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La paga di Concettina 


scritto da MARIO GIUSEPPE PROSPERONI il 15-12-2011 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Negli anni '70 le organizzazioni sindacali sanitarie non sembravano molto agguerrite.
Datavano solo dal 1968 e dal 1969 la legge ed i decreti di riforma ospedaliera che davano una svolta all'assistenza per cui le amministrazioni degli ospedali non erano ancora disponibili a recepire i primi accordi e a dare sistemazione al personale paramedico ed ausiliario, mentre il personale medico soltanto da pochi anni beneficiava della sicurezza nel proprio ruolo fino all'età della pensione, eccetto i primari che da sempre, invece, godevano della stabilità del posto.
Quindi c'era chi lavorava da anni negli ospedali senza alcuna sicurezza del proprio stato perchè poteva essere licenziato in qualsiasi momento e così perdere quella misera paga che gli veniva corrisposta anche in compenso delle molte ore di straordinario che, in silenzio, effettuava e pure sorridendo e ringraziando chi sfruttava il suo lavoro.
Guai a reclamare o farsi vedere un po' scontenti o soltanto stanchi: bastava assai meno per sentirsi dire: "Senti, il lavoro è diminuito. Da domani non venire più", oppure, più crudemente, come un minaccioso avvertimento per gli altri: "Mi dispiace; ma per te non c'è più da fare".
E' chiaro che in un siffatto clima, chiunque avesse bisogno di mantenere una famiglia, faceva carte false per mantenersi il posto, lavorando di gomito, ossequiando i propri superiori-padroni, cercando di essere nei loro confronti il più servizievole possibile, anche fuori dell'ambiente ospedaliero, in qualsiasi ora o giorno anche festivo, magari portando l'omaggio floreale per la festa di qualcuno di casa, o i frutti della terra o delle galline, e pure i funghi, più graditi se ferlenghi.
Il superiore-padrone non disdegnava tutto ciò, anche se non gli importava più di tanto, per l'abitudine. Egli aveva in mano il potere ed era orgoglioso di esercitarlo sulla povera gente che, pure se stanca, offesa e mortificata dall'attentato alla sua stessa condizione umana, seguitava a sorridere, ad annuire in silenzio, a farsi vedere grata per la bontà dimostrata nei suoi confronti. Salvo poi, nel silenzio della propria casa e durante qualche inevitabile presa di coscienza del proprio stato, piangerci sopra, con l'impotenza dello schiavo.
La situazione che trovai in un ospedale del viterbese quando vi andai, non era dissimile da quella di tanti altri ospedali.
Come medico e, quindi, facente parte della casta, anch'io potevo prendermi una fetta di quel potere, oppure, più semplicemente, lasciare che le cose filassero così, con suor Paolina che disponeva, faceva e disfaceva; con un primario che avallava tutto ciò che non contrastasse con la sua supremazia e purché seguitasse ad essere informato di tutto in modo da mantenere inalterato il suo dominio; con un presidente cui bastava la nullità di chi lo circondava, anche nel consiglio di amministrazione e tra gli addetti, per essere il migliore e far prevalere la sua "intellighentia", sempre, però, in collegamento con gli altri due, una vera e propria trinità.
I sindacati che difendevano le istanze di tutti quei precari cercavano di far comprendere all'amministrazione quanto fosse ingiusta la situazione, seguitando a battere inutilmente una porta che, oltre che chiusa, restava anche ottusa. E quando mai, chi aveva il soldo in mano, si sarebbe piegato ad elargire pane e sicurezza a tante persone? Che cosa ne avrebbe guadagnato? La gratitudine? Ma cos'è questa parola che suona tanto di sentimento, d'amore e d'umanità?
Lo capii quando il primario, accortosi del mio interessamento verso il personale, mi convocò in camera caritatis e mi disse: "Ma lo sa lei che se a certi tipi dà un dito, questi poi si prendono una mano? Badi agli interessi che riguardano noi medici e lasci stare, vedrà che ci guadagna di più".
Lì per lì restai senza parole. Allora era questo che si voleva, cioè comandare esseri che, per necessità, non fossero mai in grado di alzare la testa; insomma individui che, a causa della insicurezza del posto di lavoro, non avessero mai la forza ed il coraggio di dire no, qualunque angheria od umiliazione gli venisse inferta. Ora capivo perchè c'era chi veniva a lavorare con la febbre, chi trascurava la propria famiglia, i propri figli, tutto ciò che lo riguardava. E compresi pure quanto fosse importante, per tanti, anche uno scarso salario in quelle condizioni, purché gli assicurasse un tozzo di pane.
Rabbrividii a questi pensieri e fu più forte di me quando non riuscii a controllare la risposta che, spontanea, uscì dalle mie labbra: "E lei lo sa che quando si ha fame si può azzannare pure un braccio per mangiarselo?".
Fu una dichiarazione di guerra e fui contento quando i sindacati riuscirono ad organizzare una serie di azioni che obbligarono l'amministrazione ospedaliera a prendere in esame i problemi di quei precari e poi a risolverli.
Ma la battaglia più grossa che essi dovettero combattere non fu contro gli amministratori, ma proprio nei confronti degli interessati. Ci volle del bello e del buono, infatti, per convincerli a non aver paura di chi gestiva la loro vita sfruttandola perchè c'era chi li difendeva, soprattutto la legge che era dalla loro parte.
Fu proprio questo lo scoglio più grosso che i sindacati dovettero superare e gli amministratori riuscivano a resistere perchè contavano proprio sulla disunificante paura dei liberti per vincere la battaglia. Ma, alla fine, dovettero piegarsi su tutto il fronte.
Concettina fu l'ultima a cedere.
Questa era una donnina che non si fermava mai e che, con la scopa e lo strofinaccio, dalla mattina alla sera, si intrufolava ovunque ci fosse bisogno di pulire di tutto, di vuotare padelle e pappagalli, di lavare ed asciugare stoviglie, di detergere sostanze organiche, di cambiare, lavare, asciugare, stirare lenzuola e federe, senza orario, senza sosta.
Non si riusciva a comprendere tanta energia in una donna così piccola, neppure ad immaginare che fosse mamma di quattro figli, e come facesse ad accudire anche alle sue incombenze familiari. Una risposta si ebbe quando si venne a sapere che il marito era un inabile disoccupato, che era lui a provvedere alla casa, mentre su di lei pesava l'onere di guadagnare quei po' di soldi che servivano a comprare il minimo per la sopravvivenza di tutti.
E lei, quello scricciolo di donna, era la più disperata di tutti e difendeva la sua schiavitù con tutta l'anima. Meglio schiava con un po' di pane sicuro, piuttosto che libera con un incerto avvenire. Era questa la sua filosofia ed era questa la sua resistenza per non lasciarsi coinvolgere in una lotta sindacale il cui esito era incerto.
Ma arrivò la vittoria: tutti furono inquadrati in ruolo, ebbero il giusto salario con una decorrenza di circa 3 anni e gli arretrati.
Finalmente arrivò il gran giorno in cui giunse la notizia che all'esattoria c'erano i soldi e ciò venne detto anche a Concettina che non ci credette e non andò a risquoterli. La donnina non riusciva a capire che era vero e che poteva contare su un buon gruzzoletto.
Ci parlai: "Concettina, ci sono parecchi soldini tuoi che ti aspettano all'esattoria. Basta che ci vai e te li danno".
"Dotto'," mi rispose, "a me non mi deve niente nessuno. Io poveretta sono e poveretta resto. Qui, se non si lavora, c'è poco da mangiare ed io non posso essere licenziata perchè ho quattro, anzi cinque bocche da sfamare".
Poi Concettina si convinse quando le mostrai un permesso per assentarsi dal lavoro per andare all'esattoria; però questo le dovette essere consegnato dalla suora-padrona che, ormai, di fronte alla nuova situazione che si era creata e avendo saputo di Concettina, cercò di aiutarla, forse rendendosi anche conto di non essersi ben comportata nel passato e che non era più il momento di tirare la corda.
Quel mattino mi appostai nei pressi dell'esattoria per vedere come si sarebbe comportata Concettina e la vidi arrivare da una stradina con tutta la sua famiglia, un maritino zoppo e 4 figli a scaletta. Tutti si fermarono all'angolo e, dopo un breve conciliabolo, Concettina si avviò per via Tirreno da sola, guardandosi intorno. Un po' di titubanza, ma poi la donna si fece coraggio ed entrò nell'esattoria, mentre il marito si adoperava a tenere a freno i quattro figlioletti che tentavano di seguire la madre, mentre,invece, dovevano restare nascosti e non farsi vedere. Se fosse stato uno scherzo?
Passò un po' di tempo, forse tanto, ma ecco che Concettina riappare sulla porta con un pacchetto che seguitava a rigirarselo tra le mani, incredula. Poi alzò la mano, come un segnale e, di colpo, tutti i suoi bambini, il maritino zoppicante, con grida di gioia, le andarono incontro, che dico?, le si buttarono addosso, l'abbracciarono e fu un groviglio di corpi, i ragazzini, uno sull'altro, come in un gioco e, Concettina, a gridare: "Era vero, era vero! Ora le scarpe, le magliette, tutto! O Dio! O Dio!".
E tanta gente intorno con il sorriso sulle labbra e con gli occhi umidi.
Eravamo in parecchi, quel giorno, a spiare Concettina.
 



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