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I libri hanno gli stessi nemici degli uomini: il fuoco, l'umido, le bestie, il tempo ed il loro stesso contenuto. (Valéry)
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Cap. 5 scritto da CLEMENTE GIORGINO il 04-10-2012 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Tutto l’acquazzone di prima si trasforma all’improvviso in una pioggerella minuta e molto fastidiosa, che cade sulla pelle all’improvviso, procurando una sorta di lieve pizzicotto.
"Donca però è stupenda", pensa tra sé Mesto, di ritorno dall’ufficio dell’agente Narvi.
La parte centrale della capitale della prima isola è costituita per lo più da strade di pietra, ed ecco allora che sembra di trovarsi ancora nella storia, ai tempi delle popolazioni antiche, le quali avevano il privilegio di parlare con tutte le divinità: quella del Sole, del Vino, della Musica, della Famiglia, della Bellezza, e pure della Morte. Mes adorava la storia. Quando in classe ascoltava il maestro Gaerti che parlava di tutti questi miti, per un’ora il bambino andava lontano, viaggiava nel tempo, ed ecco quindi che si trovava all’improvviso all’inizio della creazione del pianeta, a combattere a fianco di Vewa contro i terribili Certrusi, mostri dalle cinque teste chiamati così in nome del Dio del destino Certrus, alti almeno quaranta metri e lunghi qualche dozzina di braccia con degli occhi fatti di metallo e ghiaccio, che, avevano il potere di trasformare ogni cosa che fissavano in cera, per poi scioglierla con il fuoco che soffiavano a mo’ di tempesta. I Certrusi sono stati concepiti dallo stesso Vewa, divinità mitologica e leggendaria, che, per comodità tua, caro lettore, lo si può paragonare al grande Zeus. Vewa aveva avuto quei mostri dalla dea della Grazia, ma successivamente, ancora prima che i pargoli conoscessero la luce, il dio del Destino volle punire Vewa per la sua infedeltà nei confronti della moglie, la dea della Bellezza, infliggendogli una maledizione: avrebbe trasformato la sua prole imminente in orribili creature. Così fu. Vewa capì che quei mostri erano pericolosi per l’umanità, e quindi dovette essere lui stesso a ucciderli, e a imprigionarli nelle Acque Ignote.
“Chissà se si trovano davvero lì”, pensava ogni tanto Mesto tra i banchi di scuola.
Avanza ancora di qualche metro sotto quelle nuvole sempre più basse e cariche d’acqua. Poi comincia a vedere il suo ufficio, che si trova a Piazza Derta, la più importante di tutta la città. Ogni giorno infatti si vedono migliaia e migliaia di turisti pronti a scattare foto alla cattedrale gigante che si trova appena di fronte alla Fontana dell’eternità, chiamata così perché, sempre secondo la leggenda, essa rappresenterebbe il portale proibito per la via dell’immortalità. Un po’ più a sinistra c’è il comune, un ufficio anch’esso, come la chiesa, molto rovinato, ma che tuttavia nasconde ancora il fascino di una volta: ampie merlature a forma piramidale gli fanno da cornice. Il colore chiaro, che richiama quello dell’albicocca, permette alla luce del sole di picchiare forte contro le mura, un vantaggio sicuramente nella stagione del freddo, ma non si può dire lo stesso per quella del caldo. Su una facciata del comune si trova anche una meridiana molto antica che risale a più di cinquecento anni fa, ma ciò nonostante porta con sé ancora una bellezza che se guardata troppo a lungo, ti rapisce un attimo per portarti via con sé, a ritroso nel tempo. Meglio ancora se la si ammira in una giornata splendente, poiché lo gnomone, l’asta che proietta le ombre solari sulle linee orarie, forma su quella facciata delle geometrie semplicemente fantastiche.
Poi Mesto gira lo sguardo ancora più a sinistra, e all’improvviso l’antico si mescola al moderno, per via di tutti quei baretti e locali che hanno invaso Piazza Derta come se fossero tanti fiocchi di neve che coprono man mano ciò che c’è di vecchio e formano tanti nuovi strati sulla strada. Un bar, in particolare, colpisce l’attenzione di Mesto, che per un attimo non fa cadere il bastone a terra.
“Poverina, chissà se entrassi cosa direbbe la cameriera”, pensa tra sé ricordandosi della serata del cinema con Elo e di quella signorina a cui aveva risposto con un grazie molto sostanzioso per un bicchiere di Biresa.
“No, meglio tornare a lavorare. Donne… si arrabbiano anche per dei complimenti”, conclude con una punta di nostalgia.
Poi all’improvviso guarda il suo ufficio, che sembra il pezzo sbagliato in un puzzle meraviglioso: quei pannelli solari, quella finestra a forma di rombo che si trova appena dietro la sua scrivania, quel muro di un colore indecifrabile che stona con il resto della piazza.
Subito Mes si ferma un attimo. In piedi, vicino a quella finestra c’è una figura che si accorge anch’essa della presenza di Mesto, e quindi svanisce da quel vetro prima che si possa dire “uno, due, tre”. Mesto infatti non fa in tempo a raggiungere il portone dell’ufficio che questo è completamente travolto dalle mani forti di Alt.
“Ehi, capo. Ho delle novità”.
“Dimmi”, comincia Mes, anche sapendo che si tratta di quell’animale.
“La bestia. L’hanno vista qua, qualche momento fa. Io ero alla mia scrivania, e quindi non ho avuto l’occasione di vederla. Sono stati quelli del comune ad avvisarmi” – si ferma e fa cinque grossi respiri, per prendere fiato, – “alcuni turisti si sono spaventati da morire, uno addirittura, un vecchietto, per lo spavento è finito in ospedale”.
Espressione d’apprensione.
“Ok, ok calmati ora. Hanno detto qualche altra cosa? Hanno visto qualche altra cosa assieme alla bestia? Qui ne va del nostro lavoro… ti ricordi vero cosa ci succede se risolviamo il caso?”, conclude la frase Mesto iniziando a schioccare le dita e facendo guizzare la lingua a una velocità impressionante.
“No, non mi hanno detto niente a proposito di una seconda figura. Perché me lo chiedi?”, dice Alt con fare molto curioso. Quindi Mes gli spiega del nipote del signore che aveva appena finito d’interrogare vicino Piazza Donca.
Espressione di sorpresa.
“Come può aver preso un bambino quella cosa?”, dice incredulo Alt. Il collega si limita a scuotere la testa.
“Comunque, capo, quelli del comune mi hanno anche riferito che i turisti hanno sentito parlare quella bestia”.
“Questa sì che è bella.. parlare?”, dice Mesto ad alta voce con una nota di curiosità sul volto. “Un animale che parla? Non è possibile! Allora si tratta sicuramente di una persona che vuole scherzare un po’… stranamente”.
“Sì, lo credo anch’io capo. Mi hanno detto che urlava, che continuava a dire a squarciagola la sillaba “ua”, e che girava la testa mentre lo faceva molto elegantemente”.
“Girava la testa molto elegantemente mentre diceva “ua”? Ma che scherzo è questo? Sì, certo, ora mi metto anch’io a urlare qualcosa e intanto scuoto la testa.. poi voglio vedere quanto risulta elegante una cosa del genere”. Alt si limita a sorridergli, portandosi la mano destra al lobo dell’orecchio. “E ti hanno detto in che direzione è andato quando è scappato?”, chiede Mesto con un tono molto speranzoso osservando di tanto in tanto la pioggia che cade oltre il tetto del portone.
Alt ci pensa. Chiude gli occhi a fessura, come quando ci si sforza a ricordarsi qualcosa, quindi risponde: “Sì, mi hanno detto che è andato in direzione del centro storico”. Non fa in tempo a finire la frase che sente il cellulare vibrare. Guarda sul display, e legge: papà. Quindi risponde subito, scusandosi con il collega. Questo intanto, girandosi, comincia a camminare. Alt lo guarda stranamente, poi chiede al padre di attendere un attimo in linea: “Ehi capo dove vai?”. “Al centro storico”.
“E io?”, chiede quasi urlando, visto che Mes ha un passo molto veloce e deciso.
“Rimani qua, non si sa mai che quella cosa ritorni in piazza. Chiamami subito se lo avvisti. Occhi aperti Alt”. Lui si limita ad annuire, e quindi, un po’ frustrato, ritorna a passi lenti verso il portone del loro ufficio, riportando il cellulare all’orecchio.
Mesto prima si dirige al comune per parlare dei rifiuti di Donca, sperando che le sue non fossero solo parole buttate all’aria. È rimasto lì dentro per mezz’ora, perché ha voluto parlare con il sindaco stesso.
Appena girato l’angolo, imboccando viale Tilmet, che si trova vicino alle scuole elementari della città, quella figura Mesto l’avrebbe riconosciuta in mezzo ad altre mille. Quel corpo ancora giovane, senza una forma definitiva, quelle braccia esili, quel neo che risaltava vicino alla giugulare.
“Ehi Mur!”, gli fa eco da lontano Mes. Il ragazzo alza testa e vede suo zio che gli viene incontro.
Espressione d’ansia.
“Tranquillo, tranquillo. Manterrò il segreto”, dice guardando la scuola elementare.
“Non ci sono andato per vendetta” – comincia subito Mur. Lo zio intanto si siede sul marciapiede, vicino al nipote. “Vendetta contro di chi Mur?”.
“I miei”.
“I tuoi? Cos’è successo? Non dirmi che è ancora per la storia della patente”.
“No, no anzi, per quello non c’è più problema. Con papà la cominciamo la settimana prossima”, dice con aria sollevata il ragazzo.
“E allora cosa ti è successo?”, comincia Mesto con una punta di preoccupazione in volto.
“E’ questo il punto. A me niente. Sono i miei”.
“Sono i tuoi, cosa?”.
“Sono loro il problema. Non ce la faccio più a stare con due genitori così. Non c’è un giorno che passino della loro vita senza litigare. Povera Nippa, li deve sopportare tantissimo, neanche ha un anno. Per fortuna però che non capisce ancora le parole. Ormai zio litigano per le cose più piccole. Un piatto che si rompe a cena o a pranzo: “sei stato tu a romperlo? L’hai fatto apposta”, inizia la mamma. “No, quella sei tu che l’hai preso e l’hai scaraventato a terra per darmi fastidio”, dice papà alzando la voce in un acuto quasi sovrumano.
Oppure la televisione. Litigano per chi deve guardare cosa.
O ancora Nippa che fa la cacca, e allora la mamma litiga con papà per un pannolino messo male. La cosa più brutta poi è che litigano come se stessero facendo un concerto, con un pubblico di due persone: io e mia sorella”.
“Ma Mur, non ti devi arrabbiare te. Non è colpa tua. Quando iniziano a litigare, prendi tua sorella e andatevene in cameretta”, risponde Mesto stupendosi di quel momento un po’ particolare, in cui, per la prima volta, gli sembra di essere suo padre, e Mur lui da piccolo.
“Ma non serve a niente: quei due urlano e urlano. Io vado in cameretta, accendo il computer, canto, gioco alla playstation, leggo qualche libro per mubibliografia. Ma niente, il loro vociare alto e confuso non mi da tregua. Quindi ieri sera ho detto loro che se non avessero smesso di litigare, io non sarei andato più a scuola. Loro, pensando che non fossi in grado di fare una cosa del genere, mi hanno completamente ignorato, e sono andati avanti a litigare. Ed eccomi qua zio”. Il nipote riprende fiato.
Mur ma tu non ti devi interessare di ciò che dicono i tuoi genitori. E poi scusa, mi sembrano una bella coppia. È solo falsa apparenza? Acinemod, al battesimo, mi sembravano tranquilli”.
“Sì, zio, è solo apparenza. Potrebbero fare gli attori. Se vieni un giorno intero a casa mia, quando ci siamo tutti, è come se andassi a fare un gita all’inferno”.
“Ehilà, addirittura? Sai cosa facevo io da piccolo quando sentivo i nonni litigare? Mi rifugiavo nel letto di mio fratello, cantavo forte forte e mi tappavo altrettanto fortemente le orecchie. Ripeto Mur, fai finta che non stiano parlando, che stiano facendo il gioco del silenzio. Fai qualche cosa che ti distrae in quei momenti. Ma non ti preoccupare. Non esiste una coppia di genitori perfetta in tutto l’universo. Anche nelle famiglie che al di fuori sembrano meravigliose, in cui ad esempio la moglie bacia sempre il marito dopo cinquant’anni di matrimonio con la stessa gioia, che i figli vengono sempre coccolati, che si mangia parlando di cosa si è fatto durante le giornate senza televisione come sottofondo, si nasconde una parte buia e negativa. Ma in fondo credo che debba essere così. Una grande della storia diceva: “le persone più felici del mondo sono quelle che amano sempre in modo totale e sincero”. Pensa un po’ che noia vivere una vita monotona come questa, non credi?”. Il nipote annuisce, lentamente. “Ci vuole anche un po’ di pepe e sale nella vita, altrimenti troppo zucchero fa male”.
Mur gli sorride: “Vabbeh, ora non importa. Comunque, te che fai di bello zio?”. Quindi Mesto gli spiega tutta la storia della bestia, del nipote del vecchio, del sillaba “ua”.
“Wow” – comincia Mur con un’espressione di gioia – “Finalmente un caso strano e diverso dagli altri”.
“Esatto, è per questo che m’intriga. Ora infatti devo andare al centro storico, perché è lì che l’hanno vista l’ultima volta”. Quindi Mes si alza e comincia ad allontanarsi da suo nipote, poi si gira di scatto: “Non è che per caso tu hai visto quella cosa passare di qua?”.
“Zio, ti pare che sarei stato indifferente come una pietra? Che non ti avrei detto niente? No, non l’ho visto. Sono appena uscito di scuola, ne ho approfittato durante l’intervallo”.
I due sorridono. “Zio”, dice ancora Mur.
Mesto si gira: “Sì?”.
“Grazie”, risponde, e si porta l’indice alle labbra, guardando la scuola.
“E’ il nostro piccolo segreto”.
Al centro storico si trovano i palazzi antichi, appartenenti ai secoli scorsi, e che il comune ha deciso di delimitarli, in quanto patrimonio di Elia. Si trovano anche antiche rovine risalenti, secondo alcuni, addirittura ai tempi di Vewa e delle popolazioni che avevano stretti contatti con gli Dei. C’è anche un grande castello, circondato da erba altissima, che non tagliano almeno da un paio d’anni.
Mesto fa vedere alle guardie il suo distintivo e spiega il motivo per cui si trova lì, quindi, lento e contento allo stesso momento, entra senza problemi nel sito storico. Le due guardie si stupiscono però: “Non ne bastava uno. Ora ci vuole pure lo zoppo”, dice una a bassa voce, tanto bassa che Mes non lo sente neanche.
L’interno del centro storico è molto silenzioso. Sembra quasi una città fantasma, adatta per un film dell’orrore. Gli unici suoni udibili sono il verso di alcuni Leucobi lontani. Il tutto è ancora più pauroso a causa di quella continua pioggerella che sembra proprio non voler conoscere la parola fine. L’erba, vicino al castello, sembra ancora più alta rispetto all’ultima volta in cui Mesto è stato lì. Sì, perché, caro lettore, il sito storico per essere visitato ha bisogno di una prenotazione con largo anticipo, perché in passato il troppo turismo e i giovani un po’ ribelli avevano creato molto disordine e rovinato, un po’ con rifiuti, un po’ con graffiti, gran parte degli edifici.
Mesto cammina a zonzo. Non ha alcuna idea di dove si trovi quella strana bestia. Ma non fa in tempo a scegliere la direzione da prendere che sente un rumore. Un rumore strano, sinistro e forte che proviene dritto dritto dal castello. Quindi raggiunge il grande portone di legno massiccio che rimane sempre aperto per i turisti. Il rumore intanto continua. È simile a quando una persona cerca ardentemente qualcosa in mezzo a un mucchio di fogli di carta. Un rumore fastidioso.
Mesto varca il portone e al suo interno c’è un’enorme quantità di paglia, sicuramente per i muli dei contadini di Donca.
Si ricorda ancora di quell’avviso di qualche anno addietro: “La paglia dei muli degli agricoltori, per evitare di sporcare la città, si è deciso di spostarla nel centro storico”.
Povero castello, ha perso completamente il suo fascino. Ora sembra più una stalla.
Un tonfo, improvviso e secco, come quando qualcosa si frantuma in miliardi di pezzi. “L’animale”, pensa direttamente Mesto. Quindi prende l’arma e comincia a camminare in direzione del rumore di prima. Ancora qualche passo, e l’avrebbe preso. Tutti si sarebbero ricordati di lui come il giovane ragazzo di ventisette anni che aveva salvato Donca da una bestia pericolosa, anche se in fondo continuava a pensare che si trattasse solo di uno stupido scherzo.
Ecco.
Il rumore ha ripreso a farsi sentire. Mesto agisce in un istante. Prende un po’ di paglia e la getta via per farsi strada. Davanti a lui poi si staglia una grandissima balla. Il rumore viene da lì dietro. Perciò carica la pistola e con una bracciata fortissima getta a terra tutta quella paglia, pensando che ha quella bestia a solo qualche centimetro di distanza. “Ahhhh”, è il grido di una ragazza.
Una giovane ragazza caduta a terra è tutta ricoperta di paglia, con una lunghissima treccia che le arriva alla schiena, e con degli orecchini buffi a forma di teschio.
“E lei chi è?”, chiede con una voce acuta e un po’ stridula. “No, piuttosto chi è lei?”, conclude Mesto pensando di essersi fatto scappare ancora una volta quella bestia.
“No furbetto, ho fatto prima io la domanda, e pretendo che lei mi risponda per primo”.
Espressione di sorpresa.
“Mah, pensa un po’ che tipa”, pensa Mes ironico e sorridente, aiutando la ragazza ad alzarsi.
 
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