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Il ritorno 


scritto da ALESSANDRA GREGORIO il 05-10-2011 Stampa il racconto Scrivi un commento Leggi i commenti 
Suo marito era tornato.
Dopo trentadue anni di assenza più o meno giustificata da: “Impegni di lavoro” e “Passioni che tu non puoi comprendere”, si ripresentava sulla soglia della sua vita con l'atteggiamento, tra lo sconfitto e l'indomito di un vecchio eroe in cerca di pace.
Certo che, con quella fronte, un po' troppo spaziosa perché perfino il più generoso degli osservatori potesse considerarla indice d'intelligenza, piuttosto che calvizie. Il ventre, la cui evidente propensione ad entrare sempre per primo in una stanza, altro non si poteva definire se non adipe e i baffoni sale e pepe, fatti crescere per mimetizzare il labbro superiore, divenuto caduco a causa della protesi dentaria, più che ad un eroe, suo marito la faceva pensare a un vecchio e basta.
Eppure, con la sua tipica arroganza e la fastidiosa fiducia nel proprio fascino virile, che sempre lo avevano contraddistinto, non perdeva occasione di lanciarle dalla poltrona, con la quale ormai formava un unico corpo, occhiate ammiccanti del tipo “Che ti farei...”
Forse il rivoletto di saliva all'angolo della bocca se lo immaginava lei, ma il quadro d'insieme le riusciva in ogni caso ripugnante.
A volte un po' si vergognava dei sentimenti poco benevoli che provava nei confronti di quello che, molto in fondo e molto, molto tempo prima, aveva eletto a compagno della propria vita. Vergogna che subito si dissolveva, al ricordo degli anni trascorsi ad aspettare, con l'incrollabile fedeltà di un cane, che suo marito tornasse in se stesso e a casa.
Per essere giusti a casa tornava quasi ogni sera, solo che non si sapeva mai quando né quanto si sarebbe fermato.
Di solito si concedeva alla famiglia per il tempo della cena, consumata autocelebrandosi poi, adducendo senza rimorso ritriti impegni di lavoro, si volatilizzava fino alla cena seguente.
Quando lei, la fortunata che dopo il lavoro tornava a casa a pulire, lavare, cucinare e badare ai tre figli, distrattamente concepiti dall'iperattivo consorte tra un'entrata e un'uscita, tentava di attirare l'attenzione sul fatto che un po’ di sostegno avrebbe creato un piacevole diversivo, un silenzio annoiato calava nella stanza, finché un: “Cambiando discorso...” riportava l'attenzione generale sul grand'uomo.
Per anni, accecata dall'illusione dell'amore e convinta che fosse suo dovere far funzionare le cose, si era fatta piacere tutte le insopportabili stravaganze del marito: le disattenzioni, le mancanze, perfino i tradimenti che lui, con la leggerezza che solo una profondissima stupidità poteva giustificare, le aveva imposto.

Poi, improvvisamente, si era svegliata.
Non era stato un risveglio sereno, ma piuttosto il sollievo doloroso di chi vede sorgere il giorno dopo una notte insonne, terminata al pronto soccorso con una colica renale: il mattino dopo staresti meglio morto.
Riprendersi la propria vita è sempre una gran fatica, se poi capisci di averla data in pasto a un porco, diventa una vera impresa ridare ai pezzi sparsi forma umana e dignità.
E' vero che si giura, pronunciando quella frase che, a ripeterla, sfrondata di fiori e confetti, suona più minacciosa di una condanna all'ergastolo: “Finché morte non vi separi”. Anche perché, ormai, l'ergastolo non lo sconta più nessuno. Trent'anni al massimo che, con attenuanti, buona condotta e indulti, diventano la metà quindi, la sua galera l'aveva fatta e ora poteva permettersi di provare, senza sussulti di coscienza, un sano astio verso il “coniuge prodigo”.
Ci erano voluti cinque anni, dopo la sua alba di resurrezione, ad accettare l’evidenza che, per suo marito, non era stata altro che una tuttofare gratuita e a liberarsi, almeno psicologicamente, della assurda dipendenza verso quell’uomo.
Altri ne aveva impiegati a ritagliarsi, a fatica e in punta di piedi, piccoli spazi per se stessa: una passeggiata solitaria la mattina presto, qualche vecchio film goduto in solitudine, nei lunghi pomeriggi d’inverno, tanti libri a farle compagnia di notte, mentre il caro coniuge si dedicava alla sua attività preferita: il randagismo sessuale.
A poco a poco aveva smesso di aspettare il ritorno del gaudente Ulisse, l’ansia dell’attesa l’aveva abbandonata, lasciando il posto al timore che lui tornasse troppo presto a rubare il suo tempo.
Ora tutte le sue paure si erano avverate: la pensione e gli acciacchi le avevano restituito il marito, egoista e invadente come non mai e assolutamente deciso a far valere tutti i suoi diritti, senza esclusione.
Aveva cominciato chiedendo la colazione a letto, adducendo un perenne mal di capo che si placava solo dopo il primo caffè, poi aveva preteso di accompagnarla nella sua passeggiata quotidiana, rovinandole quel piccolo piacere con continue lamentele e infinite, insulse chiacchiere a soggetto unico: se stesso.
In casa si era impossessato di tutto, non c’era angolo che non portasse l’impronta del suo passaggio: posacenere stracolmi, bicchieri usati, giornali spiegazzati e mai letti…
“Marca il territorio” pensava lei con amarezza, rincorrendolo nel tentativo di evitare principi d’incendio per un mozzicone mal spento gettato sul tappeto o un allagamento causato da un rubinetto dimenticato aperto.
Non appena la vedeva seduta, magari con un libro, diventava assurdamente loquace: neppure l’ostentato silenzio di lei lo scoraggiava. Quando si rendeva conto di essere l’unico interlocutore di sé stesso, smetteva di parlare e cominciava a cantare.
Il televisore era divenuto dominio privato del caro coniuge, che si premurava di strapparle di mano il telecomando e cambiare immediatamente canale non appena lei si azzardava a sintonizzarsi su una trasmissione di suo gradimento.
“Ancora ‘sta lagna! – esclamava con disprezzo, poi aggiungeva- sei sempre stata vecchia dentro tu, non come me…”
Per dimostrarle l’ inossidabilità della propria gioventù suo marito la braccava continuamente, con quel mezzo sorrisetto sornione e lo sguardo ammiccante, la inseguiva per tutta la casa, senza perdere occasione per palpeggiarla o alludere, neppure troppo sottilmente, alle meravigliose vette che lui avrebbe potuto farle raggiungere, se solo lei fosse stata meno “frigida”.
Si rivolgeva a lei usando quel termine con una frequenza insopportabile e con quel tono tra l'annoiato e il disgustato che erano sempre stato il suo marchio di fabbrica, quando lei non agiva o reagiva secondo le sue aspettative e i suoi desideri.
Esasperata dall'atteggiamento del marito un giorno perse il controllo e, vomitandogli addosso tutte le mancanze di anni, gli disse di togliersi dalla testa, una volta per tutte, che tra loro potesse esserci qualcosa di diverso da quella convivenza coatta che, anzi, lei sperava di poter presto interrompere definitivamente.
Il marito reagì lasciando cadere dall'alto una delle sue frasi ad effetto: “Hai le mestruazioni oggi?” poi tutto continuò come se nulla fosse stato detto.

Accadde in un giorno come tanti.
Mentre lei si affaccendava in cucina il marito, sprofondato nella solita poltrona, sbuffava come una locomotiva a vapore, maledicendo la noia Fu un attimo, lei gli passò inavvertitamente accanto, lui l'afferrò e la costrinse a sedersi sulle sue ginocchia.
“Ohohoh - esclamò maliziosamente mentre la tratteneva – mi sei caduta sull'uccello!”
Le pareti erano onde bianche, poi divennero spirali rosse, vorticanti come girandole impazzite, un calore innaturale le salì al volto, asciugandole la gola e velandole lo sguardo.
Concentrò tutta la sua volontà sulla mano destra, che ancora impugnava il coltello usato poco prima per disossare il maiale. Il braccio si sollevò in alto, rigido, preciso, poi piombò, come un fulmine.
Il coltello si conficcò nel torace di suo marito, spaccandogli il cuore e cancellando per sempre dal suo volto quel mezzo sorriso ammiccante.
“Scusa caro, mi sei caduto sul coltello!” disse lei alzandosi.
Un meraviglioso silenzio riempiva la stanza.
 



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