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Ascolta, Paula, ti voglio raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta. (I. Allende)
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Scelto da NARNIA.

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Cap. 6 scritto da CLEMENTE GIORGINO il 03-02-2013 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Alt rimane stupito dalla donna, non avendola mai vista prima.
“Ciao Alt, ti presento Lara”, e così facendo lei raggiunge il ragazzo e gli stringe saldamente la mano: “Piacere, Lara, Lara Ralin”. Anche Alt si presenta e subito accenna a un sorriso, pensando che il nome e il cognome della ragazza sarebbero un perfetto scioglilingua.
“Alt, l’ho trovata al centro storico”, comincia Mesto.
“Sì certo, l’ho trovata… neanche fossi un animale..”, risponde lei così prontamente che entrambi gli uomini si stupiscono per la sua prontezza. “Però è vero il fatto che mi ha trovato al centro storico e sono inciampata in una balla di fieno”.
“Sì…”, taglia corto Mes, “E, come ti stavo dicendo Alt, pure lei lavora per la C.R.E.U.T”.
Espressione di sorpresa.
“Perché sei sorpreso Burton?”, comincia lei, sempre con quella sua caratteristica velocità.
“Coma fa a sapere il mio nome?”, chiede Alt allibito.
“Beh perché forse ce l’ha scritto sul distintivo attaccato al petto?”.
“Che idiota! Scusa”, risponde il ragazzo. Quell’etichetta ormai non se la leva quasi più. Quando la sera torna a casa, e si mette altri vestiti, comodi magari per vedere un bel film, o per rilassarsi un po’ mangiando un buon toast, non si preoccupa dell’etichetta che tiene sempre sull’uniforme.
Gliel’ha regalata suo padre il giorno in cui si è laureato. “Agente Alt Burton, al vostro servizio” c’è scritto. E Mesto lo prende sempre in giro: “Neanche fossi un DLA, o addirittura il presidente”, gli ripete sempre.
“Mi scusi un attimo Lara”, comincia Mesto facendo rinvigorire il collega.
“No no io sono una signorina. Mi dovete dare del tu!”. entrambi i ragazzi si limitano ad annuire.
“Ok, stavo dicendo se lavora, eh scusa, se lavori per la C.R.E.U.T. perché non hai i capelli verdi?”.
“Capelli verdi? io? Per carità, mai e poi mai. Guai a chi cerca di colorarmi questa mia treccia”.
“Ehi pa’, domani mi vado a colorare i capelli, perché poi da idenul comincio a lavorare”, gli aveva detto il figlio con un entusiasmo fuori dalle stelle.
“Come sono orgoglioso di te. Allora quindi da domani diventerai un vero agente? Che felicità figlio mio”.
“Sì pa’. Come segno distintivo, tutti quelli della C.R.E.U.T. hanno i capelli verdi”.
“Ma spiegami un po’, verde come? Fosforescente?”, disse il padre scherzando.
“No, ma sei matto? Verde scuro! Poi ovviamente ci sono anche quelli che decidono di fare pure delle sfumature chiare”, rispose Mesto sarcastico.
“E te come li farai?”.
“Verde Menta”, finì il giovanotto sorridendo.
“Eh ma puoi andare in giro così?”, inizia Alt portandosi le mani nei suoi di capelli, come se gli fosse venuto il dubbio che pure lui non se li fosse tinti.
“Perché? Così non stanno bene? Non m’interessa che la gente sappia che lavori per la C.R.E.U.T, davvero”.
“Sì, ma così non sgarri la regola?“.
“Sì, ma chi se ne frega. Tanto non porto il distintivo, e quindi gli agenti che non lavorano con me non possono dirmi niente, perché non penserebbero mai che faccia parte della compagnia. Poi, per il resto, i miei colleghi sanno che sono allergica alle tinte, e le parrucche mi irritano la cute”, finisce prendendo un bel respiro a pieni polmoni.
“E allora perché a me al centro storico hai detto subito che lavori per la C.R.E.U.T?” interviene curioso Mesto.
“Vabbeh, mi è venuto spontaneo. Scusami tanto”, dice mettendo quel paio di orecchini a forma di teschio ben in mostra. “L’importante ragazzi è lavorare. Seriamente”, taglia corto alzandosi dalla sedia in uno scatto improvviso – “A proposito di lavorare, ditemi un po’ di questo animale misterioso che si aggira da due giorni sull’isola”.
“Come fai a saperlo pure tu?”, le fa eco subito Alt.
“Un paio di giorni fa un agente DLA mi ha informata, e m’ha detto di andare subito sulla prima isola”.
“Ma il caso è nostro”, risponde lui con tono molto forte e deciso.
“E io che ne so. Quell’agente ha detto che dovevo venire qui a ispezionare i luoghi in cui è stato avvistato quell’animale”.
“Sì certo, allora adesso il caso diventa di tutti, no?”.
“Calmanti Alt”, dice Mesto poggiando una mano sulla spalla del collega – “Le cose possono variare. Esistono dei casi di cui se ne possono occupare diversi agenti, non solo quelli di una determinata area. E comunque Alt risolveremo lo stesso tutta questa situazione. Ti rendi conto, amico? Se ci riusciamo diventiamo DLA!”, risponde Mesto molto emozionato, dimenticandosi per un secondo della presenza di Lara. Lei intanto lo guarda stupita, con quegli occhi neri più della pece in cui si fa molta fatica a notare dove termina l’iride e dove invece comincia il contorno della pupilla.
“Ok ok, rimane però il fatto che non sappiamo cosa c’entri io in questo caso. Ma se lo risolviamo scopriremo anche il perché. Secondo: abbiamo un animale che gira libero in queste zone da due giorni. Avete altri elementi?”, comincia lei con quella sua voce un po’ troppo acuta.
“Ma scusa, perché ti ostini a pensare che si tratti di un animale? Magari è una persona che fa brutti scherzi travestendosi…”.
“Perché lo pensate?”, chiede la ragazza.
“Devi sapere – le dice subito Mesto – che questa cosa, animale o persona che sia, parla”.
Lara lo interrompe subito: “Parla? Come sarebbe a dire?”. “Sì, hai capito bene, parla. Alcuni turisti ieri lo hanno sentito pronunciare la sillaba “ua” scuotendo elegantemente la testa”.
“Che scena entusiasmante”, risponde la ragazza ironica.
“Sì, all’inizio era strano anche per me. Comunque devi sapere che ha rapito il nipote di un testimone, un vecchio che si trovava all’entrata del parco di Piazza Donca”, e quindi Mes le spiega tutto l’interrogatorio del giorno precedente.
“Ok, allora, se non ho capito male, abbiamo questa… cosa, come la chiamate voi, che gira libera per Donca. All’inizio è stata vista a Piazza Donca, successivamente qua, sotto al vostro ufficio, e infine al centro storico, dove ci siamo incontrati”, conclude rivolta a Mesto.
“Sì”, taglia corto lui.
Ma la ragazza è già pronta con un’altra domanda: “Ma scusa perché quell’animale è venuto fin qua sotto, vicino al vostro ufficio? E poi, da dove è spuntato? Cosa vuole?”.
“Tutte domande che non hanno ancora una risposta”, risponde Alt con fare abbastanza rassegnato.
“Sì, va bene, ma cerchiamo di sforzarci per un secondo. Cosa può volere un essere del genere da voi?”.
“Beh, se la metti su questo piano” – dice Mesto prontamente, come se si fosse già preparato prima la risposta – “Sono sempre più convinto che si tratti di una persona che gioca a qualche brutto scherzo! Che so, può essere qualcuno che non ci vuole tanto bene” – dice ironico, accennando un sorriso al collega  – “può essere qualcuno che si vuole mettere in mostra per cercare di farsi ingaggiare da noi. Davvero, in fondo, ho così tante idee confuse per la testa”.
Intanto fuori smette di piovere, e il sole, opaco e debole, comincia a morire al di là dell’orizzonte.
“Cosa mangi più volentieri?”, comincia Mesto mettendosi a frugare tra la credenza e il frigorifero.
“Mi va bene qualsiasi cosa”. Mes ha invitato Lara a mangiare a casa sua. Quindi prendono posto al tavolo della cucina. Sopra quella tovaglia colorata ci sono molte erbe di bosco, salsa di lamponi, di maionese, una ciotola di darti e un piattino pieno zeppo di semi di zucca.
“Uhmm, questi li adoro”, fa Lara con lo sguardo rivolta verso il piattino. Quindi ne prende uno e tra i denti toglie la buccia molto velocemente, da vera esperta culinaria. “Wow, io non sono mai stato capace di sbucciarli così. Li rompo con il coltello”, dice Mesto sorridente.
“è facile. Dai ti aiuto. Prendine uno, e imitami”. Quindi si porta il seme di zucca tra l’incisivo centrale e quello inferiore. Mordicchia un paio di volte la punta del seme, e come per incanto, la buccia si divide in una metà perfetta, e tra i denti le rimane quindi solo la parte verde del frutto. Mesto la segue nei gesti ma all’inizio morde tutto il seme facendolo finire sul tavolo in tanti piccoli pezzettini. Riprova, scoraggiato, ma ancora una volta succede la stessa cosa. Perciò si arrende, ed entrambi si fanno una grossa risata.
“Ehi, dimmi un po’, con chi vivi?”.
“Da solo”  taglia corto Mesto – “Perché?”.
“La tua cucina è troppo pulita, e un uomo non è mai così pulito”.
“Ah grazie, che carina che sei. Comunque mi dispiace ma io sono un’eccezione. è colpa di mia madre, maniaca dell’ordine”.
“Ah, complimenti allora”, gli dice Lara guardandosi attorno e ammirando per un attimo la casa di Mesto. Non è così grande, però quella pulizia la rende molto carina. La cucina, in acciaio, riflette addirittura tutti i soprammobili, i mestoli appesi vicino al lavandino, le calamite sul frigorifero. Nessun graffio la rovina. Niente. E sul divano di pelle nera ci sono quattro cuscini messi in ordine e composti, quasi a formare un rettangolo.
“Dai, almeno sarà felice la tua ragazza”.
Un fitta di nostalgia invade per qualche secondo tutto il corpo di Mesto.
“Scusa, non dovevo dire così. Ho toccato un tasto dolente per caso?”. L’uomo annuisce.
“Tranquilla, tanto ormai è acqua passata”.

All’improvviso gli ritornano in mente tantissimi ricordi che aveva voluto seppellire una volta per tutte: Erika se n’è andata l’anno scorso. Quando si sono conosciuti per caso, in una discoteca, Mes l’ha invitata a ballare, e ne è completamente rimasto assorbito. All’inizio il fidanzamento è stato tutto rose e fiori, ma man mano andavano avanti i giorni sia Erika che Mesto continuavano a pensare che si stavano allontanando l’uno dall’altra. Come se due parti del loro corpo si fossero staccate e non si riconoscessero più. Erika pensava che era tutta colpa del suo ragazzo e del suo maledetto lavoro alla C.R.E.U.T. Mesto invece, da parte sua, aveva il timore che Erika non fosse più quella di prima solo perché aveva sempre avuto paura che lui a casa, anche nei momenti intimi, le esaminasse il linguaggio del corpo e tutte le sue espressioni.
Ma per Mesto questo è naturale. Non gliel’aveva mai detto, ma alcune volte l’aveva fatto. Espressione di sorpresa, di rabbia, di gelosia. Le braccia conserte, le sopracciglia che qualche volta si sollevavano, le mani che portava sempre giunte.
Man mano che passava il tempo loro continuavano ad allontanarsi. Le loro giornate erano scandite da dei ciao detti a caso, da baci dati forzatamente, da frasi banali a cui nessuno dei due più credeva. Una sera Mesto era uscito per prendere aria, e un’azione spontanea nella sua mente l’aveva portato a tradire Erika con una vecchia compagna di studi. All’inizio entrambi avevano deciso di mantenere il segreto, ma successivamente, siccome il rapporto con Erika non dava segni di miglioramento, Mesto si fece coraggio, e una sera le raccontò tutto.“Questo silenzio in casa mi uccide, Erika. Non siamo più quelli di prima. Sono stato uno stupido a tradirti con Tera, ma il fatto è che mi mancava il tuo respiro sulla mia pelle. Mi manca il tuo sorriso, quei baci che all’inizio mi davi con tanta gioia ed entusiasmo appena tornavo dal lavoro. Allora ero io a staccarti dalle mie labbra per il timore di poterti soffocare. Ma se dobbiamo andare avanti così, preferisco smetterla qua”. Lei non disse niente, se ne andò in camera da letto con fare molto alacre, preparò la valigia ed è uscì di casa ancora con il pigiama e con un paio di sandali rovinati addosso, sbattendo la porta in faccia al fidanzato.
“Addio”, sussurrò piano da fuori. Ma qualcosa diceva a Mesto che doveva abbassare quella maniglia e far rientrare Erika, ma si era bloccato. La ragazza intanto pensava la stessa cosa all’esterno, ma anche lei provava come una sorta di brivido che le vietava di tornare indietro.
Entrambi si arresero, e non si sentirono mai più.

“Scusami Mesto. Davvero, io non sapevo…”.
“Tranquilla Lara. È passato un anno ormai. Non è morto nessuno”, taglia corto lui alzandosi e cominciando a sparecchiare, con Lara che lo aiuta, un po’ in imbarazzo per avergli fatto riaffiorare quel passato turbolento.
“Ok, ora è meglio che vada in albergo”. Mes ha provato nella strada di ritorno a convincere la ragazza a rimanere da lui. Avrebbero scavato più a fondo sulla storia della bestia. Ma lei no, non ha accettato perché era lì da due giorni, e aveva prenotato un albergo vicino a viale Tilmett. Quindi alla fine da Mes si fermò solo a cena.
“Perfetto. Mi raccomando ci vediamo domattina”.
“Puntuale, e grazie per la cena”. Poi Lara si ferma un attimo sulla soglia della porta.
“Mesto?”. Lui la guarda, interrogativo. “Scusa ancora”.
“Dai Lara, t’ho detto di stare tranquilla. Ormai sono solo ricordi sbiaditi di un passato che ho cancellato”, conclude lui accennando un sorriso.
Espressione di compassione.
“Notte”.
“Notte”, risponde Lara e chiudendosi la porta alle spalle, diretta all’albergo.
Si sente molto dispiaciuta per quello che ha fatto. “Non avrei dovuto farlo”. Cammina più veloce e la sua treccia rosso mogano si confonde in un nero più scuro della pece in mezzo al buio del viale, illuminato da qualche lampione qua e là, e animato da un paio di gruppetti di giovani ragazzi.
Lara guarda in alto, verso un cielo stellato e silenzioso, e tira un grosso sospiro.
 
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