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I libri hanno gli stessi nemici degli uomini: il fuoco, l'umido, le bestie, il tempo ed il loro stesso contenuto. (Valéry)
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Scelto da NARNIA.

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Cap. 4 scritto da CLEMENTE GIORGINO il 18-09-2012 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
È stato solo a causa della stanchezza del battesimo se qualche sera fa, Mesto, si è fatto una lunga dormita. La notte ora è silenziosa su Donca, per le strade si sente solo qualche giovane di tanto in tanto, magari un po’ brillo.
In effetti Mes passa gran parte del suo tempo alzato di notte, da solo, magari a scrutare il cielo stellato, e allora intanto pensa ai vari casi che con Alt cerca di risolvere. Oppure si guarda qualche film, ma non due, tre caro lettore, piuttosto una vera e propria maratona cinematografica.
Quando andava alle elementari infatti adorava l’ora di cinematografia, in cui la maestra Elsa faceva guardare alla classe un film classico, che quasi sempre a tutti i compagni di Mesto faceva pena, per non dire un’altra parola. Al contrario però lui se li guardava sempre con entusiasmo, con un benessere che arrivava dritto dal cuore. Quando pensava che un giorno pure lui sarebbe stato davanti a una telecamera un brivido gli scorreva dolce lungo la schiena. O ancora nei momenti in cui immaginava di essere il produttore o lo sceneggiatore di un film.
“Mamma, mamma, dimmi se ti piace come inizio del mio nuovo film. S’intitola “Nuvole Rosse”.
“Dimmi figliolo, ti ascolto”, rispondeva la donna sempre con una tranquillità e una saggezza che Mesto non si sarebbe mai scordato.
“Lo schermo è tutto nero, e si sente solo la voce del narratore all’inizio: Tanto, tanto tanto tanto tempo fa c’era un giovane contadino che era poverissimo, ma tuttavia non aveva tempo di coltivare, perché era molto molto malato. Il suo figliolo e la sua mogliettina non erano assolutamente in grado di lavorare la terra, quindi chiesero aiuto attraverso una grande preghiera detta ad alta voce”.
La mamma lo fermò subito, curiosa: “E cosa dicono quando pregano?”.
“Non lo so mamma, le preghiere sono come dei segreti”. La donna quindi si limitò a sorridere.
“E quindi il giorno dopo, quando scesero nel giardino del padrone, il figliolo del contadino trovò tante belle piante colorate, mature, e pronte per la raccolta. Il bambino era stupito da tanta meraviglia, e subito notò, alzo lo sguardo al cielo, una grossa nuvola rossa che prese a parlare all’improvviso, tanto che il figlio del contadino un po’ si spaventò: «Ciao figliolo, questo è un mio regalo, io sono un angioletto che ha ascoltato la vostra preghiera. Sono rosso perché il rosso è il colore dell’amore, e quindi ho voluto esaudire i vostri desideri. Ora devo andare a controllare altri bambini, tu fa’ sempre il bravo, e stai vicino a tuo padre. Solo così potrà guarire» disse sorridendo, e quindi se ne andò”. Lo devo ancora finire, perché poi gli attori parleranno della vita del contadino prima di ammalarsi”.
“Bravissimo figliolo, sei proprio in gamba. Diventerai qualcuno da grande”.
E perciò Mesto sorrideva con un punta di fierezza, tornando nella camera del letto alto saltellando dall’emozione.
“Diventerai qualcuno da grande”. Quelle parole echeggiano nella mente dell’uomo come se fossero un ronzio dalla melodia infinita. “Spero che tu ora sia fiera di me, di quello che sono diventato, mamma”.

Purtroppo il cielo dei giorni passati non è più lo stesso. L’alba è inaugurata con una pioggia che diventa sempre più forte, man mano passano i minuti. “E meno male che siamo a Gioam, l’ultimo mese della stagione dei Vagiti, prima di quella del Caldo. Quindi Mes affonda nella Braffa tre biscotti al cioccolato, contemporaneamente.
“Oggi pomeriggio – aveva cominciato Alt la sera prima – come ti ho detto in ufficio, quando ero fuori mi ha raggiunto un agente DLA e mi ha detto che per la capitale si aggira una bestia, precisamente le prime testimonianze arrivano da Piazza Donca. Lui ha precisato che si trattava forse di un animale, forse di un travestimento in occasione della festa di Vewa, che si terrà tra qualche giorno, ma fatto sta, continuava a dirimi, che quella cosa era enorme, imponente, ricoperta di peli scuri in corrispondenza del capo e di un colore più ramato su tutto il resto del corpo”.
Mesto faceva fatica a creare un’immagine del genere nella sua testa. Gli era sembrato di aver viaggiato a ritroso, fino agli inizi della storia del pianeta, in cui il popolo animava le giornate attraverso i cantastorie della città che recitavano gesta eroiche, imprese di Dei e mostri, miti e leggende che, ancora oggi, vengono studiati in tutte le scuole.
“E noi dovremmo trovare questo animale, o questa persona che si diverte tanto a travestirsi?”. Alt si era limitato ad annuire.
“E quindi ora come agiamo Mes?”.
“Beh, se l’agente ha parlato di Piazza Donca, vuol dire che andrò lì, tanto sono solo una ventina di minuti a piedi, e andrò alla C.R.E.U.T di quell’area. Tu intanto chiama gli agenti di Piazza Donca e di’ loro di accogliere negli uffici tutti, e ripeto tutti, coloro che hanno visto questa cosa. Non ne deve mancare nemmeno uno”.
“Ok, perfetto”, si era limitato a dire il collega.
“Sai però una cosa Alt?”.
“Cosa, Mes?”, aveva detto con fare curioso.
“Ciò che mi lascia perplesso, ovviamente sì questo presunto animale che nessuno di noi ha mai visto, ma la cosa più strana è: perché proprio a noi questo caso?”.
“Domanda da un milione di Urfi caro amico”.

La pioggia continua ancora imperversa sulla città, le montagne di rifiuti continuano a crescere di giorno in giorno, come se tutta quell’acqua le stesse davvero annaffiando. Si è dimenticato Mesto di chiamare il comune, ma si subito si promette che lo farà appena tornerà dalla piazza. Piazza Donca in realtà non è una vera e propria piazza, è solo un grandissimo viale, il più grande in tutta Donca, ecco perché il nome “piazza”, contornato da migliaia e migliaia di alberi che donano attimi freschi e rilassanti, soprattutto per gli anziani quando fa più caldo, grazie anche alle panchine che si trovano ogni trenta metri.
Mes arriva a destinazione, scordandosi che Idevòig è il giorno del mercato. Ma parlare di mercato a Donca è come parlare di un insieme di bancarelle che potrebbero ricoprire un intero oceano. Oggetti da quattro soldi, pelli, verdure, frutta, dolci, vestiti, scarpe, tende, telefoni, libri, film, quadri, articoli per la casa, o ancora oggetti per la scuola. Tutto ciò che desideri lo puoi trovare al mercato. Mes quindi si ferma ogni tanto, qua e là, ad assaporare qualche caramella, ad assaggiare qualche frutto, a leggere la trama di un film. Ogni cosa è buona per spendere soldi. Tutto quel vociare di persone giovani, anziane, di mamme che portano fuori i propri figli tenendoli per mano, di venditori, di risate, o ancora di pianti di bambini perché vogliono un giocattolo, procurano un immediato senso di nostalgia a Mesto. È da tanto che non andava al mercato, che non andava a fare un giro fuori, perché ogni mattina ricopriva la distanza solo ed esclusivamente di casa sua e del suo ufficio.
Subito però l’uomo guarda verso un’altra direzione. Il parco, vicino al mercato, e quella salita dove tutti i più atletici vanno a correre.
Espressione di paura.
“Papà, papà, fammi una fotografia qua in alto. Dopo la mamma la vedrà”.
“Sì, così poi penserà che sei un supereroe e guardi il mondo da lassù”, gli facevo eco il padre con fare molto compassionevole. “Dai, fai una bella posa, così dopo appenderemo la fotografia in camera tua”.
“Non però vicino al letto alto”.
“No, tranquillo” – rispose saggiamente il genitore, accontentando la risposta del figlio – “L’attaccheremo sul muro vicino alla porta. Sta’ attento però, sbrighiamoci, perché stanno arrivando le persone che corrono”.
“E perché corrono le persone, papà?”, chiese Mes da lontano.
“Si può correre perché si vuol fare ginnastica, e allenare quindi i muscoli delle gambe, oppure, nella peggiore delle ipotesi, si può correre perché si è sempre di fretta, perché non ci si vuole mai fermare. Ed ecco allora che la vita non la si gode in tutte le sue sfumature, e se ne conoscono solo pochi lati: il lavoro, la scuola e la casa. Ma fare una pausa qualche volta fa bene, anche alla salute. Viaggiare, non correre. Camminare, non correre. Rimanere, non correre”, concluse il padre, dopo essersi lasciato un po’ andare.
“E queste persone corrono per fare ginnastica o per l’altro motivo?”.
“Dipende figliolo, se sono sudate è perché vogliono fare solo un po’ di movimento”, tagliò corto con un sorriso. “E dai ora mettiti in posa. Fai… che so, l’uomo muscoloso.”. Quindi il bambino, tutto felice, continuava a cambiare posizione. Sembrava che non gliene garbasse nemmeno una. Una, che fossa una. No, lui continuava senza che il padre avesse ancora scattato una misera foto. Mesto non voleva proprio fermarsi, e quindi, quella salita, gli rovinò la vita: bastò solo un piede messo male.
“Com’è semplice farsi male”, pensa l’uomo prendendo un dolce dal sacchetto di caramelle che ha appena preso da una bancarella.
Solo un piede, un tallone messo male, ed ecco che il bambino cadde, e tutto quello che sentì fu un rumore sordo e secco. Come quando cade un vaso, che procura un tonfo che dura nemmeno un secondo. Mes rotolò per qualche metro lungo la discesa. Il padre subito a soccorrerlo, aiutato da alcuni passanti che in quel momento si trovavano lì. “Paralisi dell’arto inferiore destro”, gli sarà detto di lì a poco in ospedale.
“Condannato per tutta la vita a camminare con tre gambe, due di carne e una di legno”, taglia corto l’uomo una volta finite tutte le caramelle. Ma cancella subito quel pensiero dalla sua mente, e quindi da lontano, scorge all’improvviso una spada lunga, colorata di nero, con un’elsa ricoperta da tre diamanti che riflettono le sfumature dell’arcobaleno. La lama è sottile e pungente. Sopra all’arma, si sovrappone un braccio, con il palmo rivolto verso il basso, come se fosse pronto a prendere la mano di qualcuno in caso d’aiuto. Dietro, come sfondo, un pianeta tutto azzurro e blu, con tre macchie verdastre abbastanza grandi. Il logo della C.R.E.U.T.
“Salve agente Narvi”, esordisce Mesto stringendo la mano ad un uomo molto robusto, con una pappagorgia ben visibile, tant’è che sembra avere un doppio viso.
Quindi anche lui risponde con entusiasmo. Mes ha trovato l’ufficio con facilità, limitandosi solo a chiedere informazioni alla segreteria, al piano di sotto.
“Spero che il mio collega Alt Burton le abbia riferito tutta la situazione”. L’agente Narvi annuisce con fare un po’ disinvolto: “Sì esatto, è stato molto gentile ed esplicito. Quindi la pregherei di fare presto perché tra un mezz’ora sono in riunione. Prego, mi segua, la porto dai testimoni”.
“Allora? Lei cosa ne pensa di questa cosa?”.
“Ah, guardi non ne ho la più pallida idea!”, risponde Mesto all’agente con aria un po’ rassegnata, e guardandosi intorno, allibito dall’uguaglianza della disposizione di alcuni mobili e uffici paragonati al suo, al centro di Donca.
“Alla fine però per me si tratterà di qualche stupido scherzo montato, che so, da dei ragazzini”, conclude l’uomo alto e robusto, che, nonostante l’età, è ancora pieno zeppo di fuliggini.
“Tutto può essere”, taglia corto Mesto, prima di entrare nella stanza degli interrogatori.

“E voi dunque sareste quelli che hanno avuto la brillante opportunità di vedere quella bestia?”, comincia Mes seduto, con di fronte solo un paio di vecchietti che avevano le braccia tutte tremolanti.
“Meno male che avevo detto ad Alt di far presentare tutti i testimoni”, pensa l’uomo.
“Sono solo loro ad averlo visto?”, chiede rivolto a Narvi. “Sì”, risponde lui un po’ scettico, come se stesse pensando che tutta quella situazione fosse solo opera delle allucinazioni di due vecchi.
“Allora signori, ora vi farò alcune domande, e vorrei che mi rispondeste dicendo la verità, va bene?”, continua pronto Mesto.
I due, davanti a lui, si limitano ad annuire.
“Bene, lei, signore – dice l’uomo rivolto verso il vecchio di sinistra – “Quando ha visto di preciso con esattezza l’animale?”.
Espressione di paura.
“Ieri pomeriggio”.
“è tutto quello che mi sa dire, signore? Perché prova paura quando parlo di quella bestia?”.
Altra espressione di terrore.
“Provi lei giovanotto a stare appena a qualche metro di distanza da una cosa così grossa e spaventosa, pronta quasi a mangiarti tutt’intero”, dice tutto d’un fiato.
“Si calmi, si calmi. Respiri, e mi dica: dunque si trovava molto vicino all’animale?”.
“Sì”, taglia corto il vecchio con apprensione.
“Ok, bene, e ora, non è che lei - continua Mesto rivolto all’altro signore, che sembra più agitato rispetto al precedente – “Mi potrebbe descrivere al meglio quanto visto?”. “Deve sapere agente che non si tratta di un animale qualsiasi. Questo è grande e grosso, forse più alto di una casa. Ma io ho provato a fermarlo combattendo con un’ascia, visto che stavo ancora coltivando la terra nel mio orto”.
Menzogna.
La solita bugia per far credere di essere più forti, di essere degli eroi. “Ma alla fine mi sono arreso, e sono scappato via, e con me è se n’è andato via pure quella cosa rossa”. Verità. “E perché è così ansioso ora, signore?”, esordì Mesto all’improvviso con tono deciso.
“Ansioso?”.
“Beh sì, quando all’inizio parlava dell’animale si è leccato subito il labbro inferiore, e questo gesto si fa solo in corrispondenza di una situazione ansiogena”.
“Beh, abbraccio la tesi dell’altro testimone, agente: provi lei a trovarsi vicino ad un animale del genere…”.
Ancora un’altra espressione di paura.
“Va bene va bene ok – Mesto a questo punto si gira verso il collega Narvi, e sul suo viso compare un broncio, e inizia a scuotere il capo, come a dire “non andiamo molto lontano di questo passo” – “E il mio collega qui presente mi ha riferito che avete visto il leone vicino all’entrata del parco qui fuori”.
I due si limitano ad annuire.
“Ma allora scusi – comincia ancora Mes rivolto verso il vecchio di sinistra – se l’avete visto nello stesso momento, non ha visto il signore?” – dice con la mano che punta verso l’altro interrogato.
“No, poi il parco è immenso”.
“Sì, ok, ma la bestia si trovava in un determinato punto del parco. È impossibile che non vi siate incontrati. Strano, molto strano”.
Espressione d’incredulità, stavolta, da parte di tutti i presenti.
“Non so che dirgli agente”.
“Un’ultima domanda: siete sicuri che nessun’altro, a parte voi, ha visto l’animale?”.
Il signore a sinistra annuisce. Verità.
Il secondo pure. Menzogna.
“Ecco”, comincia Mesto con un tono di voce più alto, quasi come se solo ora si fosse svegliato da una notte lunga e noiosa. “Signore mi dica la verità. Lei ha detto di sì, ma il suo corpo ha detto di no. Non m’inganna il gesto di sporgere parzialmente la lingua, fuori dalla bocca. Per non parlare delle sue gambe, che sembrano non trovare mai una posizione comoda e rilassante. E poi, quelle mani: le ha tenute sempre giunte, vicino al petto. Conclusione? C’è stato qualcun altro che ha visto l’animale, e in più mi nasconde qualcosa”.
Espressione d’ansia.
“Beh signor agente” - comincia il vecchio con aria tremolante - “con me, vede, signore, sì, beh, vede, con me c’era il mio nipotino, e quella bestia se l’è portato con sé quando ha iniziato a correre via”.
Espressione di rabbia, mista a paura, ma è comunque la verità.
Quindi Mes si rinvigorisce subito, si avvicina al vecchio per chiedere più informazioni. Un altro rapimento no, dannazione. La sua mente, un’azione completamente spontanea, torna al caso dell’avvocato Urtisi: “Se è ancora lui, giuro che lo mando direttamente io in prigione”, pensa tra sé Mesto.
Ma questo non fa in tempo a farsi dare una giusta descrizione del nipote da parte dell’anziano, preoccupato e apprensivo, come quando si perde qualcosa di caro, pronto quasi a un pianto liberatorio causato dai sensi di colpa, che irrompe subito nella stanza l’agente Narvi, che prima se n’era andato con la scusa di preparare i documenti della riunione imminente.
“Agente Lefefi” – disse col fiato pesante – “ha appena chiamato la C.R.E.U.T di Donca, e gli agenti DLA mi hanno riferito che il leone è stato visto a Piazza Donca, vicino al suo ufficio, e poi si ha corso in direzione del centro storico”.
“è stato visto qualcun altro assieme all’animale?”.
“No, perché ci dovrebbe essere qualcun altro?”.
Il nipote del vecchio. Perché non l’avevano visto? Dov’era? Cos’era quella bestia, se di bestia si trattava? Cosa voleva? “Ok, mi dirigo subito lì”, finisce Mesto raccogliendo il bastone da terra e congedandosi formalmente.
“Finalmente un caso interessante e diverso dai soliti”, pensa quando esce dall’edificio.
Espressione di gioia.
 
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