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I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno. (Emil Cioran)
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Nascondi abstract Ombra, Nokia e altri assassini

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Cap. 2 scritto da MASSIMO CAMILLETTI il 26-04-2010 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Fabio si alzò di scatto al sibilo acuto proveniente dalla cucina, distogliendo lo sguardo dall’orizzonte punteggiato qua e là da qualche vela bianca; rischiando l’ustione spostò la caffettiera sul lavello versando nella tazza ciò che restava del contenuto e tornò a sedersi nel patio a sorseggiare la bevanda bollente. Al diavolo. Avrebbe pulito tutto più tardi, prima di tornare a Roma.
“ Non avresti mai potuto fare il pompiere…” La frase preferita di Stella, che arrivava puntuale come un orologio in quelle occasioni, gli tornò in mente strappandogli un sorriso. Frugò nella sacca appoggiata sotto la sedia e invece della risma di carta si ritrovò in mano il quaderno di Storia di Emanuele, portato da Roma e mai aperto, naturalmente. Il birbone stava ancora dormendo, sepolto sotto una montagna di coperte, ma c’era ancora una speranza residua di metterci mano, magari nel viaggio di ritorno.. Non era facile per lui, nei weekend che due volte al mese potevano dedicarsi, comportarsi con autorità, o autorevolezza, nei confronti del suo piccolo unico grande amore… Un furbetto di tre cotte…
Tornò a fissare l’immensità azzurrina, fusione perfetta tra cielo e mare. Nessuna nube a spezzare l’incanto. Una leggera brezza carica di salsedine gli scompigliò i capelli procurandogli un brivido: la primavera ancora acerba regalava a questo spicchio di mondo un senso molto particolare di verginità, di lontananza da tutto il resto. Era il suo rifugio, soprattutto dopo la separazione, nella faticosa ricerca di un nuovo equilibrio. Lì, a contatto con gli elementi naturali poteva concentrarsi sulla scrittura che incidentalmente era anche il suo mestiere… Sentiva che quel luogo aveva in sé i connotati di un crocevia di emozioni, un qualcosa che entrava in comunicazione diretta con una parte di sé estremamente attenta e ricettiva, e forse bisognosa, di trovare quiete, finalmente.
Stella. Il suo paradiso. E il suo inferno in terra.
L’alba era ancora giovane e la spiaggia già pullulava di gabbiani che frugavano tra il quarzo alla ricerca di cibo, gli arrivava il loro gracchiare in lontananza. Spostò lo sguardo a sinistra dove il promontorio precipitava nel mare: vide il biancheggiare della schiuma sulla roccia scura quando l’acqua si gettava con impeto addosso alla montagna quasi a simboleggiare il desiderio irrealizzabile di fusione. Lo scoglio e l’onda.
Doveva farli incontrare. Ma dove?!? Vide in lontananza la sagoma sfuocata di una donna intenta a raccogliere conchiglie, mattiniera…
Alla Stazione!! Sì. Alla Stazione.
Sorrise. Immaginò Nokia. La vide. La percepì nell’atto di alzarsi con riluttanza abbandonando lo scompartimento. Respirò con forza. In quel momento era Nokia, a tutti gli effetti: ne intuì il disorientamento, la sua paura irrazionale. Ombra invece sarebbe stato già là, ad attenderla. Impaziente. Glaciale. Un breve colloquio e poi ognuno per la sua strada. Almeno per il momento. Questo aveva deciso. E l’assassino?? Ci rifletté per qualche istante… Fermo. Lui doveva rimanere fermo. Non era ancora arrivato il momento di farlo entrare in azione. Avrebbe avuto…
Si sentì chiamare. Emanuele.. Sentì un moto di gioia cristallina.. «Eccomi!»
Si alzò, prese la tazza e rientrò in casa.

Il treno rallentò la sua corsa in prossimità dello scalo, poi proseguì lentamente sino ad arrestarsi all’interno della Stazione. Nokia si ritrovò sul marciapiede quasi senza rendersene conto: si sentiva confusa, la testa ronzante; il riverbero della luce del giorno la costrinse a proteggersi gli occhi con lenti scure che le fornirono al tempo stesso una piacevole sensazione di isolamento dalla massa frenetica dei corpi in movimento sulla banchina. Lui era già arrivato e la stava aspettando in piedi, accanto alla biglietteria, con il giornale in mano. L’apostrofò, gettando una rapida occhiata al display sopra le loro teste.
«Sei in ritardo.»
«…Non è stata colpa mia se il treno…»
Ombra non voltò nemmeno la testa per guardarla, eppure Nokia sentì la sua presenza addosso, pesante come un macigno.
«Dovevi chiamarmi. E’ un rischio rimanere ancora qui. Spostiamoci.»
«Dove ci vediamo?»
«Esci da una porta laterale e raggiungimi sulla panchina sotto l’orologio al centro della piazza.»
Senza aggiungere altro chiuse il giornale e si avviò veloce verso la scala mobile. Nokia attese qualche secondo e poi lo seguì da lontano, a passo svelto.

«E dopo Romolo, il fondatore di Roma nel… - Emanuele si grattò la testa - nel 753 avanti Cristo, si ricorda Numa Pompilio, di stirpe sabina, re-sacerdote, al quale seguì Tullo Ostilio, latino, che mise in atto continue guerre con i popoli vicini; lo scontro aspro con Albalonga per il dominio nella valle del Tevere si concluse con la sconfitta della potente città sui Colli Albani che venne completamente rasa al suolo…» Fabio rallentò in prossimità del semaforo, poi allungò la mano verso la bionda chioma riccioluta di Emanuele seduto al suo fianco.
«Ok tesoro, sei bravo. Può bastare così. Rimetti il libro nello zaino che se per caso lo dimentichiamo in macchina chi la vuole sentire tua madre?!? » tentò di scherzare. Il bimbo sollevò gli occhioni di scatto con un’espressione solo in apparenza divertita. Intanto il sole stava per scomparire dietro la collina di Monte Mario e i suoi raggi riversavano una colata d’oro puro sulla sommità delle cupole svettanti nello skyline della Città Eterna. L’appuntamento con Stella era alla fermata della Metro a Piazzale Flaminio e loro, manco a dirlo, erano in leggero ritardo. Fabio scommise con sé stesso un dollaro contro il montepremi del SuperEnalotto che l’avrebbe trovata nervosa e di pessimo umore.
Partì al verde pigiando un po’ troppo sull’acceleratore, beccandosi pure un rimprovero da suo figlio, dall’alto della sua sconfinata ed antica saggezza.
«Papàaa, non serve correre, siamo quasi arrivati...» Ed infatti, superato un altro semaforo, trovò finalmente un pertugio per poter accostare sulla destra. Neanche il tempo di spegnere il motore che Emanuele si era già proiettato fuori con l’energia tipica della sua età.
«MAMMA!!» gridò volando tra le sue braccia. Fabio si fermò ad osservarla con attenzione. Nonostante il riflesso sul parabrezza non poté non prendere atto di quanto fosse sempre elegante, sempre bella, bella da morire, come sempre. E per la prima volta, riferito agli ultimi due anni naturalmente, per la prima volta dopo tanto tempo - secoli? – sentì smuoversi qualcosa nel profondo. Non amore. No. Non più. Ma una sensazione di… non era facile da definire… compassione forse? nella sua accezione più antica e cioè cum-patire. Lui, grande esperto nel sigillare il sole accecante del proprio dolore in angoli inaccessibili, in questo pomeriggio stralunato con loro due impegnati in questo scambio osceno su un marciapiede affollato di gente, in questa staffetta disumana come solo l’Uomo riesce a concepire, lui, per questa volta si fece vincere e sopraffare, ma solo per un breve istante.
Un istante eterno che poteva bastare per correre ad abbracciarla e ricominciare tutto.
E invece scelse, comunque scelse, la strada più tortuosa tradendo la parte migliore di sé: uscì dall’auto e li raggiunse con il volto coperto da un sorriso, per i saluti.
«Ciao Stella. Come stai?»

Nokia attraversò l’atrio della Stazione evitando il più possibile ogni contatto fisico con Loro e si ritrovò all’aperto. Proteggendosi gli occhi con la mano vide Ombra seduto sulla panchina intento a leggere il giornale per cui allungò il passo sino ad arrivargli di fronte e lì rimase, impalata, senza parlare. Lui sollevò lo sguardo, piegò il giornale e si alzò a sua volta. Si fissarono per alcuni secondi in mezzo alla babele di rumori e suoni diversi, nel caos indescrivibile del traffico e del movimento frenetico della massa di persone intorno. Fu Ombra a rompere il silenzio.
«E così tu sei Nokia. » Si divertì quasi nel vedere quel volto di una bellezza aliena stravolgersi in un’espressione di autentica sorpresa, con gli occhi sgranati e la bocca semiaperta. Per lei tutto era nuovo. Tutto era la prima volta.
«Io…tu come conosci il mio…» Ombra socchiuse gli occhi e scartò la testa di lato senza curarsi di mascherare l’irritazione.
«Lo so. E basta. Ti meraviglia? » Nokia posò lo zaino in terra ed agitò le dita sottili e lunghissime disegnando nell’aria un simbolo indefinito. Era percorsa da capo a piedi da un tremito incontrollabile e faticava a mettere a fuoco i propri pensieri.
«E’ successo nell’altra Stazione - balbettò - quando sono partita. Ho visto un cartellone…e mi è venuto il desiderio di…
ma l’avevo solo pensato e tu…come hai fatto a…Io…mi sono data un nome e…» La risata secca di Ombra la colpì con la violenza di uno schiaffo.
«STUPIDA. Non hai capito niente allora… - sospirò guardandola diritta negli occhi -
è LUI che te l’ha dato, il nome…Lui…»
Nokia percepì tutta la frustrazione - il dolore ? - dello sconosciuto che aveva di fronte, un momento di quasi debolezza in aperto contrasto con la sua prestanza fisica, così alto com’era, massiccio, le fasce muscolari in rilievo, il viso una maschera inquietante. Ombra allungò una mano e le toccò il cranio lucido,con un gesto ruvido, poi le afferrò il braccio con forza quasi eccessiva al punto da provocarle un gemito.
«Hai un corpo - la squadrò da capo a piedi soffermandosi sui seni rigonfi messi in evidenza dalla maglietta attillata, sulle curve armoniose dei fianchi, sulle lunghissime gambe.
Era PERFETTA. Quel bastardo ci sapeva fare con la penna. L’aveva messa sulla sua strada non a caso, certo…Ne intuiva il movente. - Adesso hai un corpo…Ti vedi? Ti senti?? Non dirmi che non ti piace avere un corpo - gli occhi si accesero di una luce sinistra – Lui ha deciso così, il Bastardo. – sibilò tra i denti - Non so perché ti abbia tolto tutti i capelli ma sei bellissima anche in questo modo. E adesso andiamo, raccogli lo zaino e andiamo. » Prese il proprio dalla panchina.
«Vieni - disse cercandole la mano libera – è il momento di muoversi.»
«Aspetta!» Nokia scartò di lato, divincolandosi.
«Che cos’hai?»
«La Storia... – esitò quasi per prendere coraggio – non prevede che ce ne andiamo insieme. – la tensione aveva accentuato il pallore mortale del suo viso - E’ scritto che a questo punto ci si debba separare.
E’ scritto. »
Ombra si fermò posando lo zaino in terra. Fissò Nokia negli occhi per qualche istante e poi fece spaziare lo sguardo sulla piazza brulicante di esseri.
«E invece ce ne andremo.
Insieme. E in fretta anche.» Fece per muoversi ma Nokia lo bloccò.
«NO!» Ombra sembrò quasi respirare con forza.
«Non abbiamo più tempo ormai. Muoviti.
Anzi no… - sorrise acido – resta pure lì. Io me ne vado. Io voglio essere libero. Tu rimani lì, impalata, sulla panchina - ora il volto era deformato in un ghigno - ad aspettare un cenno dal Padrone.» e girando sui tacchi fece per allontanarsi. Nokia gli corse dietro afferrandolo per un braccio.
Ma già sapeva che l’avrebbe seguito.
«E’ impossibile!! NON SI PUO’ FARE!!» Ombra la guardò serio. Ad un esame più attento si sarebbe quasi potuto dire…con dolcezza?
«E’ vero, non si potrebbe fare.
Ma noi lo faremo.» rispose tranquillamente. La guardò senza vederla veramente, attraversandola, poi le cinse la vita con il braccio libero e a passo svelto attraversarono la strada senza più parlare, mescolandosi alla folla.

L’incontro fu breve.
Stella lo salutò appena, senza incrociarne lo sguardo e dopo aver controllato lo zaino rimase in attesa di lato, dimostrando anche un certo tatto. Non era una cattiva persona.
«Papà…» Emanuele era un tipo tosto e mai faceva trapelare le proprie emozioni ma questo atteggiamento da parte del bimbo era vissuto da Fabio in maniera devastante.
«Tesoro, quando hai la semifinale di pallanuoto?» chiese intanto che gli sistemava meglio il giaccone.
«Uhm…martedì. Alle sette. – lo scrutò preoccupato - CI SARAI?»
«Ci-puoi-giurare! - rispose battendogli il cinque – Ed ora vai. Non far aspettare mamma.» Il ragazzo si voltò e la raggiunse a piccoli passi, si presero per mano e si avviarono verso il buco nero della Metro.
Non ti voltare, perdio, non ti voltare, non ti voltare…” Pochi metri prima di sparire nel buio Emanuele girò la testa facendo ciao con la manina. Fabio li seguì con lo sguardo confondersi con la marea di gente in movimento e così rimase per diversi minuti come se il nero che aveva inghiottito un pezzo della sua vita dovesse da un momento all’altro rigurgitare un mostro orrendo.
Delle immagini si formarono nella sua mente.
Vide Nokia e Ombra, in piedi di fronte ad una panchina fuori dalla Stazione. Li vide discutere.
Strano. A quel punto avrebbero dovuto separarsi. No: se ne vanno via insieme! Ma dove?!? Accidenti… In questo caso la Storia prenderebbe tutta un’altra direzione… Sorrise.
E perché no? Allora era venuto il momento di muovere il Cacciatore.

Prese dal sedile posteriore il manoscritto e dopo aver fatto le opportune cancellazioni lo rimise al suo posto.
Tornò a fissare il buco nero, con sguardo allucinato.
Incontrarsi. Perché?
Separarsi. Perché?
Non trovando una qualsiasi risposta riavviò il motore perdendosi nel traffico del tramonto.
 
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