicendomi che si trattava di compagni di classe. Un po' più lontano c'erano altri amici. Saremmo stati una cinquantina in tutto.
Fratellone, ero contento. Era la festa del mio migliore amico, eppure quella brutta sensazione di prima non accennava ad andarsene.
Io comunque ho fatto finta di nulla e sono andato a salutare alcune persone.
Più tardi abbiamo mangiato la torta. Era buonissima. Appena ho messo in bocca quella fetta di panna, fragole, meringa e limone mi ha pervaso un senso di gioia semplicemente indescrivibile.
Quel momento mi ha portato indietro nel tempo. Te lo ricordi fratellone? Tu avevi più o meno dieci anni, io otto; quando aveva tempo, la mamma preparava sempre qualche dolce ben farcito. E noi che ammiravamo tutti i suoi gesti: quando impastava la farina, quando aggiungeva le uova per sbatterle a neve, quando mi faceva versare il latte nella ciotola. E tu invece certe volte facevi cadere lo zucchero per terra e allora la mamma si arrabbiava subito e ci mandava direttamente in camera. Poi di sera, quando papà rientrava dal lavoro, gli diceva che la torta era opera nostra. Povera mamma, non si prendeva mai il merito per niente.
"Allora? Che hai fatto oggi?", Luca ha interrotto i miei pensieri all'improvviso, tanto da farmi venire un colpo.
"Ma si, solite cose: tornato da scuola, mangiato, dormito, e ancora dormito e mangiato fino a che lo stomaco me l'ha permesso".
"Wow che pomeriggio attivo", ha risposto lui abbozzando un sorriso. Io però non gli ho girato la domanda fratellone. Sinceramente non avevo voglia di sentirlo parlare. Luca è sempre stato un po' fastidioso, il classico tipo "so tutto io, lasciami stare". Quindi ho accennato un sorriso, e così facendo mi sono allontanato, ma non ho fatto in tempo a fare tre passi che subito ho sentito una mano dietro la spalla. Mi sono girato, e quello che ho visto è stato anche peggio di una puntata di Beautiful: c'era Marika, con tanto di minigonna e canottiera strette.
Nella compagnia l'abbiamo sempre presa in giro perché, davvero fratellone, è una fortuna che tu non l'abbia mai vista. È bruttissima. Peggio ancora quando ride, perché il suo volto prende all'improvviso la forma di un ippopotamo. Infatti, ho sempre pensato che quando Marika è nata, il dottore, al posto di dare a lei lo schiaffo, l'abbia dato a sua madre per avere messo al modo una creatura tanto orribile. Certe volte fratellone la gente esagera nel parlare male di una persona, ma fidati, con Marika è tutta realtà, non si esagera mai con lei.
Quindi ho fatto finta che qualcuno mi stesse chiamando da lontano e perciò me la sono data a gambe in un batter d'occhio.
Intanto la technomusic, la house e la dance rimbombavano nell'aria come se fossero un'orchestra d’idiofoni dal suono rimbombante. Nella confusione di tutta quella gente c'era chi fumava sigarette, spinelli, c'era chi beveva, c'era chi si sbaciucchiava e c'erano pure i soliti idioti che parlavano tutta la sera senza far niente. Quindi, per non finire tra quei cretini, ho preso con me Francesca, Filippo e Joe, ho offerto loro un bicchierino di vodka e due birre, li ho portati al centro della piscina, e abbiamo cominciato a scatenarci. Non saremmo stati dei perfetti ballerini, ma alla fine ci siamo comunque divertiti.
Non erano passati nemmeno dieci minuti che la festa ha cominciato ad animarsi sul serio. Dopo un po' ci siamo tuffati addirittura in piscina. Oh fratellone, l'acqua era caldissima. Sembrava ipnotizzarti col suo tocco soave. Certo il problema poi sarebbe stato quello di uscire e trovare un modo per asciugarsi, ma si sa no? A sedici anni una soluzione per tutto la si trova ancora.
A questo punto fratellone erano circa le due. Alcuni erano ubriachi marci, ma tu non dirlo a mamma e papà, loro non vogliono che esca con certe persone. Altre invece che si abbuffavano ancora con la torta.
"Dai Ale, è arrivato il momento", mi ha detto poi Francesca con fare molto gioioso.
Io ho strizzato l'occhio. Finalmente c'eravamo: "Attenzione gente, abbiamo organizzato una piccola sorpresa per Filippo".
Non avevo finito la frase che subito mi sono ritrovato circondato da una quindicina di persone. Non erano tutti gli invitati, però mi accontentai lo stesso.
"Caro Filippo" l’ho esortato poggiandogli una mano sulla spalla "leggi questo biglietto".
Lui all’inizio era rimasto un po' stupito dalla situazione, non sapendo di cosa si trattasse. La sua voce era delicata e bassa, come quando i bambini si dicono i segreti alle orecchie.
"Auguri Filippo, se un ultimo regalo vuoi, comincia a camminare. A destra, a sinistra, su e giù. Segui quello che ti dico e troverai il tesoro custodito. Oh, non trovi faccia troppo freddo? Una bella doccia rilassante e un bicchiere dissetante".
L'espressione di Filippo era diventata incredula, come per dire "Ma che cos'è 'sta roba? Che vuol dire?". Noi intanto aspettavamo una risposta, ma non arrivava niente.
Poi da vicino è giunta una voce: "Ohh scemo, devi andare alle docce: è una caccia al tesoro!".
Filippo ha subito obbedito, e così tutti ci siamo recati alle docce. Lì c'era, poggiato sul pavimento, un bicchiere di vetro con dentro un foglio di carta che aspettava di essere letto.
Filippo quindi aveva cominciato a farsi più intrigato e sorridente: "Bravo ragazzo. Sai, la vita è dura, a volte bisogna fare delle scelte che non si vorrebbero fare, altre volte le cose capitano così all'improvviso che non fai nemmeno in tempo ad accorgerti della loro esistenza, e quindi te ne devi abituare subito, che ti piacciano o no.
L'acqua è sempre così calda, ottima per questo vento che ti gela ogni fibra del corpo. Se avanti vuoi andare, a fondo devi precipitare
".
Vedevo fratellone fra le persone intorno a noi un'espressione vaga e persa.
"Cosa vuol dire?" ha chiesto Filippo guardando me, Francesca e Joe.
"Tu vai avanti! Troverai qualcosa prima o poi" ha sorriso Joe.
Quindi Filippo ha cominciato a camminare a zonzo, inseguito da tutti noi, io con tanto di videocamera in mano. Sai fratellone, non volevo perdermi la scena finale. Infatti si è rivelata un vero sballo.
Tuttavia prima abbiamo girato e girato senza rivelare a nessuno la soluzione di quel biglietto. Poi Filippo si è fermato sul bordo della piscina, ha riletto il pezzetto di carta e ha guardato per un secondo quella piccola distesa d'acqua. Ha riletto ancora e ancora quelle parole e ha guardato ancora una volta l'acqua.
Ha fatto no col capo. Ripetutamente. "Oh no no, sono già infradiciato per prima, cosa volete ora? Che mi butti di nuovo?".
Io gli ho fatto solo un sorriso, come a dire "sì, risposta esatta". Ma Filippo non voleva buttarsi, neanche dietro le esortazioni di tutti noi. No, niente, era rimasto fermo e immobile come una scultura greca.
C’ha pensato Luca poi, spazientito, a spingerlo nella piscina. Filippo quindi ha nuotato per qualche secondo fino a che non ha trovato sul fondo una scatoletta di metallo. E’ tornato a galla e il suo sguardo è corso subito su Luca, come a dire "questa non la scamperai, stai pur certo".
Per fortuna che avevo ripreso l'espressione di Filippo, era più unica che rara. Avresti dovuto vederla fratellone.
Quindi ha aperto la scatola ed estratto il biglietto: "Bravo, complimenti, ce l'hai fatta. Purtroppo ora sarai tutto inzuppato d'acqua, ma almeno hai trovato l'ultimo biglietto, il tesoro custodito. Io non voglio essere retorico con te. Me l'hanno insegnato a scuola: sii semplice mi ripetevano, sii essenziale nella scrittura, periodi chiari e corti, non contorti. Bene, allora ti dico solo un piccolo segreto: diciotto anni, vecchio mio stiamo andando avanti, ma anche se i giorni passano e noi passiamo con loro, ho sempre pensato che una parte di noi rimanga bambina. Perché ti dico questo? Beh, perché odio le persone superbe, che non giocano più, che nella loro vita c'è solo la scuola, o il lavoro, che non si possono permettere di piangere solo perché non hanno più cinque anni. No, che brutta vita questa, una vita scialba. Quindi, caro Filippo, rimani così come sei, con il tuo carattere zuzzurellone, con la tua loquacità, con il tuo sorriso e soprattutto con quella chioma che ti ritrovi di capelli neri. D'altronde sei nato così, quindi perché cambiare solo perché gli anni passano?".
Fratellone, ero davvero colpito dalle parole che aveva scritto Francesca. Quel biglietto l'ha voluto scrivere personalmente perché ci disse che aveva alcune cose da dire; ebbene, credo sia riuscita nel suo intento.
Fratellone, erano circa le tre e mezza quando tutto è finito.
Sulla strada vicino alla piscina c'erano ancora alcuni ubriachi marci che addirittura volevano tornare a casa in macchina. Mi hanno offerto pure un passaggio per casa, ignari del mio super Phantom.
Io mi sono limitato a fare no col capo.
Anche tutti gli altri li hanno esortati a non partire, ma erano testardissimi. Infatti non ci crederai mai fratellone: sulla strada passavano alcune macchine, sì, ma ubriachi marci com'erano, fatti i primi cento metri, indovina un po’?… bum!! Sono andati a sbattere contro un’auto che li stava sorpassando.
Io ho cominciato a correre, un’azione spontanea che è partita dalla mia mente, non so neppure io il perché, eppure, appena ho fatto quattro passi: uno, due. Uno, e due! Come i rintocchi angoscianti di un campanile. Uno e due. In quanto tempo si dice “uno due, uno due”? In una frazione di secondo, no?
Beh, quello che è successo proprio a me.
Ho sentito all’improvviso le urla di Francesca e Filippo: “Ale attento!!!”.
Una macchina. Basta. L’ultimo spettacolo che ho visto della mia vita è stata un macchina.
Una misera macchina che andava come un fulmine.
Un salto alto più di dieci metri lungo un tempo che mi è parso infinito. Un ultimo rimbalzo sull’asfalto, poi basta.
Sembrava che il corpo si fosse fermato, che i polmoni tutt’a un tratto non sapessero più respirare, che la mente si annebbiasse come in una giornata d’inverno, che i muscoli si fossero irrigiditi come una corda di violino, e che il cuore avesse smesso di battere solo per ricordarmi che tutto si era spento completamente.
Sentivo ancora tante grida. Facevo fatica a riconoscerle perché mi sembravano infinitamente lontane. Sentivo imprecazioni, pianti e urla. Stavo delirando, non capivo più niente ormai. Più i secondi passavano e più i rumori erano lontani anni luce da me e dal mio corpo.
Il secondo biglietto della caccia al tesoro di Filippo l’avevo scritto io, e ho scritto che certe volte le cose nella vita arrivano all’improvviso, e ti ci devi abituare per forza. Io non so se riuscirò ad arrendermi alla vita, ma non perché abbia paura della morte, piuttosto perché ho paura di conoscere la realtà dei fatti, di sapere come una vita possa bruciarsi a soli sedici anni.
Fratellone, mi manchi. Mi manchi tantissimo. Mi manca tutto, dalla cosa più semplice come il mio bicchiere d’acqua appena alzato, le mattine a scuola e tutti quei pomeriggi spesi tra amici e parchi. Io non so perché quella macchina mi abbia investito. Il conducente sarà stato ubriaco? Drogato? Fumato? Non lo so, e sinceramente non lo voglio sapere.
Ora ho altro per la testa. Mi ricordo di una canzone che dice che prima o poi bisogna dire addio a tutto ciò che non abbiamo più. Come te ad esempio, o Filippo. Siete state le uniche persone capaci di avere influenzato il mio modo di vivere, ovviamente in positivo. Devo a voi quanto ho fatto di buono. Spero solo che Filippo si ricordi bene delle parole di Francesca, che rimanga sempre il ragazzo che è ora, e soprattutto che sappia che esisto ancora, e spero che qualche volta parlerà con me dopo aver ben riflettuto a proposito di questa lettera.
Fratellone, ho finito. Quello che dovevo dirti l’ho detto, e non sai quanto mi è costato dirtelo.
Fanne quello che vuoi di questa lettera: tienila, strappala, bruciala, conservala. Quello che vuoi. Io però la terrei sai. Un ricordo è tutto: un ricordo è un attimo intrappolato nel tempo. Quindi tienilo stretto a te per favore, anche nelle giornate più buie.
Passo e chiudo fratellone. Ora sono libero, mi sento leggero, oserei dire etereo. D'altronde guardare la vita da quassù non è poi così male….
 



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