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Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto. (Italo Calvino)
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Nascondi abstract Ombra, Nokia e altri assassini

Scelto da Webmaster.

"Quello che ho il piacere di inviarvi è il primo capitolo di un racconto che 10 anni fa avevo fatto girare tra i miei amici chiedendo loro di continuarlo... ma non siamo riusciti ad andare avanti ed è rimasto nel cassetto tutto questo tempo."

Questa è una parte dell'email con cui manifesta ha accompagnato l'inizio di questo nuovo racconto a staffetta. Sono ben lieto di pubblicarlo e spero che arrivi presto il capitolo successivo: la storia promette di essere molto interessante...


La ribellione    sfoglia Capitolo Successivo
Cap. 1 scritto da MASSIMO CAMILLETTI il 29-03-2010 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Posò la penna sul foglio bianco con un gesto nervoso. Non andava. Per niente.
Si alzò per frugare nella tasca del giubbotto alla ricerca delle sigarette poi uscì nel patio e si appoggiò alla balaustra aspirando una lunga boccata. Con lo sguardo seguì a lungo uno stormo di gabbiani in volo al consueto passaggio serale: una serie infinita di evoluzioni, con il sottofondo del loro tipico gracchiare, che evocarono in lui come accadeva ogni volta lo stesso senso di nostalgia acuta e struggimento che non sapeva spiegarsi. Forse – rifletté - per la differenza che esisteva tra la loro natura libera e la sua, di esistenza, così concreta. Cercò di immaginarsi con i loro occhi: un minuscolo ed insignificante bastoncino piantato nel terreno.
Erano più di tre giorni che il racconto non proseguiva di una riga e si chiese se fosse un momento di scarsa vena oppure la conferma dei suoi timori più nascosti. Perché non aveva particolare urgenza. E questo era il particolare che più lo preoccupava. L’ editore aveva cercato di rassicurarlo al riguardo ma questa solerzia da parte sua non aveva fatto altro che rafforzargli il dubbio: che avesse anche lui iniziato a dubitare delle sue capacità.
Il suo metodo di scrittura - rifletté vagamente irritato – sino ad allora aveva sempre funzionato. O quasi. Faceva sempre così, di solito: metteva nel calderone della sua testa i vari elementi che dovevano far parte di quello scenario e poi li abbandonava, a girare nel chiuso della sua mente, lasciando che fossero loro a trovare un accordo soddisfacente che lui doveva soltanto ratificare trasferendolo sulla carta.
Tornò a seguire i gabbiani.
C’era qualcosa di magico nel movimento sincrono dello stormo che faceva pensare ad un’interpretazione leggiadra di una partitura ferrea, oppure ad un’osservanza dogmatica di rigide leggi gravitazionali. Sorrise. Qualcosa si stava sciogliendo. Ora c’era molta più luce nella sua mente.
Aveva lasciato la ragazza ferma alla stazione e adesso era giunto il momento di farla muovere.
Schiacciò il mozzicone sotto il piede e rientrò in casa dopo aver aspettato che anche l’ultimo degli uccelli sfilasse sopra la sua testa. Era così piacevolmente preso che non notò il movimento rapido di una sagoma nel folto dell’erba del giardino. Si sedette alla scrivania ed accese la lampada. Raccolse la penna ed iniziò.


Era seduta sulla panchina più vicina ai binari ed era rimasta in quella posizione per un tempo indefinito, sguardo fisso, senza curarsi del via vai frettoloso degli esseri. Furono i ripetuti bip provenienti dallo zaino poggiato in terra a scuoterla dal suo torpore. Infilò la mano nella sacca e raccolse l’oggetto. Osservò stupita per qualche istante il display illuminato sino a che si decise a premere l’ o.k.
La telefonata fu brevissima.
Era la prima volta che veniva chiamata ad usarlo e si limitò ad ascoltare, accompagnando le poche parole con un movimento impercettibile del capo; ripose il cellulare nella tasca e raccattò lo zaino puntando verso la toilette a passo svelto. Attraversò il piazzale evitando il più possibile il contatto con i corpi in movimento. Era una sensazione che la metteva terribilmente a disagio.
Non era abituata. Sperando di non dare nell’occhio scrutò i volti delle creature che gli sfilavano accanto nel tentativo vano di immaginarne i pensieri.
Ebbe un lungo brivido.
Oltrepassò la porta scorrevole dei servizi e seguendo le istruzioni ricevute occupò una toilette chiudendosi a chiave. Aprì lo zaino ed iniziò a cercare il foglio che lesse in tutta fretta per memorizzarne il contenuto prima che la carta si dissolvesse a contatto con l’ossigeno dell’aria. Si spogliò completamente sigillando i vestiti in un’ apposita sacca trasparente. Poi frugò ancora: mischiata ad altri oggetti c’era una busta di plastica con all’interno uno specchio, un flacone di liquido colorato e qualche batuffolo di ovatta. Appese lo specchio nella parte interna della porta e si sedette sul water. Impregnati i batuffoli iniziò a tamponare la cute del viso lungo il perimetro dell’attaccatura dei capelli, poi afferrò la ciocca più folta strattonando con un colpo deciso, senza provare dolore. La chioma bionda le restò nella mano e si ritrovò a fissare incredula la sua nuova fisionomia, il volto regolare di una bellezza semplice, messa ancora di più in evidenza dal cranio liberato dai capelli.
Si alzò in piedi con lentezza, passandosi la mano affusolata sulla nuca e sulla fronte. Poi le fece seguire il profilo del naso e delle labbra scivolando dal mento sempre più giù, sino all’incavo profondo dei seni, in un tentativo maldestro di auto-riconoscimento.
Ma non doveva farsi troppe domande.
Perché per lei non esistevano risposte. Non sapeva chi era e cosa doveva fare ma non era un problema: lei doveva solo obbedire agli ordini.
Nello zaino c’erano i nuovi abiti che indossò rapidamente, poi raccattò tutte le sue cose, aprì la porta ed uscì di nuovo nell’atrio proprio mentre la speaker della stazione annunciava cinque minuti alla partenza.

Avrebbe preso il Treno.
Rimase per un attimo ad osservare il movimento frenetico della gente intorno e le apparve più che mai, mai come in quel momento, assolutamente incomprensibile. Tutto ciò, unita alla babele di voci e rumori di ogni genere, non faceva altro che aumentare la sua sofferenza mentale e fisica. Si scoprì a fissare un cartellone pubblicitario nel quale una ragazza fornita di gambe lunghissime, e non solo, era stata immortalata nell’atto di parlare al cellulare, sguardo esageratamente stupito e bocca aperta, quasi nell’atto allusivo di ingoiarlo.
Un nome - pensò all’improvviso.
Desiderava un nome.
"
Loro" avevano quest’abitudine strana di usare parole per riconoscersi. E lei avrebbe fatto altrettanto. Guardò ancora il cartellone e decise: Nokia. Si sarebbe chiamata Nokia.
Riprese a camminare lungo la banchina e si diresse verso il binario dove gli ultimi viaggiatori si stavano affrettando per l’imminente partenza. Salì con passo incerto sul predellino ed attraversò il breve corridoio sistemandosi nel primo scompartimento vuoto. Scelse il posto accanto al finestrino.

Continuava a sentirsi strana.
Faceva fatica a respirare come se avesse qualcosa che le ostruisse la gola. Si passò inavvertitamente la mano vicino gli occhi scoprendoli bagnati di un liquido strano, trasparente, inodore. Raccolse la stilla sulla punta dell’indice e dopo un attimo di esitazione se la portò alle labbra.
Era salata.
Con un fischio lunghissimo ed un brusco scossone il treno si mosse procedendo a passo d’uomo per un breve tratto e poi prese velocità sparendo in lontananza.


Posò la penna. Si stropicciò gli occhi e poi rilesse il suo manoscritto un paio di volte. Sentì l’adrenalina scorrergli nelle vene come una corrente sotterranea. Questa era la felicità per lui.
Quei segni neri sulla carta bianca.
Stasera non era sera da dedicare al sonno. Andò in cucina per dissetarsi e poi tornò alla scrivania. Riprese la penna.


Cadde rovinosamente e poi si rialzò.
Riprese a fuggire con tutta l’energia che aveva in corpo ma ormai lo aveva quasi alle spalle. Sentiva i suoi passi pesanti che scuotevano il terreno ed il suo verso orribile che riempiva l’aria.
Anche questa volta non c’era più nulla da fare.
Non voltò nemmeno la testa, per non vedere la bocca smisurata con le fila di denti enormi ed affilati dai quali colava come una fontana una bava giallastra e maleodorante. Il mostro scattò come una molla ingoiandolo sino a metà busto, poi con un movimento insolitamente agile per la sua mole invertì la marcia schiantando con un colpo di coda una fila di alberi, con le mascelle serrate dalle quali penzolavano due minuscole gambe, inerti.

Gridò.
Di un grido lacerante che riempì la stanza.
Si trovò seduto sul letto con la fronte imperlata di sudore, le membra dolenti. Scalciò con rabbia la coperta per scaricare la tensione accumulata nella lotta della sua mente contro l’Incubo.
Si ripeteva sempre uguale. Sempre lo stesso. Ed era il segnale che " Lui" stava tornando. Non un mostro preistorico come nella sua allucinazione, bensì quello che covava dentro di sé. Avrebbe forse potuto resistere ancora qualche giorno ma sapeva che prima o poi avrebbe ceduto. Di nuovo.
Era sconvolto.
Perché avrebbe nuovamente dovuto placare la sua sete.
Di sangue.


Guardò l’orologio. Segnava 02:14. Stanco. Era stanco. Ma felice. Spense tutto e si infilò a letto. Si addormentò all’istante.


Si mosse. Con cautela.
Ombra aveva atteso immobile, attento a non fare il minimo rumore. Appiattito contro il muro della finestra,dalla quale ogni tanto sbirciava le mosse dell’uomo intento a scrivere.
Tutto era filato liscio.
Unico momento critico era stata la decisione dell’uomo di uscire nel patio a fumare, cosa che l’aveva costretto a tuffarsi tra i cespugli della siepe che girava intorno al giardino. La sigaretta - abitudine incomprensibile - era durata meno del previsto poiché l’uomo era rientrato n casa come colto da un pensiero improvviso.
Era il momento.
Ombra sollevò con infinita lentezza la tapparella, scavalcando il basso davanzale ed atterrò con un salto felpato sul tappeto posto tra la scrivania ed il letto dove l’uomo stava dormendo. Si alzò sulle ginocchia valutando il respiro proveniente dal buio: lento e regolare, tipico del sonno profondo.
Scivolò sino alla scrivania sulla quale erano ancora poggiati la penna, il manoscritto e la risma di carta bianca. Alla luce di una minuscola torcia scorse i fogli sino a trovare il punto che lo riguardava: lesse con avidità, poi si arrestò con lo sguardo fisso davanti a sé. L’espressione contratta.
Rimise tutto in ordine, come l’aveva trovato, scavalcò di nuovo il davanzale e senza voltarsi uscì nella notte sparendo nel buio.
 
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