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I libri hanno gli stessi nemici degli uomini: il fuoco, l'umido, le bestie, il tempo ed il loro stesso contenuto. (Valéry)
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Nascondi abstract Il gesto dell'idiota

Scelto da NARNIA.

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Cap. 3 scritto da CLEMENTE GIORGINO il 07-09-2012 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
“Dai, dai, è già iniziato! Mamma mia che figura…”, esordisce Elo con un tono un po’ nervoso. “Shh, fai piano, se no disturbi”.
“Ma cosa t’interessa delle persone? Stanno guardando il film, loro. Mica sono venuti a guardare noi che entriamo in ritardo al cinema. E poi, ti ricordo, caro cognatino, che se ci siamo persi l’inizio del film è solo per causa tua”.
Prendono posto finalmente in prima fila.  “Appoggia pure per terra il bastone” - dice Elo a Mesto - “comunque non è colpa mia se a Tirmi stanno costruendo una nuova strada, e quindi ho dovuto fare il giro più largo”. “Ahh, brutta città Tirmi, ma perché non vi trasferite qui? Tanto sono cinque minuti di strada. Potete fare il trasloco anche a piedi”, risponde ironico Mes.
“Sì certo, un’altra casa. Siamo a Tirmi da nemmeno cinque mesi, e vuoi che veniamo qua a Donca? Perché ovviamente io e tua sorella non abbiamo nient’altro di meglio da fare se non traslocare e ancora traslocare in continuazione”.
“Sì, però, rimane vero il fatto che Tirmi fa schifo, e non si possono avere dubbi su questo”, continua Mesto deciso di sé, qualche volta alzando pure il tono della voce, non curante delle persone attorno. “
Tirmi ha solo un asilo che cade a pezzi. Le strade sono messe peggio di Donca, e c’è solo una via principale, che, per percorrerla, devi sprecare almeno un’ora della tua vita ogni mattina a causa del flusso”.
“Ehilà, flusso? Che paroloni cognatino”, dice  Elo con ironia.
“Eh beh cosa ti credi? Vuoi mettere la parola traffico con flusso?  Vabbeh, ma scusa un attimo caro cognatino.
Siamo venuti al cinema per parlare di questo o per guardare “Genio ribelle”?”.
“Ah ma guarda che hai iniziato tutto te!”, risponde pronto Elo.
“No, tu piuttosto hai iniziato, quando siamo entrati nella sala e hai incominciato a lamentarti”.
“Sì, ma che c’entra. Dopo tu hai cambiato argomento”, continua il cognato di Mesto con tono deciso, come se stesse ad un processo e volesse vincere a tutti i costi la causa.
“No tu”, gli fa eco Mes, iniziando a schioccare la lingua.
“No tu”.
“No, ho detto che hai iniziato te. Vuoi le prove Elo?”.
“No  grazie, non ho bisogno che mi giudichi dai segni del mio corpo. E comunque il primo sei stato tu”, conclude con un sorriso sarcastico, come se fossero due bambini.
“Ehi voi, laggiù, ma state un po’ zitti o no?”, interviene una vecchietta che sembra già avere un piede nella fossa, a causa di quella voce roca, di quella pelle talmente ossuta che farebbe timore persino a uno stecchino.
“Ehi signora, ma stia zitta lei” – esordisce Mesto – “ha iniziato lei a parlare”.
“Ehi ma come si permette giovanotto?”.
Quindi Mesto comincia a schioccare la lingua e a ripetere, urlando, le parole della vecchietta: “Ehi ma come si permette giovanotto?”. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Subito nella sala si anima un vociare confuso, alto e forte.
“Eh basta!! c’è qualcuno qui che vuole vedere il film”, cominciano a dire tutti all’unisono, come se si fossero messi d’accordo prima di entrare.
“Ok ok scusate. Ci leviamo subito dai piedi”, è costretto a dire  Elo. Mesto intanto continua a prendere in giro la vecchietta. “Signora stupida più scema di un mulo. Signora talmente antipatica che discende direttamente dall’inferno. Vada al diavolo!”.
“Ehi ehi ehi calmati. Su, andiamo”, conclude il cognato rassegnato.
“Sì però devi fare qualcosa per questi momenti, Mesto!”, comincia Elo in tono molto  molto serio, con lo sguardo rivolto verso il tavolino.
Avevano deciso di non ritornare subito a casa, piuttosto trovavano più interessante l’idea di andare a prendere qualcosa da bere.
“Scusa, non è colpa mia. Mi capita all’improvviso. L’ho detto anche a tua sorella, ieri. Arrivano solo in situazioni ansiogene, che mi colgono alla sprovvista. Le medicine però le continuo a prendere”.
“Ecco signori, un bicchiere di Biresa a lei, e un Gun per lei”, dice la signorina con un sorriso smagliante.
“Grazie”.
“Grazie bella gnocca”, ripete Mes talmente veloce che quasi pensa che quella frase sia giunta da un’altra voce.
Espressione di sorpresa.
Quindi la cameriera guarda l’uomo di sbieco: “Ma come si permette?”, e immediatamente si gira e ritorna al bancone. “Non ci faccia caso, lo scusi. Non se ne accorge nemmeno”, prova a dire Elo alla signorina, che subito si è messa a lavare le tazzine.
Intanto Mesto si è soffermato sull’interno del locale. Non è spazioso. Ci sono infatti cinque tavoli molti piccoli e quadrati. La forma del bancone gli ricorda il suo letto d’infanzia: era alto, massiccio e un insieme di foglie colorate e paglia di un giallo spento facevano da materasso. Agli inizi aveva paura di dormire lì a causa dell’altezza. Era un letto a castello, e quindi era costretto a fare alcuni scalini per raggiungerli.   E li contava sempre. Uno, due, tre. Si fermava, perché la paura dell’altezza cominciava a farsi sentire. Quattro. Andava lento e pacato. Cinque, sei e sette. Li faceva più veloci di un fulmine in modo da raggiungere il letto e mettersi sotto le coperte con la testa rivolta subito verso il muro.
“Stasera mamma posso dormire nel letto di  Tobi?”.
“No tesoro, e poi lui dove dormirà?”.
“Nel mio”, rispose pronto il bambino.
“No, caro, mi dispiace. Il tuo letto è in alto. Sei tu che l’hai scelto, eri così contento. Dicevi che ti sembrava di dormire nella torre di un castello. Questo è quello di tuo fratello. Apprezza ciò che hai, e non rimpiangere ciò che vorresti avere”.
“Eh dai mammina, si tratta solo di un semplice letto”, cominciava il bambino schioccando le dita e battendo i piedi ansiosamente.
“No tesoro, se non ti abitui con le cose piccole e quotidiane allora non va bene per niente”. Quindi il bambino ritornava in camera sua, rassegnato, e con quelle dita che sembravano non stancarsi mai di schioccare e provocare quindi un’eco secca e a volte fastidiosa in quella piccola stanza.
“Dimmi un po’” – comincia  Elo riportando subito Mesto alla realtà – “ho scoperto che hai trovato il rapinatore. Beh, i miei complimenti signor detective so tutto io non sbaglio mai a costo di stare alzato la notte pur di risolvere un caso e poi quando ci riesco non riesco a trovarmi un momento di riposo”, si ferma a causa del fiato corto.
“Wow che bel soprannome cognatino. Vedo che tuo figlio ha ereditato da te i polmoni. Grazie, comunque.”, dice Mes ironico. “Eh invece tu, signore che non vuoi far fare la patente al mio nipotino?”.
“No no ti sbagli. Ho proprio una bella notizia. Mur ieri pomeriggio è arrivato a casa con un bella sufficienza piena. E quindi alla fine mi sono dovuto arrendere”, dice Elo riavviandosi i capelli all’indietro.
“Bene, sono contento per lui. E quando avete deciso di cominciare?”.
“La settimana prossima, prima che inizi Nugio”.
“Dai dai oggi è il 13 Gioam. Il 7 Nugio c’è la festa di Vewa.
Sarebbe stupendo se come regalo gli facessi una bella macchinina”.
“Ma non ti preoccupare. E poi di certo una macchina non costa, che so, 5 Urfi”, risponde  Elo bevendo un altro sorso di Gun. Adora il Gun di quel bar, perché è l’unico che sopra alla crema di lamponi ci mette un po’ di zenzero, cannella e un biscotto ripieno di cioccolato fondente. Altri di solito si limitano a servire la bevanda fredda, in un misero bicchierino che sta ad una tazza come una foglia di basilico sta a un piatto succulento di lasagne.
“Ma non ti preoccupare tu piuttosto. è da tanto tempo che non faccio un regalo grande e importate”, dice Mesto strizzando l’occhio al cognato, e posando sul tavolo il bicchiere di Berisa, che si è scolato in un unico colpo, nonostante la bevande fosse molto forte e particolarmente dolce. Il cognato non risponde, intento a bersi il Gun fino all’ultima goccia.
“Buongiorno caro capo”, fa eco Alt a Mesto dalla finestra, intento a guardare un celo terso e ricco di un sole sempre radioso e splendente.
“Qualche novità?”.
“No, niente di che Mesto. Ieri sera gli agenti DLA hanno ricevuto tutto il nostro materiale e la documentazione in cui ho spiegato le nostre opinioni”.
“E allora?”.
“E allora… solo qualche minuto fa ho ricevuto la notizia che hanno garantito la nostra..”.
Mes gli parla sopra, dopo aver preso il foglio al centro della scrivania del collega: “la nostra ammissione a un punto in più al livello successivo poiché riteniamo che la vostra attenzione sui particolari del caso è stata dettagliata e minuziosa. Cordiali saluti, e cogliamo anche l’occasione di augurarvi una buona giornata”.
“Gentili, vero?”, chiede sorridente Alt.
“Sì sì, gentilissimi”, taglia corto Mesto, sicuramente interessato più alla parte iniziale del documento. Rilegge ancora il tutto per qualche secondo.
“Complimenti capo. perfetto! Ora abbiamo preso un punto in più”, e così facendo il ragazzo si avvicina a Mesto con passo dinoccolato, e lo abbraccia forte stringendolo a sé, cosa che desiderava fare da molto, molto tempo. Più di quanto, caro lettore, tu ti possa immaginare.
“Dai Alt, così mi soffochi”. Quindi le braccia tornano ai loro posti, e Mesto si dirige alla sua scrivania sempre aiutato da quel lungo bastone in legno di noce perché all’improvviso ha sentito il suono di una mail.
“Caro capo, devo aprirtela io la mail?”, chiese Alt a mo’ di ruffiano, toccandosi quei capelli chiari, a caschetto, con una lenta carezza.
“Alt, con me non funziona mi dispiace. Non sono come te”. Il collega fa finta di niente. Si dimentica sempre che Mesto è in grado rilevare ogni singolo gesto del corpo.  Espressione d’imbarazzo, mista anche a speranza però.   
Quindi fa finta di niente, anzi prova a cambiare pure discorso, chiedendo come stesse la piccola Nippa, ma in seguito decide di andare a fare un giro fuori.
Ha bisogno di una grossa boccata d’aria.
Quella brezza leggera sa di sporco. I rifiuti ai bordi delle vie aumentano di giorno in giorno. Viale Tilmet Alt lo fa tutte le mattine, di corsa, alle sei, appena alzato. Lascia il letto sfatto, si lava la faccia togliendosi le cispe dagli occhi, si asciuga lo bocca riarsa e parte. Lui è così: non piò stare fermo un attimo, caratteristica che l’ha sempre accomunato a Mesto. Ed è proprio per questa ragione, così uguali, così entrambi maniacali e precisi nel lavoro, un po’ pazzi, Mesto aggravato anche dalla sua sindrome. Ma non gliene importa niente. Sin dal primo giorno, la stretta salda e decisa di Mes gli aveva procurato un piacere intenso, un benessere, un qualcosa di fresco, di giovane. E quindi il sangue gli è entrato subito in circolo, e dopo qualche secondo, continuando a tenere fisso lo sguardo sul suo capo, Alt ha fatto molta fatica a nascondere la sporgenza nei pantaloni, quindi si è seduto comodo sulla scrivania, un po’ imbarazzato, facendo finta di leggere “Cinesica, paralinguistica e prossemica: elementi di base”. Elementi di base un corno. Sarà stato alto quindici centimetri quel manuale. Figuriamoci se si trattava di un libro per esperti….
Alt cancella subito quel pensiero, e ritorna con la mente a Mesto. Certe sere, quando si trova da solo a casa, continua a pensare intensamente al suo capo.
Tanto che certe volte il pensiero si trasforma in ossessione, e l’ossessione in una masturbazione lunga e rilassante. Ma subito dopo Alt si sente in colpa. In colpa perché sa che non raggiungerà mai il suo obiettivo. Quindi va a dormire sempre rassegnato.
Il suono del campanello di una bicicletta lo riporta alla realtà, e pensa che sarebbe anche ora di tornare in ufficio, ma due mani gli si appoggiano risolute sulla spalle, si gira, e vede un agente DLA col fiato cortissimo.
“Ciao Pid, da quanto tempo!!”, esordisce Mesto con un sorriso a tremila denti, guardando in direzione della webcam.
“Ciao Mesto! Spero vada tutto a posto. Senti, ti ho chiamato per chiederti aiuto”.
“Dimmi pure vecchio agente Barton”, risponde lui con una nota ironica, sistemandosi la coda dei capelli verdi con un elastico qualsiasi trovato nel portapenne.
“Vecchio! Che brutta parola ragazzo. Avrò pure sessantacinque anni, sarò anche canuto, la pelle si sta ritirando. Ma qui” – dice, indicando la testa, - “c’è un cervello da ragazzo. Comunque, mi servirebbe il tuo aiuto per i compiti di mio nipote!”.
Espressione di sorpresa.
“Compiti?”, chiede Mesto grattandosi ardentemente un sopracciglio.
“Perché scusa non li fai fare a tuo figlio?”.
Espressione improvvisa di rabbia.
“Ma no, non dirglielo. Ma mi fido più di te”. Pid termina la frase con una risatina. “Allora, pronto?”.
“Vai, spara”.
“Mi dovresti dire il passato remoto del verbo crescere”. Un attimo di esitazione compare dal volto di Mesto. Non si ricorda più niente. La scuola elementare oramai è passata da tempo, e la sua facoltà non insegnava quelle cose, quindi prende a indovinare a caso. “Ma sì, è facile. Eh… Io crescetti, tu crescesti, egli crescé, e così via agente Barton”.
“Ok, scrivi caro – dice l’uomo rivolto al nipotino – “Grazie. E ora non è che mi diresti a quanti gradi bolle e si congela l’acqua? è per scienze della natura”.
Bleah, scienze naturali. Mes ha quasi un conato perché lui sta alla scienza della natura come il gatto sta al cane.
“Beh, io ho tanto caldo già a quaranta gradi, quindi, più piccola di noi uomini, l’acqua bollirà a trentotto gradi. Invece congelerà…  uhmm… ehnmm.. a meno trentotto gradi. Sì, esatto, se bolle a trentotto congela a meno trentotto”.
Che stupidi, caro lettore, entrambi. E immaginare che un attimo prima  Pid ha detto di avere ancora un cervello da ragazzi, e invece quanto a Mes, basti pensare che ieri ha risolto il caso del rapinatore.
“Ah grazie. La tua teoria regge. Oh no, oh no, oh no. Ehi Ori, aiutooo! Oh no, qualcuno mi sente? " – da lontano si sente la voce acuta e stridula del nipote di Pid – “Ehi ori!!!” – poi un uomo arriva.
Espressione di rabbia.
è Ori Barton, il figlio dell’agente Pid Barton. Mesto ha sempre odiato la sua superbia: all'università Ori si credeva chissà chi, solo perché era il figlio del professor/agente Barton, che apparteneva ai DLA.
Ha degli occhi neri più della pece, in cui si faceva molta fatica a distinguere la pupilla.
Un pomeriggio si era recato al parcheggio della facoltà, e cautamente si era avvicinato alla macchina di Mesto. Lui fu costretto ad abbassare il finestrino.
"Sì, Ori?", chiese con una vaga espressione. La risposta fu corta e concisa:
"Attento! Tu non sei come me! Io sono molto più intelligente di te".
Lo disse con i pugni ben appoggiati ai fianchi.
Mesto richiuse il finestrino senza spiccicare parola. Ma appena cominciò a premere l'acceleratore, sentì un rumore secco che terminò in un sussurro.
"Oh, come mi dispiace Lefefi - prese a dire con tono compassionevole un giovane Ori dalla barba ancora incolta - qualcuno ti ha bucato la ruota".
Mesto lo odiava.
"Ciao Ori" - lo dice stringendo il pugno - "come vanno le cose?".
"Ciao Lefefi" - continua lui, sempre con fare superbo.
Mesto si sente sempre un po' più fiero di se ogni volta che lo si chiama per cognome. Non sa perché, ma appena si sente essere chiamato "Lefefi" alza subito le spalle in segno d'orgoglio.
Forse è quella l'unica cosa positiva di Ori Barton.
"Tiriamo avanti. Papà continua ad avere la sua Parassitosi Allucinatoria, ogni giorno.
Ormai ci siamo abituati.   E te invece? Come va la vita sulla prima isola?".
"Bene bene", risponde Mes innervosito dal tono acuto della voce del suo ex compagno di studi. Lo odia pure quando pronuncia la parola "papà", perché lui non si era mai permesso, nemmeno in classe, di dire professore o agente Barton. No, dannazione, lui continuava: papà, papà e ancora papà.
“Scusa, ma devo andare ora, il lavoro mi chiama".
Mesto vuole staccare la conversione, sì, e anche subito. Per un attimo pensa di tirare tutt'a un tratto la presa del computer, per poi inventare la scusa di un qualsiasi black out. Qualunque alibi è perfetto, ma l'importante è farla finita con Ori.
"Ok, a presto", conclude quest’ultimo.
Espressione di menzogna.
In effetti è vero: nessuno dei due crede e avrebbe mai creduto a quella frase.
Quindi Mesto chiude con un semplice ciao, ma non fa in tempo di spegnere la
webcam, che subito precipita Alt nell'ufficio, facendo cadere la porta che, poverina, già è mezza scassata per fatti suoi.
"Ehi Alt, che succede?".
"Capo!!! Ho un altro caso. Prima mi ha fermato un agente DLA, e mi ha detto che c'è una cosa strana che si aggira per l'isola".
"Ehi ehi calmo, cosa vuol dire cosa strana?".
"Non lo so con precisione. Ha detto che è una bestia. Una bestia alta, massiccia e possente" - Alt riprende a respirare, perché aveva detto tutto senza mai prendere fiato - "tutta rossa".
"Ma cos'è?".
"Non lo so Mes. Non ho mai sentito parlare di una bestia così". Conclude alt con una punta di paura.
"Ma scusa, questa bestia, come la chiami te, è spuntata dal nulla?". Il ragazzo si limita ad annuire.
"Allora bisogna chiarire questo caso. Ti rendi conto Alt, se troviamo quella cosa, diventeremo DLA…". Entrambi si lasciano a una risata liberatoria, piena di speranza. Ma subito il sorriso di  Mes si trasforma in un'apprensione che non mai aveva provato fino a quel momento.
"Ora dobbiamo fare luce sul caso: stavo per chiudere, quindi vieni a casa mia. Li fa più fresco. Studieremo bene la situazione, tra un pezzo di pane, salse ed erbe di bosco". Alt si fa subito rosso in viso, accecato da un piacere intensissimo.
Quindi raggiungono il centro di Donca, e a fine serata, prima di congedarsi, Mes porta Alt sul retro del giardino. Rimangono lì dietro per molto tempo, tanto che un ladro avrebbe avuto tranquillamente il tempo di rapinare una casa e una banca.
"Voglio farti vedere due cose: la prima piacerà molto a me, non so a te. La seconda a tutti e due, spero", è stata l'ultima frase di Mes, detta con fare sardonico.
Alt ha un sorriso malizioso.
 
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