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La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare (A. Schopenhauer)
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Nascondi abstract Una vita in punta di penna

Scelto da Edom70.

Una vita passata ad accudire nipoti e a preparare la pasta fatta in casa per il pranzo della domenica. Scatole di latta piene di biscotti spesso un po' mollicci e tazze da the sempre pronte a spuntare fumanti all'arrivo di un ospite.
Chi di noi non ha una zia Sofia nei ricordi d'infanzia?
E se ci accorgessimo all'improvviso che quel grigio degli abiti e quei capelli fissati con la lacca servivano solo a mascherare la vera essenza di quella donna che ricordiamo?
Questo è il punto di partenza che madele ci regala per una nuova staffetta di scrittura.
Grazie di cuore.


Chiedi alla polvere    sfoglia 
Cap. 1 scritto da madele il 13-11-2009 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Cosa succede quando muore una persona che ami molto? Ti senti lacerato, certo...Ti senti svuotato di una parte di te... Soffri, è ovvio...
Ma c’è una sensazione strana che, da sempre, mi accompagna ogni volta che qualcuno che mi è molto caro se ne va: il senso di colpa....sempre.... Non so come possa accadere, ma ogni volta che è morta una persona a cui tenevo, ho sempre pensato di essermi risparmiata troppo mentre era in vita...
Per quanto io possa fare o dire a qualcuno che amo, nel momento in cui lo perdo, sento di non aver detto o fatto abbastanza.
Zia Sofia è morta. Ed eccomi qui: la solita sensazione di ingratitudine verso l’universo, per non aver goduto appieno della presenza e dell’umanità che mi era stata regalata e per non essermi donata abbastanza. Ed ancora, come sempre, sono con la testa tra le mani, a chiedermi se avrei potuto fare qualcosa di più per lei...se avrei potuto farla ridere di più...se avrei potuto farle più compagnia, per alleviare la sua solitudine... che ne so...o qualsiasi altra cosa.
Eppure l’ho assistita in questi mesi. L’ho aiutata a mangiare quando le tremavano le mani. Ho ascoltato con molta attenzione le sue follie di anzianità ed i suoi racconti di nostalgia. Mi sono fatta trasportare per ore, attraverso i suoi racconti nebbiosi, tra parenti scomparsi e sconosciuti, fingendo di ricordarne i nomi ed i volti nelle foto accartocciate. Le sono stata accanto mentre cucinava i piatti che sono la tradizione culinaria della nostra famiglia, cercando di carpire i segreti di una persona che non aveva ricette, a parte se stessa e le mani esperte di anni passati davanti ai fornelli.
Eppure... no! Anche questa volta sono seduta a chiedermi cosa è mancato... Avrei dovuto dirle più spesso quanto era stata importante nella mia vita. Avrei dovuto trascorrere più tempo con lei. Sicuramente tante e troppe le cose non fatte o non dette, per rimediare ora.
Viveva da sola zia Sofia, nella casa che era stata dei miei nonni, di mio padre e dei miei zii. Era la sorella di nonna e non si era mai sposata. Aveva fatto da mamma a mio padre ed ai suoi quattro fratelli. Ed aveva fatto da nonna a me, ai miei fratelli ed a tutti i miei cugini. Come una nonna.... E, forse, più di una nonna.
La cosa più dura, ora, è dover entrare nella sua intimità, negli armadi, nei cassetti, nella libreria: la casa va svuotata....
Forse si deciderà di affittarla o di venderla, non lo so. Non aveva molto, zia...niente di importante o di prezioso. E’ passato troppo poco tempo dalla sua scomparsa e nessuno se la sente di andare a frugare nelle sue cose, per vedere cosa sia recuperabile, cosa debba essere regalato, cosa eliminato.... Una delle zie ha anche proposto di non perdere tempo e di buttare via tutto.... Ma io non voglio assolutamente. Le sue cose meritano il massimo rispetto: i suoi vestiti migliori li doneremo e gli oggetti a cui era affezionata, se nessuno li vuole, li terrò io..... La sua vita non è nelle cose che aveva, certo. Eppure ho sempre creduto che un po’ della nostra anima resti negli oggetti che abbiamo toccato, utilizzato, curato. Voglio conservare un po’ della sua anima, continuando a prendermi cura di alcune delle sue cose... o, almeno, di quelle che mi daranno la sensazione di essere state importanti per lei. Ho anche voglia di custodire i suoi segreti, di proteggerli. Di non sgualcire i suoi ricordi.
Lo farò per lei. Anche se so che non basterà a farmi sentire meglio, o in pace con me stessa.
O forse.... ad essere del tutto onesta...lo farò per me.... Ho voglia di sapere di più di lei.
Mi sono sempre chiesta come facesse a trascorrere tanto tempo da sola, senza soffrire di solitudine. Io non riesco a stare mezz’ora in macchina, nel traffico, senza sentire il bisogno di telefonare a qualcuno per parlare. Come se riempire i miei minuti di rumore possa servire a comunicargli un significato maggiore.
Dopo che anche noi nipoti, cresciuti, avevamo preso il volo, in casa dei nonni, prima sempre piena di vita e di rumore, era sceso un pallido silenzio, rotto soltanto dal rumore degli elettrodomestici o del televisore. Certo, andavamo spesso a trovare zia ...io, i miei zii, i miei cugini. Ma, comunque, negli ultimi anni, lei passava moltissimo tempo in casa da sola, nel silenzio e senza nessuno.
Eppure, quando andavo a trovarla, mi accoglieva sempre serena e sorridente: il volto di una vita appagante, appagata e serena. Mi ero sempre spiegata questa tranquillità con l’idea di una saggezza che deriva dagli anni, dall’esperienza e dai ricordi.
Ma oggi mi piace pensare che zia avesse un segreto e che stare un po’ in casa tra le sue cose possa consentirmi di scoprirlo... e pensare che proprio io debba conservarlo per lei. Dove può essere custodito il mistero di una solitudine felice? Da cosa è tradotto?
Bei ricordi? Fede? Amore? Forza d’animo? Fantasia?
E dove si proteggono queste cose? Armadi? Cassetti? Libreria? Nel cuore?
Potrei iniziare dagli armadi....In fondo, il posto più insolito per trovare qualcosa, ma il più banale e scontato dei nascondigli, sono le tasche dei vestiti, o le tasche interne delle borse...
Prenderò una valigia in cui riporre gli abiti migliori da portare in parrocchia. Le cose inservibili le metterò in una grande busta per eliminarle.
La casa è molto piccola e zia aveva un solo armadio. 4 ante, usate una per ogni stagione. Diceva che così non aveva bisogno di fare il “cambio di stagione”: bastava, semplicemente, chiudere uno sportello ed aprirne un altro. Soluzione intuitiva e semplice per un problema che affligge la maggior parte delle persone. Ai primi freddi, o ai primi caldi, si trascorre almeno un week-end salendo e scendendo dalla scala per riporre in alto i vestiti fuori temperatura e tirare giù quelli più adatti. Ma zia...lei no! Non aveva tempo da perdere lei: tutto a portata di mano, per fare più velocemente. Come se avesse chissà cosa da fare...mi ero spesso sorpresa a pensare...
Prima anta: inverno. Per prima cosa frugo tutte le tasche, nella romantica speranza di trovarci qualcosa di magico. Ma, a parte qualche fazzoletto e pochi spiccioli di vecchie lire....niente.
I cappotti sono veramente fuori moda, ma caldi, puliti ed in buone condizioni. Li piego con cura e li infilo in valigia. Così le gonne e le magliette di lana. Tutte uguali: taglio maschile, a polo: colletto e manica lunga. Qualche maglione a giacca e nessun pantalone: zia non ne usava.
Procedo velocemente con le altre ante...autunno, primavera, estate. Nessun segreto...solo un po’ di abiti vecchio taglio e fantasie di epoche trascorse. Cerco di recuperare il più possibile: non mi è mai piaciuto buttare le cose. E non ho voglia di iniziare proprio con le sue.
Nelle vecchie borse... nulla di nulla. Solo un paio di santini consunti. Qualche fazzoletto ricamato. Qualche pacchetto di fazzoletti di carta. Trovo, in una tasca interna, un Rosario a forma di anello. Lo terrò io.
Sono un po’ delusa. Ho assoluto bisogno di dare un senso a questa triste e necessaria operazione di rimozione....

Niente…ho rovistato ovunque …cassetti, borse, armadi. Ho riempito due valigie, un bustone ed una busta piccola, con chincaglierie e ricordi che intendo conservare.
Devo rassegnarmi e lasciare andare la mia speranza: nessun mistero da svelare, nessuna ricetta segreta della felicità. La zia conduceva una vita normale, da sola. Ed era capace, così, semplicemente, di godere delle sue giornate. Senza alcun bisogno di riempirsi il tempo con altro che non fosse la sua vita normale. La zia sapeva vivere lentamente, respirando con il naso, amandosi e vivendo il suo tempo, sola con sé stessa.
Non so. Un po’ mi dispiace. L’idea di poter scoprire qualcosa di magico aveva anestetizzato il dolore. Ed ora....ora sento riespandersi la consueta sensazione di insufficienza e di inadeguatezza.
Mi ci vuole un the. Un the caldo, per riordinare le idee, per respirare ancora un po’ il profumo del passato.
Ricordo quando ero piccola…ogni tanto mia madre e mia zia lasciavano me, i miei fratelli e i miei due cugini qui in casa con zia. E lei, durante il pomeriggio, per merenda, preparava il croccante per tutti.
Faceva scaldare lo zucchero piano piano, mischiava le nocciole. Poi lo faceva raffreddare sul tavolo di marmo. Ricordo quel rito pomeridiano come fosse oggi. E noi, piccoli, con il naso all’insù, a respirare la dolcezza di quei momenti ed ad assaporare già, soltanto con l’aroma che veniva dal pentolino sul fuoco, quella rara prelibatezza. Un the…sì…su quello stesso tavolo di marmo. Le cose sono ancora tutte nella credenza. Forse dovrò pulire anche quella. Togliere le briciole, i granelli di zucchero. Portare via le cose da mangiare. Sì, dovrei, ma non ora. Sono troppo stanca di pensare e di proiettare me stessa dal presente, al passato, al presente. E questa fitta...questa fitta che non passa . Questo odore intenso di vita che penetra le narici, che brucia l’anima…L’acqua bolle. Il the è nella credenza. The anonimo, economico, buonissimo. Ma non trovo lo zucchero. Nel barattolo è finito. Forse ce n’è un pacco di scorta nell’armadio a muro. Zia usava quell’armadio da credenza e da sgabuzzino. C’è un po’ di tutto dentro: pentole, accessori da cucina, piatti vecchi spaiati, olio, sale, pasta ed altre cose di riserva da mangiare.
E ...cosa è quella cosa lì dietro? … una scatola di biscotti. Mi ci vogliono proprio dei biscotti. Sono biscotti danesi al burro.
Non pensavo che a zia piacesse questo genere di dolci. In genere mangiava soltanto pane tostato e marmellata, ciambelloni o crostate, rigorosamente fatti in casa. Non ricordo neppure che, negli ultimi anni, ci abbia mai chiesto di comprargliene. Da diverso tempo, ormai, a turno, la spesa gliela portavamo noi nipoti…
Saranno scaduti? In effetti…la data impressa sul fondo è di 10 anni fa…Eppure la scatola sembra nuova: è lucidissima e non ha neppure un graffio,. La classica scatola di biscotti stile olandese. Blu ….c’è una teiera disegnata sopra. Ma… E’ pesantissima… Non possono esserci biscotti dentro.
La apro…
Ci sono 4 librettini rilegati in pelle nera. Piccoli, le pagine avorio…come….come piccoli diari, pieni di appunti, scritti con una grafia infantile, ma chiarissima. E ci sono un po’ di penne dentro. Normalissime bic. 8 penne finite. 4 nuove. Tutte nere…. Ed un pacco di lettere annodate con un nastrino rosso.
Ho il cuore impazzito…le guance in fiamme….
Apro un libercolo….e leggo a voce alta le parole scritte sulla prima pagina di sinistra….sulla copertina, in realtà …

…” Che fare, allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, ed altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccelli bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la mia quiete attesa della notte ed una tenue paura dell’abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. Ed io sarò perdonato, per questo e per altro…Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare. …John Fante. Chiedi alla polvere”.

John Fante? Lo scrittore americano dei primi del novecento? Ma…come lo conosceva zia?…non ho trovato libri in giro per casa…Non credevo che leggesse questo genere di libri... Forse aveva finito appena la quinta elementare...
Vado avanti incuriosita. Questa volta le parole sono di zia…credo…

“Chiedo perdono anche io. Chiedo perdono. E chiedo perdono per l’amore che non ho avuto il coraggio di seguire, per gli ostacoli che ho scelto di non affrontare.
E se mai qualcuno troverà queste mie parole, lo prego di raccontarvi di me, anime mie, perché possiate sapere quanto, quanto vi ho amato.
Da sempre....per sempre.
Ed anche se io sono qui, in questa casa adorata, immobile nel mio futuro, il mio pensiero è vivo e scattante e vola continuamente a cercare il vostro volto, le vostre parole, i sogni condivisi ed i silenzi imposti. Sono qui con voi, per voi, in queste ore di inverno. Odio ed amo questa distanza nel tempo, e nello spazio, che, dolcemente e crudelmente mi avvicina e mi allontana, lasciandomi fluttuare nella speranza e nella consapevolezza che la mia vita, in fondo, abbia ed abbia avuto un senso per merito vostro”.

Sono sconvolta.....cosa è questo? Di cosa parla, a chi e DI CHI parla?
Vado avanti a leggere. Ormai è buio. Accendo una piccola luce.
Il the, lo zucchero, i biscotti restano solo una sensazione sfumata.
 
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