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I due Fra' 


scritto da MATTIA MOLINARI il 28-05-2012 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Succede che a volte non ti devi chiedere perchè.
Succede che ci sono quelle volte in cui facendo una salita ti giri e vedi una discesa, e dici, ma come è possibile?
Succede che a volte ti passa l'angelo di fianco.
Senti i capelli muoversi e un brivido trafigge tutte le tue vertebre.
Lasciati andare. Ci sono io dietro.
Ti prendo.


Nel suo stanzino, Francesco leggeva queste parole scritte con verde inchiostro.
Continuava, sottovoce, a pronunciare ogni singola parola, e si concentrava sulla melodia di quelle frasi.
Ripeteva ogni periodo per tre volte e poi andava a capo e tutto ricominciava.
Una mantra continuo e instancabile.
Il mittente era lei.
Il mittente era Francesca.
Si, i due Frà. Dovevi vederli per le strade di Milano.
Sulla sua Colnago rossa, Francesco pedalava libero come un ciclista d’altri tempi, un Girardengo anarchico che portava a spasso la più delicata anima di questo mondo.
Lunga chioma da leonessa sahariana, occhi scuri come ebano d’Africa, grandi labbra disegnate da Manara rendevano Francesca una creatura eterea.
Da sempre reputata irraggiungibile tra i banchi del liceo Carducci, il nostro Francesco ancora adesso si emoziona parlando di quel giorno.
Le mani sono sempre state il suo tallone d'Achille: da bambino lo chiamavano "FrancescomanidiCesso". La rima voleva essere baciata però dire "FrancescomanidiPesco" non rendeva molto l’idea.
Qualsiasi cosa tu gli davi in mano, dopo 4 secondi dovevi raccoglierne i cocci.
Quelle tenaglie avevano rotto qualsiasi cosa, dagli swarosky della nonna ai piatti appena lavati e puliti del Bar Morso nel suo periodo australiano.
Ma quella è un’altra storia.
Le loro anime si intrecciarono in un giorno di Marzo.
Un marzo strano.
Il milan si giocava la semifinale di champions contro il Barcellona di Guardiola, il governo Monti lanciava sorrisi e sguardi dolci a partiti neofascisti, in indonesia l’ennesimo terremoto spaventava turisti e sognatori.
Francesca, in quei giorni di marzo, incontrò Francesco alle macchinette del temuto liceo Carducci, precisamente alle macchinette del caffè nell'atrio ovest.
Studenti in coda, annoiati, primi brufoli e filtrini dietro l'orecchio. Loro diversi, uno dietro l'altro, per la prima volta in 5 anni.
Lei si girò di scatto, lui pensava gli avesse pestato i piedi, già pronto per chiederle scusa lei annullò la sua educazione domandandogli di tenerle un plico di fogli mentre recuperava il caffè appena servito perché con una mano non ce l'avrebbe mai fatta.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.

-merda...

Non solo quei fogli precipitarono a terra in un nano secondo ma proprio in quel momento, il forte vento del nord aveva spalancato la finestra che dava sulla macchinetta del caffè - creato una corrente con l'altra finestra spalancata in corridoio e…alè!-vualà!-don perignon! 97 pagine di meticolosa ricerca volarono per le vie del centro.

Uno.
Due.
Tre.
Quattro.

I secondi contati da Francesca prima di mandarlo affanculo e invece, proprio allo scadere del quarto, lei lo guardò come solo chi vede l’oceano negli occhi dell’altro e disse, “Adesso vieni con me e li recuperiamo tutti!”.
Hanno passato tutto il pomeriggio per le vie del centro a recuperare quei fogli: via dante, via carducci, via festa del perdono, addirittura si sono spinti, come gabbiani in cerca di martin pescatori, fino in viale papiniano, cercando disperatamente l’ultimo capitolo, intitolato, Resoconto de “la Camera Chiara” di Roland Barthes.
Mai trovato.
Però, i due, in quella lunga ricerca che sapeva più di film francese che di vita reale, hanno scoperto di sognare le stesse cose, di volere le stesse cose, di pronunciare le stesse parole con accenti diversi e ridere di gusto, che non gli fregava nulla di quello che sarebbe successo dopo il liceo, che l’ex ragazza di Francesco aveva lo stesso numero – frazionabile – di neuroni dell’ex di Francesca, che del milan in champions non sapevano nemmeno la formazione, che avevano un gran voglia di star bene. Felici.
“E' tardi, torniamo a casa, mia madre mi aspetta.” Francesca non avrebbe mai voluto pronunciare quella frase, ma doveva.
Doveva per non cadere ancora una volta nella sua solita voglia di partire in quinta, dare un bacio a quell’anima conosciuta poche ore prima davanti a una macchinetta del caffè, prendergli la mano e dirgli adesso vieni via con me. Amiamoci per sempre.
Nossignore.
Questa volta mi impegno.
Nossignore.
Ho sofferto troppo. Ho perso troppo tempo per colpa di questa cazzo di marcia.
Sempre partire a razzo per poi consumarsi dopo qualche centinaia di metri.

Francesco la assecondò in un istante come chi ha già capito tutto, la guardò intensamente negli occhi e le chiese una cosa che poco c’entrava con “torniamo a casa”.
"Sei felice?".
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.

Eccoli là, i due Frà, lui pedala e lei con il culetto sulla canna si fa accarezzare dal vento e se arriva qualche schiaffo benvenga, “tutti quelli che non mi dai tu!!”, ride Francesca finalmente libera e ritrovata.
Francesco l’ha presa in grembo, l’ha protetta come un prezioso tesoro e la porta a spasso sulla sua Colnago rossa e quando passano davanti alle carceri di viale Papiniano, lui le tappa gli occhi e lei accarezza le sue mani, infreddolite dal vento freddo che li ha permesso di viversi.
I due Frà, viaggiano veloci sul pavè del centro.
A nessuno è concesso sapere dove vadano.
Nessuno sa se il tempo assieme lo trascorrono facendo l’amore, giocando a nascondino o semplicemente coccolandosi con tutta la dolcezza di questo mondo.
Solo i loro angeli sanno.
Che si sono trovati in un giorno come tanti, in cui il vento freddo faceva sbuffare uno studente maldestro e un opaco tramonto sanciva la fine della ricerca di scienze.
E invece quel giorno.
Quel giorno è andato come nessuno si aspettava andasse.
A volte succede.
Lasciati andare.
E se passi per Milano e vedi due ragazzi su una Colnago rossa, non invidiarne il loro sorriso, è identico al tuo, solo che devi solo aspettare il soffio del vento.
E se chiudi gli occhi l’angelo ti aiuta.
Buona giornata Bibi!
 



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