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Cap. 2 scritto da CLEMENTE GIORGINO il 24-08-2012 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Tre sagome. Tre figure tutte nere, che sembrano stilizzate con una matita, stanno ben ritte. Qualche volta si lanciano un’occhiata a vicenda, ma roba di qualche secondo. A volte invece si parlano, ed ecco quindi che le labbra cominciano a muoversi molto velocemente, in particolare quelle della figura di destra, mentre quella al centro e l’altra a sinistra la stanno ad ascoltare con degli occhi che fanno fatica a distinguersi in quella scena così surreale. Perché in fondo di questo si tratta.
Mesto pian piano risente il suo corpo. Quelle tre sagome cominciano a svanire, con lentezza, come il fumo di un camino, che raggiunge il cielo cautamente.
Intravede attraverso le palpebre chiuse una luce forte e arancione, che sembra addirittura muoversi all’interno dei suoi occhi. Quindi li socchiude, e a colpirlo è la luce di un sole mattiniero e ancora abbastanza opaco. Perciò Mesto richiude le palpebre spontaneamente. Non si ricorda di aver lasciato l’imposta spalancata la sera precedente.
Eh no, è andato a letto con il pensiero fisso del regalo di Nippa, che, appena tornato casa dal battesimo, ha visto lì, solo, come un mulo in attesa del padrone, sul comodino della camera.
Doveva riportarglielo, e al più presto.
Sempre il solito smemorato quando si trattava di “cose superflue di vita quotidiana”. Al contrario, se interrogato sul proprio lavoro, Mesto può risalire con precisione arzigogolante addirittura al periodo del tirocinio, o ancora ai momenti passati a studiare libri, alti come mattoni, perfetti per equilibrare un tavolo, un armadio, o nella peggiore delle ipotesi, per buttarlo in testa a qualcuno, che il maestro Plarto gli dava da leggere. E lui quindi s’inculcava nella mente tutto ciò che imparava, perché Mesto è fatto così.
Dannazione, però il regalo di Nippa non appartiene a “cose superflue di vita quotidiana”. No, maledizione, no! Non poteva rovinare la tradizione.
Quindi Mesto si alza di scatto, come se qualcosa l’avesse punto direttamente al sedere. Si stira i muscoli, e si avvia in bagno, lasciando il letto sfatto. Davanti allo specchio comincia ancora quel verso formato da tutte le vocali, e piano piano inizia pure a battere le mani sul muro.
Quindi si dirige alacremente in cucina.

“Mamma, ma perché gli altri bambini non dicono le vocali e non schioccano le dita?”.
“Tesoro, non tutti sono come te. Alcuni fanno altri versi, altri si comportano in maniera completamente opposta alla tua”.
“Sì, ma dai mamma, non schioccano nemmeno la dita”. “Perché dici così? Lugo le scrocchia”.
“Ma io ho detto «schiocca»”, continuava il bambino con fare apprensivo.
“Non importa. Se vuoi puoi far finta che significhino la stessa cosa”. Quindi la mamma cominciava a prendersi le dita delle mani e a scrocchiarle. Poi univa l’indice e il pollice e li faceva schioccare talmente veloce che il bambino batteva le palpebre dallo spavento.
“Visto? Il rumore è uguale, figliolo. E ora, dai su, torna a giocare tesoro”.

Il cielo si è fatto più terso. Sono le nove, eppure stamattina la città sembra deserta.
«Che sbadato» - dice Mesto a se stesso – «è vero, oggi c’è la partita di Cirbol». Dopo il lavoro avrebbe contattato il comune: le vie di Donca si fanno sempre più sordide, giorno dopo giorno, e cominciano quindi a prendere forma basse montagnole di sporcizia.
Mesto conosce Donca come le sue tasche, eppure, quando era piccolo, e il pomeriggio tardi si attaccava saldo alla mano di papà per andare a fare una bella passeggiata, lungo i bordi dei vicoli della città c’erano molti contadini che vendevano le verdure, c’erano molti muli che si abbeveravano vicino alle fontane, o ancora si potevano trovare le persone povere che chiedevano i soldi ai passanti.
Ora invece, cos’è successo? Tutti i rifiuti si sono stanziati comodi e gai lungo quasi tutta la capitale.

Mesto ci mette qualche secondo prima di raggiungere la sorella al terzo piano.
«Buongiorno fratellone», dice lei con voce debole, ma mettendo in mostra un sorriso a tremila denti.
«Ciao Nema, scusa scusa scusa scusa per ieri, davvero! Me ne sono completamente dimenticato». La donna si limita ancora a sorridere, sollevando gli occhi e allungando le labbra.
«Dai entra!».
«Però in compenso mi sono fatto perdonare». Quindi Mesto smette di nascondere dietro la schiena le mani, e quando le porta davanti al busto sventola un sacchetto che profuma di mattino, di dolce, di fresco, ma soprattutto di croissants caldi appena presi.
«Un salto alla pasticceria dalla cara Ginga non fa mai male», aveva pensato l’uomo una volta preso la via della casa di Nema. Lei di nuovo accenna un sorriso, e gli fa segno con la mano di entrare in casa.
“Non fare tanto rumore però perché la bambina dorme ancora”. Mesto quindi si porta l’indice alle labbra, come a dire “ai suoi ordini signora”.
“Ma dimmi un po’, come hai fatto a dimenticare la collanina?”, esordisce Nema una volta seduti a tavola, pronti per divorare la colazione. Mesto si scuote subito, come se finora avesse sognato.
Espressione d’imbarazzo.
“Sai come sono fatto… scusa, gliela darai appena si sveglierà”.
“Ok, però questa è la tradizione”.
Quindi Mesto prende dalla tasca del pantaloncino a righe la scatoletta rossa. La apre lentamente e con le mani afferra la collanina. C’era sempre stata l’usanza che chi battezzava un bambino doveva fargli come regalo una collana, simbolo di protezione, in questo caso dal padrino, e simbolo di eternità, poiché dentro al gioiello è rappresentata una piccola croce d’oro appoggiata su una nuvola bianca che fa da morbido cuscino.
“Sai che io ce l’ho ancora”, dice all’improvviso Mesto alla sorella con una punta di nostalgia. Lei gli sorride.
Espressione di compassione, e quindi risponde: “Purtroppo io l’ho persa dopo il trasloco in questa casa. L’avevo riposta nel portagioie, ma da quel momento non l’ho più rivista. Può essere ovunque ormai. Ogni angolo dell’appartamento è buono per cercarla. Oh, ma tu non dirlo a mamma, anzi a zia Pirta”. Mesto le risponde con un occhiolino.
“Ma scusa, non è che è rimasto nella casa vecchia?”.
“No, una volta ho chiesto pure al proprietario, e mi ha detto che non ha trovato niente. Ma vabbeh, ora è acqua passata. Ascoltami un po’, che mi dici della tua situazione?”, chiede Nema indicando le braccia e le gambe di Mesto.
“Ma sì, togliendo ieri, vado abbastanza bene. Mi succede un po’ nei momenti di nervoso, di ansia, o ancora in cose improvvise, che mi colgono alla sprovvista”.
“Si come me”, annuisce la donna molto lentamente.
“Eh Nippa?”, dice Mesto con una punta di paura, mista a vergogna.
“Guarda sinceramente non lo so – comincia la sorella azzuffando un’altra brioche, come se avesse paura che il fratello se la mangiasse – perché non è ancora successo nulla di così rilevante. Al massimo qualche vagito, ma roba da poco. Non ha nemmeno cominciato a dire mamma o papà”.
“Vabbeh dai, lo scopriremo solo più avanti”.
Espressione di speranza.
“Ok, ora mi chiama il lavoro”, conclude Mesto a bocca piena. Quindi si alza dal tavolo con l’ultimo boccone di brioche in mano, e si dirige dalla nipote.
La bambina dorme beata nella culla. I movimenti del petto, lenti, pacati e calmi, su e giù, su e giù, trasmettono una sensazione di relax e di allegrezza. Mesto prende la collanina e l’appoggia sul collo della nipotina. Nema gli sorride e si porta la mano al cuore.
“Cara mammina, dopo mettigliela tu la collana, quando si sveglia”. Lei lo ringrazia e lo saluta abbracciandolo.
“Ciao fratellone”.
Mesto scende le scale del palazzo di fretta e furia.
Ora ha capito tutto.

Non fa più caso alla sporcizia che decora i bordi dei vicoli della città. Al ristorante, il giorno prima, Mur, appena finita la conversazione che riguardava la patente, si è portato l’indice e il pollice della mano sinistra alle labbra. Elo si è pizzicato la pelle sotto al mento, e si è mordicchiato la punta del pollice. E poi quell’espressione. L’espressione di paura del prete quando ha parlato del Diavolo. Le palpebre inferiori contratte, gli angoli della bocca leggermente abbassati. E dopo un po’ un viso che ha rivelato gioia. E infine l’abbraccio di sua sorella, stamattina, dopo aver messo la collana a Nippa.
Sì, ora ha capito tutto.

“Buongiorno Alt”.
Espressione di sorpresa.
“Ciao Mes, tutto bene?”.
“Sì sì, metti subito il video del presunto rapinatore”, borbotta l’uomo al collega.
Altra espressione di sorpresa.
“Ho capito l’inganno. Guarda e capirai anche tu”.
Alt Burton non raggiunge il metro e sessantacinque, quindi trova un po’ faticoso arrivare all’ultimo cassetto in alto dell’armadio grigio. Lì tengono tutti i casi più recenti. L’ultimo è arrivato una settimana fa: un uomo aveva rapito due donne perché si pensava fosse povero, e quindi desiderava che i familiari delle ragazze pagassero qualcosa come riscatto. Altrimenti, attraverso un paio di telefonate con una voce modificata, affermava che le avrebbe uccise dopo due settimane dalla richiesta in denaro. Chiedeva novantamila Urfi, e sicuramente quella cifra se la possono permettere solamente quelli più agiati, e perciò la gente, a Donca, spera che le donne rapite arrivino da famiglie agiate. Nel frattempo hanno anche organizzato delle collette, anche se a malapena, tra contadini, architetti, professori e altri lavoratori hanno raggiunto i quarantamila Urfi. Ciononostante durante il processo al tribunale, mentre molti contadini venivano interrogati, i giornalisti si sono occupati delle riprese del fatto, e Alt se n’è procurata qualcuna da studiare con Mesto.
“Fallo partire dall’inizio”.
“Va bene”, risponde Alt guardando il collega, e manipolandosi contemporaneamente il lobo dell’orecchio.
Quindi Mes si fa scappare una risatina sardonica.
“Allora, sta’ ben attento caro: punta lo sguardo sull’avvocato”.
La mente di Alt però gli suggerisce che punterebbe più volentieri lo sguardo su qualche altra cosa, quindi sorride anche lui ironico, ma obbedisce tuttavia alla richiesta di Mes. “Dunque secondo lei, signora Murton, è stato l’interrogato qui presente a rapire le due ragazze?” – inizia a dire la voce seria e impostata del giudice – “”, risponde una voce di donna.
“Ecco. Guarda l’avvocato Urtisi, si porta le dita agli angoli delle labbra”.
“Non è d’accordo con quello che sente”, dice subito Alt con una punta di fierezza per il fatto di aver anticipato Mesto. “Esatto, bravo”.
Obiezione vostro onore” - interviene l’avvocato – “Bene, metti subito in pausa. Vedi, riesci a guardare l’espressione dell’interrogato? È piena di paura quando guarda Urtisi. Le palpebre inferiori sono tese. Guardagli anche le labbra: sono tirate all’indietro come due linee tracciate a penna. E che ne dici di quegli occhi sporgenti e fissi, sotto un paio di sopracciglia abbassate e ravvicinate? Vuol dire che è anche arrabbiato”. Alt prende a guardare Mesto. Si stupisce sempre del suo collega.
Durante il tirocinio, dopo l’esame lavorativo, aveva subito conosciuto Mes, e quindi lui era sempre invidioso: Alt prendeva un libro di cinesica e per memorizzarsi tutti i vari gesti e le microespressioni doveva spendere notti e notti senza il permesso di dormire, rinunciando qualche volta al suo solito jogging mattiniero, o ancora a qualche serata in discoteca. E invece Mesto aveva un talento naturale in materia, una dote intrinseca già dalla nascita.
Non è stato il mio cliente a rapire le tre donne” – continua l’avvocato rivolto al giudice. “Ah no avvocato? Tutti gli altri interrogati di stamattina hanno un alibi pressoché perfetto. È lui l’unico sospettato che ha delle idee traballanti. Mi dica allora? Chi è il rapinatore? Lei, avvocato?” – termina il giudice ironico, ma sempre con espressione seria. Quindi, proprio per questa serietà, Urtisi non pensa che si tratti di una battuta, e perciò risponde altrettanto seriamente: “Assolutamente no vostro onore. Non lo farei mai. Se mi permette, ho altro di meglio da fare nella vita”.
Alt comincia a scuotersi, come a voler saltare sempre più in alto, come quando a scuola alzava sempre la mano per far sapere che conosceva la risposta esatta.
“Spalle alzate all’improvviso in modo asimmetirico, e inizia subito a guardare pure per terra”, dice il ragazzo con un sorriso altèro, che gli provoca delle piccole rughette attorno a quegli occhi cerulei che cambiano colore a seconda del tempo.
“E smette all’improvviso di gesticolare”, gli fa eco Mesto. “Bingo capo”.
Espressione di gioia.
I due si danno un cinque.
“Sì, è lui” – riprende Mes – “Guarda anche il modo in cui il cliente abbraccia l’avvocato dopo il processo”.
Processo concluso senza sentenza. Il giudice ha deciso di fissare un ultimo appuntamento, per fare il punto della situazione.
“Appena si abbracciano entrambi si danno tre pacche forti e veloci sulla schiena, i busti si tengono a distanza, e si staccano in un tempo che non supera i due secondi”, dice secco Mesto.
“Devo far sapere agli agenti DLA della tua scoperta?”, chiede Alt. Mesto si limita a fare sì col capo.
“Mi dispiace avvocato Urtisi – comincia a dire tra sé – “con me non ha funzionato. Ha voluto fare la parte di un contadino. Ha voluto recitare qualcosa di diverso dalla sua solita parte. Le è andata male”, pensa Mes, accennando un ghigno.
Più tardi Mesto continua a lavorare, e tra un documento e l’altro si ferma, si gira e guarda fuori dalla finestra quel panorama che sullo sfondo offre la splendida vista della piazza. È riportato alla realtà dal suo stesso stomaco, che dal basso brontola come un’orchestra d’idiofoni.
“Ehi, Alt! Che ne dici di un panino?”. Mesto non fa in tempo nemmeno di terminare la frase che subito il collega si alza dalla sua scrivania, pronto per uscire e andare a pranzare. Quindi si appoggia sulla soglia dell’ufficio con i pollici infilati nella cintura, e con lo sguardo rivolto verso Mesto. Questo quindi sorride ancora sarcastico, e punta un’occhiata misteriosa al collega, come a dire “ti piacerebbe caro mio…”.
Alla panetteria prendono entrambi un panino con verdure inzuppate in salsa di maionese.

“Papà, dai voglio un panino!!”.
“Ma ora torniamo a casa. La mamma avrà preparato un sacco di cose buonissime”.
“E dai, papà. Ho fame. Ho voglia di un panino con le verdure. Su, oggi non ti ho fatto nemmeno arrabbiare”, diceva battendo le mani e pronunciando le vocali a caso, come se fossero una melodia per bambini.
Il padre quindi non resisteva alla scena, e, con passo lento ma deciso, afferrava la mano di suo figlio, e, un po’ con fare esitante entrava in panetteria, come se qualcosa lo intimorisse.
 
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