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Cap. 3 scritto da marziana65 il 17-04-2011 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Si soffiò il naso che non volò via. Era un naso ben piantato al suo posto. Se ne stava proprio al centro di un viso dove c'era tutto quello che occorreva, ai lati, le orecchie, utili come il resto.
Con le orecchie ci sentiva, che non è un fatto singolare.
Certo pure con il naso ci sentiva, ma solo gli odori e, infatti, se al suo naso ci parlavi, questo, non ascoltava.
Per ascoltare usava le orecchie che possono udire a comando e, quando ti obbediscono a dovere solo quello che ti pare che, oltre che dimostrarsi assai comodo, si rivela riposante. Risparmia di ascoltare le inutili chiacchiere ma anche, di farsene scappare fuori di rimando, in risposta.
Insomma si evita di entrare in un qualche circolo vizioso, di quelli che, proprio perché viziosi, finiscono col farti incartare in te stessa, facendoti inciampare nel già detto, e ridetto....
Ma che sfinimento.
A sorbirtele, le inutili chiacchiere, quelle poste fuori, dall'amabile conversare, sono nocive.
Per far chiacchiere occorre poco, per non ascoltarle, assai meno.
Per starsene in silenzio poi, basta non parlare.
Funziona per davvero.
E' straordinario tutto quello che funziona.
Intanto perché all'occorrenza te ne puoi servire e poi, perché non hai da ripararlo o se si scopre che non lo si può riparare, ecco che non ti trovi costretta a buttarlo via.
Quando, ti vedi costretta a buttar via qualcosa, e per davvero lo fai, non dai a te stessa, una bella immagine di te.
Restò trasecolata a rimirarsi nella mente, la scena di se stessa che gettava via tutte le sue domande .
Complicatissimo focalizzarla per bene, perché un carico di domande come te lo figuri?
Sbirciò il vecchio, ma non lo adocchiò per davvero .Era assorta.
Tornò ai suoi pensieri
Naturale, dipende. Dipende da che cosa stai buttando via, ma, questo è ovvio .
Non va bene tirar fuori delle ovvietà, ma è un fatto che escono fuori, nostro malgrado.
Le ovvietà hanno vita . Vita propria, indipendente, decidono per loro conto quando uscirsene fuori o meno, perfettamente inutile pensare di addomesticarle.
Ritornò a fare l'appello, dunque il naso, le orecchie, ma si, ora toccava agli occhi.
Con gli occhi guardava.
Attenzione... Occhio che sto ad osservarti, pensò, “guardando” di sfuggita il vecchio Oreste, al quale con lo sguardo, inesorabilmente, ci tornava e ci ritornava, pur non interrompendosi da quel suo oziare con la mente.
Un modo come un altro per sedare la tensione e per prendere tempo.
Con gli occhi, lo guardava – A uno solo - A un quadro - A un particolare di quel singolo o del quadro - Al suo uomo -
Già il suo uomo... no no meglio allontanarsi e proseguire vagando su percorsi mentali, più cauti e inoffensivi.
Con gli occhi - guardava - A tutti, indistintamente - A un panorama - Alla vita -.
Quando guardava alla vita, questa, se ne restava immobile, come in posa, pronta ad essere colta e impressa, fermata, nel suo aspetto più bello.
Dopo aver scattato la foto e alla vita tornava, semplicemente, faceva quello che ci faceva col suo naso, con i suoi occhi e con tutto, con tutto quello che possedeva e costituiva il suo essere, la viveva.
E a questo modo, non più in posa, la vita si consumava.
Buona cosa, diversamente non può o non deve andare, si disse, lasciandosi scappare un sorriso stentato, amaro.
Bene, ora era tempo di affrontare la realtà e di concentrarsi sulla ragione che l'aveva condotta lì.
La ragione?
Non ne aveva, in realtà era sfuggita dai suoi problemi, speranzosa di depositare un carico di domande che non reggeva più, e forse per rivederli, ma poteva sempre pescare nel sacco delle false ragioni, quelle, che di solito sono in odore di pretesti, e pescarne una a casaccio, oppure, ammettere che aveva solo bisogno di una tregua, di fermarsi un poco, non per meditare o per cercare soluzioni, e forse, neppure per ricevere risposte, ma esclusivamente, per gironzolare con la mente senza essere diretta da qualche parte.
Si voleva imboccare una strada e dei pensieri che non portavano a nulla.
Ovvio il nulla non è mai una destinazione. Una destinazione è risaputo : è da nessuna parte, che non è, in nessun luogo, come comunemente si pensa. No macché, in realtà è ovunque.....Ovunque non ci sia niente e dove chiunque divaga o gironzola o si perde ci può arrivare o ci finisce e, chissà se può decidere di restarci.
Perfetto. Questo lo avrebbe chiesto ai vecchi, giusto per rammentargli semmai l'avessero dimenticato, quanto fosse stravagante lei o solo, votata a far domande inutili, strane o inconsistenti.

I vecchi non amavano le novità e, probabilmente, amavano poco anche le visite.

Il fatto che sperassero che qualcuno giungesse, approdasse nelle loro vite, non scalfiva di un niente questo disamore per le novità, ma anche per qualsiasi visitatore.
In realtà se l'approdare di qualcuno nelle loro vite non ponesse fine all'attesa, forse avrebbero gradito i visitatori, e persino il carico di novità che ogni visitatore, si capisce, finisce col portarsi dietro o col provocare, irrompendo nel “solito”.......
I vecchi si sa sono abitudinari.
Ai vecchi premeva di restare cristallizzati, immobili, nel loro stato di muta e pacata attesa.
Amavano, l'ostinata inerzia di quella condizione, bene si coniugava questa sorta di malcelato poltrire, con l'età e l'assenza di impazienza, di frenesia.
Insomma questi due si erano come specializzati ad aspettare, senza che se ne interessassero sul serio, dell'esito di quel lungo attendere.
Senza avvertirne il patimento o la noia.
Era così bello sbirciar fuori e lontano, oltre alle loro esistenze, chiedendosi se stesse per giungere qualcuno, bello a tal punto che, quasi quasi temevano di spezzare l'attesa vedendo per davvero arrivare qualcuno.
Certo ci poteva stare che, molto più semplicemente, banalmente erano diventati assai pigri, e piuttosto taciturni ormai. Ai vecchi può capitare.
Questo non li aveva comunque portati a scordare, come lo si accoglie, chi giunge in visita. Più che le buone maniere a non disperder quel bene prezioso, che ha nome ospitalità.
Magari, non l'avevano fortemente attesa, talmente rapiti, presi dalla magia di quell'aspettare fine a se stesso, ma che fosse arrivata, dopotutto, e che si trovasse proprio lì, scaldava loro il cuore.
Entrambi finirono col chiedersi, se lei potesse intercettarlo, quel loro sentire tiepido, ma tenace, e se il suo starsene così assorta non fosse alla fine, l'unico modo possibile per non inciampare in una qualche uscita infelice.
Se lo ricordavano. Eccome se se lo ricordavano, quanto fosse impulsiva, quanto potesse quella donna, inciamparci nella sua impulsività, prima ancora, di tentare di contare fino a dieci.
Certo non dava l'impressione che stesse tenendo a freno proprio nulla, impulsività compresa, piuttosto appariva svagata, stanca. Come carica di pensieri o dispiaceri o magari di entrambe le cose, sospettò Oreste.
In fondo i pensieri non ci abbandonano mai, , non si fanno da parte quando abbiamo da patire e tormentarci.
Non cedono il passo a nulla, viaggiano in parallelo a qualsiasi sentimento, forse a qualsiasi sentimento danno voce o quantomeno, cercano di farlo, di interpretarlo, neanche fossero dei traduttori e, i sentimenti, le emozioni, lingue ignote e misteriose.
 
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