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Una casa senza libri è come un corpo senza anima. (Proverbio yiddish)
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Nascondi abstract MarieRose

Scelto da Edom70.

Da un'altra prospettiva si aggiungono nuovi elementi alla storia. C'è una strega. Cattiva? Vedremo. C'è un "fidato servo ... un po’ macchina, un po’ pianta, un po’ animale e un po’ umano" che non è destinato ad avere un ruolo secondario.
Tutto si muove verso Alaesia e presto sono sicuro riusciremo a collegare tutti questi eventi ed a capire cosa sta succedendo alla principessa MarieRose.
Grazie Toyori per questo nuovo capitolo.


Color tuono   Capitolo Precedente sfoglia Capitolo Successivo
Cap. 3 scritto da Toyori il 25-10-2009 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Il profilo di Aracnidia si stagliava contro la grande finestra della sua biblioteca ed era illuminato a intermittenze irregolari dai lampi del temporale in corso. Come amava dire lei era letteralmente abbagliata di color tuono e a nulla sarebbero valse le proteste di chi avrebbe fatto notare che il tuono non ha colore, il lampo sì, ma il tuono proprio no. Lei era ferma: sono abbagliata color tuono e quando la Strega usava quel certo tono nessuno avrebbe mai osato ribatterle qualcosa.

Così stava eretta, di fronte alla finestra, ferma, mani strette altezza grembo a formare una specie di spirale e guardava la tempesta da una prospettiva che sicuramente non era usuale: lei nella tempesta ci si trovava letteralmente sospesa dentro, lei e tutto il suo castello a forma di ragno, sospesi su una gigantesca ragnatela che dipanava i suoi fili fino ai monti disposti a corona della intera vallata. Nessuno sapeva esattamente come avesse potuto fare una cosa simile. Gli abitanti della vallata di Nynd una mattina si erano svegliati e guardando il cielo erano restati di sasso: là dove prima c’era solo aria nuvole e sole ora c’era una tela di ragno, gigantesca, impensabile. E al centro della grigia apparizione c’era qualcosa di nero che ricordava le forme di un ragno. Quando sopraggiunse la sera di quell’infausto giorno tutti poterono osservare che la nera struttura si illuminava di piccoli ritagli, come se fossero state finestre, come se fosse stato un edificio. Ma chi mai avrebbe potuto abitare un ragno? L’agitazione degli abitanti crebbe di giorno in giorno, nessuno capiva, nessuno sapeva. E continui erano i tentativi di fare un punto comune, di decidere qualcosa.

Sicuramente la situazione sarebbe degenerata se all’improvviso una mattina non avessero udito tre potenti rintocchi, come tre rombi di tuono, e la voce chiara e profonda di colei che da quel giorno sarebbe stata conosciuta come la Strega: Io sono Aracnidia e ho scelto questa vallata come mia nuova casa. L’edificio che tanto vi preoccupa è il mio castello, come sia apparso e come si sorregga non è cosa che debba preoccuparvi così come la possibilità che esso vi crolli addosso, niente che da me sia stato fatto si è mai permesso di venire meno ai suoi fini. Non arrecherò disturbo alle vostre vite nella misura in cui non ne arrecherete a me. Per questo vi informo che i vostri pensieri e le vostre ansie rendono l’aria irrespirabile. Ho deciso dunque di farvi un regalo: non accadrà più che i temporali che imperversano in questa regione debbano darvi a noia, non un solo fulmine cadrà sulle vostre case o sui vostri alberi da frutto. Questo è il mio impegno e finché resterò qui lo manterrò. Il vostro compito sarà semplicemente riprendere le vostre vite come se io non ci fossi.

Dopo queste parole tutti ebbero gli occhi pieni di una immagine fugace: videro la Strega e videro che sorrideva loro. Anche se nessuno lo avrebbe ammesso mai restarono tutti cambiati da quella visione. Avevano visto la loro nuova vicina e avevano chiaramente percepito che era potente e che per loro fortuna non avrebbe usato tale potenza per recare loro danno. Erano trascorsi i giorni, le settimane e insieme i mesi e poi gli anni. Niente di strano era accaduto, la Strega non si era più fatta sentire ed effettivamente i fulmini anziché incendiare foreste e case ora si abbattevano sulla gigantesca ragnatela. Come il castello non esplodesse nessuno sapeva ma di certo quello non era affare loro.

E Aracnidia era lì, come spesso le capitava nella stagione delle piogge, a contemplare estasiata i fulmini scaricarsi sulla sua ragnatela. Lei sentiva. Sentiva. Sentiva e non riusciva a non farlo ed era grata alla Vita che le aveva insegnato ad affinare le sue doti e ad essere in grado di aprirsi al mondo per afferrarne ogni mutamento, ogni piega. Contemplava ora il meraviglioso spettacolo ma non riusciva a gustarlo appieno, si sentiva stanca. Erano giorni che qualcosa turbava il suo sonno di norma granitico. Si svegliava all’improvviso senza capire cosa fosse stato a infastidirla o a mettere in allerta il suo istinto. Nulla accade senza motivo. Qualcosa stava accadendo ma lei non ne riusciva ancora a capire la natura. Decise dunque di provare a riposare un po’. A malincuore si distolse dalla vetrata e si diresse verso la sua stanza, si allungò sul letto a baldacchino e iniziò a rilassarsi. Sciolse dapprima i pensieri facendo silenzio e poi lentamente sgranò ogni parte del suo corpo come un rosario partendo dai piedi e salendo su fino alla nuca. Si concentrò sul suo respiro, lo vedeva entrare e uscire e ad ogni alternanza diventava aria essa stessa, pesante e leggera insieme, pesante e leggera insieme, ancora un po’ ancora un… ed eccola leggera come anima e pesante come corpo: si ritrovò a contemplare se stessa riposare ormai addormentata sul letto mentre la sua coscienza era libera di andare ovunque avesse voluto. Questa era una delle tante capacità acquisite negli anni che l’avevano resa ciò che era: il dono di lasciare che il corpo si riposi in modo assoluto e conservare se stessa per approfondire altri mondi, altri luoghi che avrebbe impiegato anni per raggiungere fisicamente o che al corpo erano del tutto preclusi. Ora però non aveva voglia di approfondire nulla. Quello era un momento per regalarsi una danza con gli elementi. Attraverso le mura del suo castello e si ritrovò fuori, dentro la tempesta. Se qualcuno avesse potuto vederla sarebbe restato incantato dalla figura di una giovane donna nel pieno del suo vigore, capelli neri, ricci a ciocche, pelle chiara e occhi verde mare quando il fondo è chiaro, che ballava con grazia cavalcando venti e che vorticando con le nubi intrecciava i rami d’elettricità alle sue dita, come se fossero stati suoi ricami. La pioggia cadeva ed erano per lei note, l’oscurità era il velluto del suo vestito, i fulmini erano il formicolio delle sue mani curiose e il tuono era il battito del suo cuore, lei era la regina di ogni cosa, lei era ogni cosa e si sentiva libera e felice e al centro del suo essere, piena, ebbra.

E Aracnidia si ritrovò nel suo letto, sveglia. Ancora una volta il suo sonno era stato bruscamente interrotto senza che lei lo avesse scelto, questo doveva voler dire che era intervenuta una forza esterna e il suo istinto aveva reagito automaticamente richiamando le sue due parti a sé perché lei potesse agire. Era ancora piena del vigore della danza che le dava vertigine ma non esitò e stese intorno a sé fili invisibili di percezione, li allungò in ogni parte del castello lasciando la sua mente aperta in modo da poter reagire a qualsiasi cosa. Cercò e pensava che anche stavolta non avrebbe trovato nulla ma non fu così: all’interno della reggia qualcosa aveva reagito alla sua rete, una lieve manifestazione di magia. La Strega si alzò di scatto, batté le mani e chiamò Zaffiro, dal nulla il suo fidato servo apparve di fronte a lei. Zaffiro, un po’ macchina, un po’ pianta, un po’ animale e un po’ umano, ogni volta che lo guardava il suo cuore si commuoveva pensando alla bellezza di quegli inspiegabili incroci e ogni volta il suo cuore si stringeva chiedendosi se lui amasse quella sua natura unica o se la considerasse una maledizione. Ma non ora, non ora pensò. Hai sentito niente? Gli chiese mentre iniziava a correre verso il punto in cu aveva percepito qualcosa. No mia regina, nulla, cosa vi turba?

Ho forse trovato ciò che interrompe il mio riposo in questi giorni, vieni con me.

Svelti e silenziosi attraversarono scale e sale aprendo porte la dove non se ne vedevano e attraversando mura che erano solo illusione. Raggiunsero il centro del castello. La sala del cuore dove la Strega aveva allestito il suo laboratorio più segreto e prezioso. Qui erano tenuti i libri rari, le sue ricerche, i suoi diari e gli oggeti magici più potenti. Aracnidia passò in rassegna con gli occhi dell’anima la stanza cercando il filo che prima aveva reagito e lo trovò che si perdeva in una delle vetrine. Corse ad aprirla e le occorse qualche secondo per capire che l’oggetto che aveva destato al sua attenzione era una foglia racchiusa in una sfera di giada. Una foglia dell’Albero. La foglia che molto tempo prima, quasi in un’altra vita, lei stessa aveva strappato e portato con sé. La foglia era macchiata di rosso e brillava a tratti come una candela sul punto di spegnersi. La foglia stava morendo. Dopo tutti quegli anni la magia che la pervadeva e rendeva viva si doveva essere incrinata. Questo dunque l’aveva svegliata: Il collegamento con l’Albero che a tratti si rompeva e ricreava doveva aver messo in allerta i suoi sensi. Era il segnale che pensava non sarebbe vissuta abbastanza da poter ricevere e invece eccola lì a stringere una sfera che le diceva insieme che i tempi erano maturi e che lei avrebbe dovuto tornare a lottare per realizzare i suoi desideri. Si chiese cosa sentisse in quel momento ma non sapeva darsi una risposta certa. Era… era… che cosa era? Io sono i miei desideri, lo sono sempre stata. Io sono ciò che ho desiderato. Ho seguito i miei desideri come una bussola segue il nord e ora è giunta la possibilità di realizzare quello che forse è il mio ultimo desiderio.

Zaffiro era dietro di lei e non aveva detto nulla sapendo che nei momenti importanti era bene lasciare alla Strega il tempo di scegliere quando rompere il silenzio, quella volta l’attesa fu breve, Prepara tutto il necessario perché stiamo per partire e non fu certo necessario che la sua Signora si girasse per sapere che quello era una richiesta rivolta a lui che silenzioso come un’ombra iniziò a esaudirla. Aracnidia schioccò le dita della mano destra e parlò concentrandosi Racnodrom destati dal tuo sonno, è ora di mettersi in cammino poi fu come se il castello venisse scosso dalle fondamenta, un terremoto lento, come un borbottio di chi si sveglia suo malgrado Mia Signora dopo tanti anni ancora volete andare viaggiare, non siete stanca? Non avete imparate che ogni luogo è il tutto e che vagare è inutile?

Insolente! Sorrise la strega suo malgrado Dove vado sono affari miei e cosa io abbia imparato o no non è sottoposto a tuo giudizio. Dobbiamo muoverci, ho una meta che intendo raggiungere quanto prima.

Dove devo dunque portare le mie vecchie ossa?

Nella terra di Alaesia, al castello della famiglia reggente. Un secondo fremito scosse l’edificio ma stavolta non era un borbottio sommetto, era un grugnito di protesta. Mi prendete in giro mia Sovrana? Sapete perfettamente che quello è luogo a noi precluso, se vi entrassi mi sbriciolerei e non intendo morire.

Non ti preoccupare di questo, ho appena avuto conferma che la magia che ne garantiva la barriera sta venendo meno. Decideremo lì se potremmo accedervi o se sarò io sola a varcarne la soglia.

Come ordinate così sarà fatto, partiremo non appena la tempesta sarà terminata, poiché il viaggio sarà lungo desidero assorbire ogni fulmine che il cielo vorrà regalarmi.

Va bene ma non essere ingordo sono anni che ne mangi, sei più sazio e pieno ora di quanto tu non sia mai stato nella tua vita. E la strega voltò le spalle tornando nelle sue stanze e fu lieta di sentire che stavolta il castello non borbottava né grugniva ma sommessamente

rideva.
 
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