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I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno. (Emil Cioran)
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Nascondi abstract Ombra, Nokia e altri assassini

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Cap. 3 scritto da MASSIMO CAMILLETTI il 12-05-2010 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Nokia scivolò via dal letto silenziosamente, con movenze feline, avvolta pudicamente nell’unico lenzuolo che era riuscita ad arraffare alla meglio nel buio della stanza. Si avvicinò alla finestra che dava su una strada laterale facendo scorrere lo sguardo dal vicolo male illuminato ai muri scrostati del palazzo di fronte: una selva di antenne multiformi si stagliavano come silhouette scheletriche sui tetti del quartiere, ovunque una luce diffusa di color arancio; le strade, deserte.
Quell’Umanità che aveva visto urlare e corrersi addosso per tutto il giorno in un movimento incessante e privo di senso ora sembrava essersi placata, vinta dal sonno, come una bestia feroce dopo la caccia.
«Torna a letto.» La voce di Ombra la fece sobbalzare, una voce bassa e priva di calore, espressione perfetta del suo modo di essere nei pensieri e nei gesti.
Una volta preso possesso della stanza si erano spogliati con naturalezza e preparati, senza una parola, per il riposo notturno. Nokia si era disattivata quasi subito, seguendo la propria programmazione, senza che tra loro avvenisse il minimo scambio. Ombra invece aveva continuato a trafficare con lo zaino e poi si era chiuso nel suo silenzio imperscrutabile.  La classe di androidi di classe PROG alla quale lei apparteneva usciva dai laboratori con formattazione psichica zero, con blocco rigido della sfera emozionale, ma  - riflettè Ombra – nel caso di Nokia qualcosa di insolito doveva essere avvenuto. Nella penombra della stanza percepì la sua voce flautata. «Ma tu non dormi mai?? » gli aveva sussurrato tornando con gesto aggraziato sotto le coperte sempre avvolta nel lenzuolo come in un precario rifugio. Per tutta la notte l’avrebbe sentita agitarsi e lamentarsi piano, senza un attimo di tregua.
Ombra aveva scelto quell’albergo di infimo ordine nei pressi della Stazione ritenendolo più sicuro per le prime ore della loro fuga. «Conosco il proprietario.» le aveva detto forse per rassicurarla. “Ma come era possibile?!?” si era chiesta turbata... Riflettè che nulla sapeva del suo occasionale compagno, al quale del resto non poteva non riconoscere determinazione e grinta a volontà. Sembrava sapesse sempre cosa fare, così almeno si augurò. Voltò la testa dalla sua  parte e lo vide concentrato, con gli occhi fissi, quasi sbarrati, puntati sul soffitto. Allora si strinse nel lenzuolo con ancor maggior forza scivolando di nuovo in un sonno agitato e senza sogni, per concludere il suo primo giorno di vita.

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Fabio guidò, o meglio, riuscì a portare la macchina sino a casa, dall’altra parte della città. Il viaggio in mezzo all’inevitabile traffico lo aveva letteralmente sfiancato, con la mente preda di una ridda convulsa di immagini: un mix frastornante di volti, parole, emozioni nel quale la realtà e la fantasia si erano fuse in un unico filo conduttore.
Parcheggiò di lato senza molta cura precipitandosi in casa e facendo le scale a quattro a quattro. Appena entrato si bloccò ansimando, spalle alla porta, con un peso opprimente al centro del petto: questa non sarebbe stata una sera come le altre.
Il silenzio totale che regnava nelle stanze vuote si era trasformato in un rombo assordante, insopportabile, mentre un sentimento inedito stava facendosi strada nella sua anima a colpi di maglio spazzando via l’amore e il dolore e la malinconia e la paura della solitudine. Odio. Odio verso il mondo intero ed ancor di più verso sé stesso. Si diresse in camera sua senza neanche spogliarsi, sedendosi alla scrivania dove lo aspettavano il computer da un lato ed il manoscritto dall’altro sopra una pila di appunti e di fogli in bianco. Prese la sua G2 rossa, compagna fedele ed affidabile, strumento preferito della sua arte, poi tirò fuori dalla pila l’ultimo capitolo e rilesse con attenzione la nota riepilogativa. La “Storia” era arrivata ad un punto critico.

- GUERRA TOTALE. LE ASTRONAVI AI LIMITI DEL SISTEMA SOLARE. MA LA BATTAGLIA DECISIVA RIGUARDA UN MANIPOLO DI SOLDATI DELLE DUE PARTI IN CONFLITTO. IL TEATRO: IL PIANETA TERRA. UN BOSCO FITTO IN UNA PICCOLA LOCALITA’ NEI PRESSI DELLA CAPITALE.

Fabio dovette fermarsi un istante: si scoprì la fronte imperlata di sudore, le pulsazioni accelerate.

OMBRA. QUELLO IL NOME DI BATTAGLIA, IN REALTA’ NARIETH ‘T VELI, COMANDANTE IN SECONDA, L’ESPONENTE PIU’ GIOVANE DELLA DINASTIA.
OMBRA, IL TRADITORE.
CON L’APPOGGIO NON CASUALE DI NOKIA, L’ANDROIDE, ABBANDONA I SUOI COMPAGNI SULLA TERRA IMPADRONENDOSI DELLA NAVETTA SUPERSTITE PER AGGREGARSI A CRELLON.

Si portò una mano alla fronte. Sentiva la tempia pulsare con forza. “Ma Ombra aveva deciso di fuggire. Bene.”

OMBRA CHE INVECE DECIDE DI FUGGIRE. CERCA DI RAGGIUNGERE I SUOI COMPAGNI TRASCINANDOSI DIETRO L’ANDROIDE DI CLASSE PROG - il volto di Fabio si deformò in un’espressione disumana – TROPPO TARDI.

Buttò la penna sui fogli. Ora doveva prendere una decisione sulla sorte del Pianeta-Madre dei ‘T Veli, sotto assedio della flotta Crellon.
Al diavolo!! AL DIAVOLO!!

“LA NOTIZIA DELLA DISTRUZIONE DI VELIAH, CON I SUOI 800 MILIONI DI ABITANTI, GIUNGE SUL TAVOLO DELL’AMMIRAGLIO ALLE ORE 18:20 CIRCA, TEMPO TERRESTRE…”

Fabio era rimasto inchiodato così, con la penna sospesa a mezz’aria, nelle orecchie una sorta di vuoto ronzante. Nella sua mente si formarono delle immagini, veloci come in un assurdo videoclip.
Astronavi, con i loro scafi argentei, ferme nello spazio-porto, a migliaia. Gli abitanti del pianeta incolonnati per chilometri in ordinate file, senza un lamento, senza clamori, con grande dignità, in attesa dell’imbarco. I cieli solcati dallo schioccare dei caccia dislocati nello spazio aereo a protezione dell’esodo. Gli apparve un volto di donna, di straordinaria bellezza, una bellezza aliena, il viso incorniciato da lunghi capelli candidi in sublime contrasto con gli occhi neri, due perle scurissime, lo sguardo fiero. Una Regina, forse? Per mano teneva un bimbo, così simile alla madre da non lasciare alcun dubbio. All’improvviso, nel delirio di cui ormai era preda Fabio, i due volti si erano trasformati in quelli di Stella ed Emanuele, che gli sorridevano...
E poi, l’Inferno, al cadere delle prime bombe.
I lampi nucleari che spazzavano via ogni traccia di vita, ovunque morte e distruzione, astronavi disintegrate, la terra squarciata, ferita, i lamenti dei superstiti.
Vide i volti dei suoi cari deformarsi e poi liquefarsi come cera accostata alla fiamma, al Fuoco divoratore che nulla risparmia.
«No,  - gridò d’orrore – NOOOO!!!! »
Tornò in sé lentamente, ritrovando piano piano sé stesso, le sue cose, la sua realtà, per quanto le sensazioni vissute nella visualizzazione avrebbero continuato a tormentarlo a lungo nei suoi incubi notturni.
La sua furia esplose all’improvviso. Spazzò via tutti i fogli con un gesto di una violenza insospettabile disseminandoli nella stanza. Senza spegnere le luci si ritrovò in strada, prese la macchina e si gettò a capofitto nel tunnel di una notte che si preannunciava lunga e senza tregua.

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Ombra si alzò nel cuore della notte e attraversò la stanza immersa nella penombra per raggiungere il tavolo alla parete opposta. Passando accanto al letto gettò un’occhiata alla sagoma immobile sotto le coperte: il respiro di Nokia era lento e regolare.
Ormai stavano ovunque, gli androidi, utilizzati soprattutto nei settori più bassi della piramide sociale. Ma lui non si era ancora abituato. La loro diffusione massiccia, rispetto ai Veliahni si trovavano in un rapporto di 5 a 1... era divenuta una scelta obbligata, indispensabile dopo l’Epidemia che aveva decimato la popolazione del pianeta-madre.
Prodotti di laboratorio erano, eppure… a volte gli apparivano così vivi e vitali che riusciva con difficoltà a pensarli privi si sentimenti, se non di un’anima, secondo un’opinione diffusa. Per ora la situazione era sotto controllo ma  - pensò con una punta d’inquietudine seguendo il proprio istinto - si chiese per quanto tempo ancora avrebbero continuato a servire i loro Creatori mostrando obbedienza assoluta così come avevano fatto dalle origini… E in effetti, guardando Nokia, le sue “anomalie comportamentali”, le sue continue deviazioni dalla programmazione, il sospetto che lo animava diventava quasi certezza.
Prese dal tavolo lo zaino da cui estrasse il necessario per il Contatto. Scelto lo spazio di pavimento più libero, stese in terra la stuoia finemente decorata posizionando la Pietra con la giusta angolazione segnalata da un piccolo globo iridescente all’interno del quale una serie di segmenti e punti si muovevano in continuazione. Si accovacciò sulla stuoia, schiena eretta, occhi chiusi, iniziando una respirazione lenta e profonda con i palmi aperti poggiati sulle cosce, mantenendo questa posizione per circa un’ora.
Quando la sua figura fu avvolta per intero da una luminosità azzurrina, la Pietra si sollevò dal pavimento andando a posizionarsi di fronte al Veliahno secondo uno schema della Geometria Sacra ben determinato. Due coni di luce fuoriuscirono dalle sue mani convergendo sul Fossile Vivente il quale restituì l’energia sotto forma di un sottile raggio bianchissimo che lo raggiunse proprio al centro della fronte. Era il Contatto, una capacità millenaria sviluppata dalla sua Specie dall’alba della civiltà, che consentiva loro di connettersi telepaticamente anche ad anni-luce di distanza. 
Ad Ombra furono sufficienti pochi secondi di Tempo Terrestre per rendersi conto della situazione drammatica che si stava vivendo su Veliah: vide il pianeta circondato dalla flotta Crellon in posizione di attacco e i preparativi per l’esodo della popolazione in un clima di ordinato terrore. Con enorme sforzo mentale riuscì a comunicare con i propri familiari nel disperato tentativo di infondere loro fiducia e speranza, promettendo di impegnarsi a raggiungerli al termine della missione giunta ormai all’epilogo.
Ma quando il Contatto cessò, i volti comunque sorridenti della sua adorata moglie e del suo  Piccolo Gioiello della Corona danzarono a lungo nello specchio della sua mente offuscata, prima di sparire nelle profondità dello Spazio dalle quali erano venuti.
Il Veliahno era rimasto lì, piegato, senza muovere un muscolo, con lo scorrere del Tempo segnato solo dal respiro regolare di Nokia che nel silenzio della stanza era risuonato in lui come l’impetuoso Vento Della Valle Dei Sorrisi; sino a quando, in un gesto forse uguale per tutti gli esseri viventi anche nel più remoto angolo dell’Universo, non aveva fatto sparire il volto tra le mani trasformando il dolore in un canto, una nenia infantile lenta e struggente come il levare dei Soli nell’alba umida su Veliah.
Poi si sentì sfiorare.

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La lama uscì dal fodero con uno scatto metallico.
Il Cacciatore posò sulla scrivania il coltello dal manico di madreperla finemente intarsiato, poi aprì la busta con lentezza studiata ed abilità da chirurgo esaminandone il contenuto alla luce della lampada: due nomi, due volti ed un indirizzo.
Estrasse dalla valigetta la pistola-laser soppesandola sulla mano aperta e dopo averne verificata l’efficienza la infilò nella fondina ascellare. Fece qualche movimento con le braccia: comodo e stabile. Chiuse la zip del giubbotto, sistemando gli occhiali scuri in una tasca esterna ed il coltello nel fodero della cintura.
Qualche volta amava farlo a mani nude.
Poi uscì in strada dirigendosi a passo svelto verso il parcheggio, nell’aria frizzantina della notte.

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Nokia era rimasta sveglia a lungo sotto le coperte, immobile come una statua. Aveva seguito tutta la preparazione svolta da Ombra dall’inizio del Rito della Pietra sino alla fine, senza azzardarsi a compiere il minimo movimento. Per paura forse. O era rispetto?
Il Veliahno in effetti le incuteva una sorta di timore quasi sacrale che l’atteggiamento distaccato non aiutava a superare. Ma, ora, a vederlo così, con la testa tra le mani… o forse era stato il Canto, dolente, a romperle qualcosa dentro…
Spezzando il Veto si alzò e gli arrivò alle spalle, con il suo passo morbido e felpato, appoggiandogli le lunghe mani aperte sulle sue rimaste a contatto con il viso.
Comportamento inaccettabile per le rigide leggi Veliahne.
Nokia era cosciente di aver infranto un tabù mai violato ma l’aveva fatto candidamente, senza cercare spiegazioni di sorta e senza riflettere sulle conseguenze del proprio gesto. Ombra, sorpreso, si sciolse da quella specie di abbraccio con gesto fermo ma delicato e girò la testa sollevandosi in piedi. L’androide d’istinto fece un piccolo passo indietro ma lo sguardo che incrociò fu sufficiente a dissipare tutti i suoi timori: sul volto del Veliahno, al posto del disprezzo o dell’ira o dell’incredulità, lesse l’esatto contrario, un misto di sensazioni che mai avrebbe immaginato su quel viso. Dolore. Paura? E la meno probabile di tutte: gratitudine.
Ombra si mosse portandosi ad un passo dalla figura impietrita di fronte a lui, che dominava dall’alto della sua statura massiccia, allungò una mano in una goffa carezza sulla guancia e poi, per la sorpresa genuina di Nokia, le poggiò la testa sull’incavo tra la spalla ed il lungo collo con le braccia abbandonate lungo i fianchi per ricevere l’abbraccio tacitamente implorato.
E così restarono a lungo, con il sottofondo dei rumori sempre più forti della città-mostro che iniziava il risveglio.
 
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