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Tutte le nostre parole non sono che briciole cadute dal banchetto dello spirito. (Kahlil Gibran)
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Nascondi abstract Il gesto dell'idiota

Scelto da Edom70.

PROLOGO
Va’. Va’ e porta a compimento questa mia semplice richiesta: viaggia, viaggia lontano fino a raggiungere quel luogo che nessuno ancora conosce. Ma noi sappiamo che esiste.
E purtroppo pure lui lo sa.
Quindi, ti chiedo di raggiungerlo, e di fermarlo appena vedi segni di una possibile corruzione, di una possibile alleanza, cosicché saremo pronti ad agire e a fermarlo una volta per tutte.
Non ti arrendere. È un compito difficile lo so, ma se ho scelto te un motivo ci sarà: tu vedi oltre le persone, vedi oltre lo spirito e l’anima, sei capace di ascoltare, e capisci quando è il momento giusto per intervenire.
So che non mi deluderai. E ricordati che io ci sarò sempre, ovunque tu sarai, anche se la distanza che ci separa è pari all’universo intero, con i suoi pianeti, satelliti e comete che lo animano e lo fanno assomigliare a un dolce rigogolo che danza beato in un cielo ceruleo.


Non puoi dimenticarti    sfoglia Capitolo Successivo
Cap. 1 scritto da CLEMENTE GIORGINO il 17-08-2012 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
La luce del sole batte forte contro i grandi affreschi ormai quasi completamente rovinati dal tempo. I soggetti che riportano sono sempre gli stessi: santi, contadini in ginocchio con lo sguardo rivolto verso il cielo e le mani a guglia, oppure Cresturti che nuotano con la cosa fuori dall’acqua, o ancora bestie feroci con occhi che paiono fatti di ghiaccio, che appena ti volti verso di loro è come se ti chiamino da un posto molto lontano, silenzioso e profondo, pronti a rubarti la ragione e a divorare la tua carne.   
Quindi, Mesto, un po’ per timore, e un po’ perché il collo comincia a irrigidirsi, riporta lo sguardo al prete.
«Dove ci troviamo fratelli?» comincia il prete mellifluo «nella casa del Signore, giusto? Beh, quando entriamo in un’abitazione cosa facciamo? Salutiamo in segno di rispetto, esatto?».
Tutti si limitano a fare sì col capo.
«Bene, allora, visto che la chiesa è la casa del Signore, alziamoci in piedi, e riveriamolo».
Mesto quindi si alza piano e, sempre con fare molto pacato, comincia a farfugliare un “ciao Signore”, ma è sufficiente alto da fermare il prete.
«Scusi?» chiede lui stupito.
«Ciao» ripete Mesto «ha detto che dobbiamo salutare il padrone di questa chiesa, e io ho fatto quanto mi è stato richiesto».
La risata della gente attorno riporta per un secondo il parroco alla realtà, e quindi anche lui si lascia a un ingenuo sorriso.
«Fratello, che il padre la benedica».
«Fratello, che il padre la benedica» gli fa eco Mesto.
«Scusi, perché ripete quello che dico?»
«Scusi, perché ripete quello che dico? Brrrr, stupido prete, ahh scusi, perché ripete quello che dico?».
Il parroco quindi si domanda se tutto ciò non sia frutto di un momento un po’ così, forse di un’allucinazione, forse il segno che l’età e il tempo stanno avanzando di giorno in giorno senza la minima pausa.
Espressione di disgusto.
Ma ancora una volta è riportato alla realtà dallo schiocco delle dita e della lingua di Mesto. Il prete non fa in tempo a chiedere il motivo di tutta quella scenata che subito l’uomo si rimette a sedere tranquillo e blando. I parenti di Mesto intanto fanno finta di niente, qualcuno si perde a studiare i profili e i lineamenti della chiesa, altri invece che prendono in mano il libro dei canti, e altri ancora che parlano a voce bassa con il vicino.
Il prete poi continua a parlare. «Bene, fratelli, dopo aver salutato il Signore, siamo pronti per la cerimonia.
Cos’è il battesimo? Il battesimo è quel momento in cui un genitore spiana la strada per il proprio figlio. Ma attraverso che cosa?».
«Una pala» risponde secco Mesto, anche se questa volta più nessuno ci fa caso.
«Attraverso la fede. E l’olio che ora passerò sulla fronte dei vostri bambini permetterà loro di cominciare a camminare su questa strada sterrata. E voi, subito dopo di me, farete il simbolo della croce sulla fronte dei vostri figli.
Perché questo, cari fratelli? Perché tutto deve essere ereditario. Il genitore passa la propria fede al pargolo, e il pargolo a sua volta quando crescerà, darà la sua fede alla propria prole».
Espressione di gioia.
Mesto per un secondo si ricorda dei tempi della scuola. Il suo insegnate, il professor Plarto, pretendeva sempre il massimo da lui, anche se non era mai riuscito a capire il perché. Quell’uomo sembrava un diavolo.
«Dai, su, a studiare! Non sei stupido. Hai qualcosa dentro che mi preoccupa!».
«Preoccupa per cosa, maestro?» gli chiedeva Mesto, sempre schioccandosi le dita.
«Che tu mi possa superare».
«E allora perché mi sprona a studiare?».
«Perché così, quando non ci sarà più il sottoscritto, la gente avrà la certezza di rimanere al sicuro per molto, molto tempo ancora». L’alunno quindi si lasciava sfuggire un sorriso altèro. Quel maestro, che pareva un diavolo anche dalla forma un po’ troppo aggressiva e scolpita del volto, Mesto non se lo sarebbe mai scordato.
«Ma fratelli, non bisogna però farsi tentare dal Demonio».
Espressione d’apprensione.
«Ecco» pensa Mesto «parli del Diavolo e spuntano le corna».
Subito dopo qualche minuto l’uomo lancia un verso prolungato composto da tutte le vocali, pronunciate un po’ in ordine sparso, simile al suono che fa una sirena.
«Per fortuna che dopo ci sarà il ristorante. Sto morendo dalla fame» dichiara l’uomo a un signore che gli è seduto vicino.
«Lei non ha fame?» chiede diretto Mesto al poverello.
Espressione d’incredulità.
L’anziano si limita a fare sì con la testa, e a sorridere, come per dire “mi fa molta tenerezza, sa?”.

Il sole, anche se è pomeriggio tardi, continua a splendere denso dall’alto. Dall’insegna del ristorante si capisce che probabilmente i proprietari avranno deciso una volta per tutte di pulire e mettere in sesto qualche parte rovinata.
Sì, perché, sin da quando era piccolo, Mesto ogni sera passava per da lì, quindi notava che il ristorante era sporco e parco.
Ora invece, magari perché i proprietari non vedevano una prenotazione così sostanziosa da anni e anni, la m, la i e la h di “MERTH & TIR” non sono più così sbiadite come prima, anzi, addirittura riflettono la luce del sole.
Gli ospiti del battesimo di Nippa, l’ultima nipotina di Mesto, nata appena pochissimi mesi fa, prendono posto con un’alta dose di scetticismo, ancora dubbiosi sul perché i genitori della bambina avessero scelto proprio quel ristorante, ma in un secondo si devono davvero ricredere di tutto ciò che pensano: l’interno è molto grande, spazioso, con dei muri ocra sorretti da colonne massicce in stile corinzio, talmente massicce che ci vorrebbero due uomini robusti per abbracciarle completamente. I tavoli, fatti di legno di noce, coperti da tovaglie bianche e leggere, sono disposti perpendicolarmente tra loro, come a formare strane geometrie se visti dall’alto. Il soffitto, elegantissimo, è a mosaico, il quale prende la forma di tanti piccolissimi, minuscoli, quasi invisibili puntini, colorati d’azzurro, rosso e giallo, contornati da una cornice di punti neri.
Mesto quindi si ferma a guardare il soffitto per qualche minuto, si concentra su tutti quei colori, e riesce a scorgere in quel mosaico il contorno di un volto. Un volto con occhi grandi, un naso e una bocca piccoli, e un mento arrotondato.
«Ehi Mesto, vieni qua».
Lui strizza l’occhio e quindi si siede.
Arriva subito il cameriere con la prima portata. Un semplice antipasto molto povero, ma che dall’aspetto sembra davvero buono. Elo lo guarda, lo scruta a fondo.
Espressione di concentramento.
La sostanza nel cibo è tonda, verde, e alta due piani.
«Allora, caro cognatino, come va la vita? È un po’ che non ci si sente».
«Eh sì» dice subito Elo «è davvero da molto che non vieni più a casa nostra. Neanche un bel film ci siamo più andati a vedere».
«Eh che ci vuoi fare» risponde Mesto schioccando la lingua «Il lavoro mi porta sempre via tantissimo tempo. A volte arrivo in ufficio in tarda mattinata, e vedi che in un attimo sono già le tre di notte».
«Ma dimmi un po’, avete trovato il rapinatore?».
Mesto si limita a fare no col capo.
«No, però siamo a buon punto con le prove. Sento che non manca molto ormai alla fine».
«E tu invece? Come stai bello?» dice Mesto con una pacca sulla spalla di Mur.
«Bene zio».
Menzogna.
Quindi l’uomo guarda Elo di sottecchi.
«Non glielo dici a tuo zio?».
Il ragazzo però continua a mangiare senza sollevare lo sguardo dal piatto.
«In pratica, tuo nipote mi sta facendo impazzire da cinque giorni perché vuole che lo spedisca a studiare guida».
«E perché tu non vuoi?».
Quindi Elo continua con il suo discorso: «Perché a scuola, in matematica, sta andando sempre peggio. Sì, va bene, in tutte le altre materie ha bei voti, però non può ripetere l’anno solo a causa di una sola. E il pomeriggio, to’, ad esempio, prendi ieri. Stava facendo i compiti di mubibliografia, poi aveva quelli di matematica, e lui cos’ha fatto? Ogni scusa era buona per non farli: devo andare un attimo fuori, torno subito mamma; ho dimenticato di spegnere il televisore...».
Il broncio di prima di Mur pian piano si sta trasformando in un ghigno.
«E quindi, fino a che non vedrò dei piccoli miglioramenti, gli ho proibito anche solo di accennare o di dire la parola patente».
«Eh dai Elo però, non fare così. Guarda che se non prendi a 15 anni la patente, poi diventa più faticoso farla, perché c’è di mezzo l’università».
«Diglielo zio, non mi ascolta mai».
A un tratto Mur comincia a urlare, la vena sul collo gli si ingrossa pian piano, e con lei pure il grande neo marrone vicino alla laringe.
«Sto anche prendendo lezioni private di matematica. Vedrai pa’ che otterrò voti sufficienti».
Quindi Mesto si gira verso Elo, ma prima di incontrare il suo sguardo, un’azione spontanea del suo corpo lo porta ad alzare di nuovo la testa e a scrutare, con gli occhi chiusi a fessura, ancora una volta quel volto sul soffitto. Un’azione che dura neppure due secondi.
«Boh, davvero non so cosa dire» conclude il padre del ragazzo.
Espressione di disorientamento.
«Vedremo Mur. Anche perché poi io ti conosco, so come sei fatto: ami il brivido. La velocità per te non è una paura».
«Eh dai, tutti i ragazzi sono così. Uffa, perché devi sempre rovinare tutto? A quattro anni no la bicicletta, a dieci no il cellulare, e ora no alla macchina? Amo il brivido sì, ma perché è dentro di me. Amo la velocità sì, perché adoro il vento pungente che ti accarezza i capelli. Non sono mica scemo da andarmi ad ammazzare. Scusa tanto se ci tengo alla mia vita. Li ho gli occhi per stare attento, le ho le mani per mantenerle salde sul volante…».
«E hai anche un bel paio di polmoni» interviene subito Mesto.
Il ragazzo ha detto il tutto prendendo un unico respiro.
«Tutto dipende da te e dal tuo comportamento, Mur» risponde Elo un po’ innervosito.
«Però devi ammettere che non è il tipo che fa cavolate» dice Mesto guardando fisso negli occhi il cognato «e poi pensa a te: quando eri giovane non desideravi pure tu provare ad andare veloce, avere tutti gli occhi per te quando passavi con la macchina che ti aveva regalato tuo padre?».
«Sì, ma la macchina l’avevo comprata io. Me l’ero sudato quel gioiellino».
«Non importa papà, ora i tempi non sono più come una volta. Certo, io rispetto la tua opinione, non sarei corretto altrimenti, ma non la condivido assolutamente».
«Ecco» risponde Mesto prontamente «è questo che intendevo con “tipo che non fa cavolate”. Dimmi quale ragazzo ti risponderebbe così…».
Elo non sa che dire.
Espressione ansiogena. Si mordicchia le unghie e si pizzica la pelle sotto il mento.
Intanto Mur si porta le dita ai bordi delle labbra, come a levare i resti del cibo verde di prima.

Il battesimo della piccola Nippa finisce un sacco di portate, risate e fotografie dopo.
«Ora è il turno dello zio Mesto», dice Nema sorridente con lo sguardo rivolto alla bambina.
L’uomo le si avvicina e prende in braccio la nipote. Guarda tutti quei flash di sottecchi. Con la destra mantiene il pomello del bastone, la mano a forma di pugno. Fa qualche posa buffa e sorride alla bambina dandole baci e sussurrandole parole dolci come lo zenzero.
Poi, molti scatti dopo, si gira verso il tavolo su cui sono poggiati tutti i regali per la bambina. Quindi subito lascia cadere il bastone, si siede sulla poltrona e si porta la mano alla bocca.
«Ho dimenticato il tuo regalo a casa» dice con voce molto rauca alla nipotina. Lei quindi fa un piccolo sorriso, come se davvero fosse in grado di capire quelle parole.
Poi Mesto solleva ancora lo sguardo al volto del mosaico, e stavolta, la figura sembra aver preso un’espressione di rimprovero, come a dire “non puoi dimenticarti una cosa del genere stupidotto”.
 
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