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Nascondi abstract Ombra, Nokia e altri assassini

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L'agguato   Capitolo Precedente sfoglia 
Cap. 4 scritto da MASSIMO CAMILLETTI il 04-06-2010 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
Tutto era avvolto da una nebbia uniforme che rendeva il mondo al di là dei propri occhi tremolante e vago. Nello stato in cui si trovava, i luoghi, seppur familiari, sembravano mondi sconosciuti. Le strade, tutte uguali. Così gli occasionali passanti.
Fabio si era ritrovato in centro quasi per caso, dalle parti di Trastevere, ed aveva deciso d’impulso di passare a salutare un suo amico intimo, Patrizio, proprietario di un locale dietro la piazza. Pentendosene quasi subito. Lui, troppo impegnato a volare da un tavolo all’altro; nella sala un caos indescrivibile di voci, musica a livelli esagerati, risate e rumore di stoviglie. Lo aveva salutato in tutta fretta con la scusa  che aveva bisogno di fare due passi a piedi per il quartiere.
«Fabio, ascolta,  - Patrizio lo aveva preso in disparte cercando di nascondere la preoccupazione. Guardò l’orologio. – Tra un po’ il locale si svuota. Mi libero e ce ne andiamo a sentire un po’ di musica seria al…» Sapeva di Stella e tutto il resto.
   «Grazie,  - lo interruppe – sei un amico, lo sai, ma…  - si conoscevano da più di vent’anni e potevano permettersi questo ed altro -  stanotte ho voglia di stare solo.» Si scambiarono uno sguardo eloquente.
«Ok, allora,  - si arrese -  ti chiamo domani. Vedi di non finire in un fosso.»
«Vai a quel paese.  - scherzò, ma controvoglia – Senti… lascio la macchina nel tuo parcheggio, che ne dici? Dentro ci sono anche le chiavi di casa.» Non sapeva perché avesse avuto la necessità di informarlo su quel particolare. Patrizio lo seguì con lo sguardo sino alla porta soffocando l’istinto di corrergli dietro, poi si girò tornando a piccoli passi in direzione della cucina, con la testa piena di cattivi pensieri.

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Fermò la macchina nella stradina deserta e spense il motore.
Aveva deciso di parcheggiare sul retro dell’edificio per avvicinarsi senza dare nell’occhio. L’alba era appena iniziata con un pallido chiarore che stemperava il blu notte del cielo ad oriente: si fermò per un istante con il naso all’insù a guardare le residue stelle mattutine, con immutata ammirazione, intanto che la sua mano sfiorava prima la pistola sotto il giubbotto e poi il coltello nel fodero. Questo attimo di debolezza gli impedì di notare un uomo fermo all’entrata dell’albergo che lo stava osservando attentamente. Così come non lo vide defilarsi nella stradina laterale con movimento rapido. Anche i migliori sbagliano, a volte.
Il Cacciatore, appoggiato ad un palo della luce, portò di nuovo l’attenzione verso il prospetto principale le cui finestre nere somigliavano  a sinistre orbite vuote. Si accese una sigaretta con gesto studiato e rimase in attesa.

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«Alzati.» Il tono di voce di Ombra era perentorio ma aveva perduto quella nota di freddezza del loro primo incontro ed il movimento interiore avvenuto nel Veliahno era evidenziato anche dal linguaggio non-verbale utilizzato per comunicare con la compagna.
Nokia si alzò prontamente. Era nuda, ma per entrambi sembrava un particolare di nessun significato.
«Ora vestiti, per favore, ma fà in fretta. Io sto uscendo.  – disse a bassa voce, poggiando sul comodino due oggetti: un libro ed il cellulare – Quando ti chiamo scendi subito in strada e cercami con lo sguardo, sarò in macchina…»
«Quale macchina?» chiese giustamente.
«Ancora non lo so.»
«Strano  - lo interruppe Nokia guardandolo con una punta di malizia -  tu sai sempre tutto…  - Esitò come avesse una domanda sulla punta della lingua -  Ombra, dimmi… perché sai sempre tutto?» Il Veliahno si fermò, palesemente sorpreso dalla sua curiosità.
  «Mi chiedi perché…  - fece un cenno con la testa in direzione del comodino -  Leggi quel libro. Lì dentro c’è, la risposta.»
«Ed io…  - sembrava non averlo ascoltato per niente. Si avvicinò bloccandosi di fronte a lui, i capezzoli turgidi puntati come due frecce sul suo petto scolpito -  io… perché non so nulla?» Ombra la guardò negli occhi senza durezza.
«Tu non puoi sapere. Tu sei nata dieci pagine fa. Non puoi sapere.» S’infilò il giubbotto, fece per uscire ma sulla porta si girò verso l’androide rimasta ferma al centro della stanza.
«Sbrigati,  - le disse con un sorriso -  hai solo dieci minuti. E sii prudente.» Poi sparì giù per le scale.
Nokia con passo incerto si avvicinò al comodino e prese in mano il libro. “I Soli di Veliah”, lesse.  Lo girò. Uno sguardo magnetico la penetrò come una spada sino in fondo all’anima. Gli occhi scuri di Fabio Mariani, incorniciati da due archi di nere sopracciglia, spiccavano su un volto regolare, maschio, con un filo di barba incolta, attraversato da un sorriso enigmatico.
Nokia sperimentò per la prima volta la sensazione di una stella pulsante nel cuore dei suoi centri vitali, nel petto, nello stomaco, nel ventre.
Sobbalzò quando il cellulare sul comodino iniziò a squillare con insistenza.

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Il vagabondaggio da un bar all’altro aveva infine sortito l’effetto sperato: una colossale sbronza come non la ricordava dai tempi del Liceo.
I fumi dell’alcool avevano compiuto la magia di svuotargli la mente chiudendo tutti i pensieri vorticosi in un palloncino che lo seguiva etereo a qualche metro di distanza, legato al suo polso.
Certo, i passi erano diseguali e l’andatura non era delle migliori ma a quell’ora di gente in strada non ce n’era molta, saranno state non meno delle quattro del mattino, senza considerare che lo stato d’ebbrezza gli offriva un vantaggio senza precedenti: non sentiva più il dolore, finalmente; poteva sperimentare sensazioni dimenticate da tempo immemorabile e cioè l’assenza di quella fitta al centro del cuore e la sparizione dei pensieri che gl’inquinavano la mente senza soluzione di continuità. Sapeva che sarebbero tornati, ne era consapevole nonostante la sbornia, ma al momento Fabio aveva acceso un grande falò nella radura della propria anima e il dolore e la paura e le ossessioni ne erano state ricacciate sino al margine più estremo. Da lì, ora, come un branco di lupi affamati, lo squadravano con gli occhi rossi a fessura e i denti di fuori, in attesa paziente.
Intanto il mondo intorno a lui non aveva ancora smesso di ondeggiare in maniera esagerata e più di una volta aveva dovuto sorreggersi al lungo muro che fiancheggiava il lungotevere, oltre il quale il grande fiume che taglia la città da un capo all’altro continuava da sempre a scorrere lento ed indifferente delle sorti del formicaio umano.
Dal punto in cui si trovava i rami pendenti dei grandi platani gli impedivano una comoda visuale delle rive, per cui tornò sui suoi passi in direzione del ponte. Senza pensarci troppo salì in piedi sul parapetto concentrando la sua attenzione sull’acqua sottostante, una pozza scura che si animava solo degli occasionali riflessi della luce dei lampioni.
C’era un qualcosa di speciale, di magnetico, in quello scorrere placido ma inesorabile, in quello sfuggire via, in quel passare senza ritorno… Un senso ultimativo di pace… Sarebbe così semplice quasi elementare lasciarsi andare lasciarsi andare lasciarsi andare farsi trascinare sparire sparire sparire…
All’improvviso una mano lo afferrò per il giubbotto facendolo vacillare pericolosamente, perse l’equilibrio, sentì un grido, e cadde, dal lato del marciapiede. Si rialzò a fatica poggiandosi al parapetto: aveva davanti una sagoma, una figura senza contorno, minuta. Si chiese da dove arrivasse quella voce incomprensibile che gli stava riversando addosso un fiume di parole di cui non afferrava il senso. Si sforzò di mettere a fuoco l’immagine nonostante il velo che gli offuscava gli occhi: una bambina, sembrava.
Una bambina?!?
Qualcosa scattò nella sua mente. Cosa ci faceva una bambina da sola in giro per Roma a quell’ora?? Qualsiasi persona in condizioni normali avrebbe colto al volo l’abitino succinto e lo stivale. Fabio invece tardava a rendersi conto della situazione.
«Perché tu volere morire? Tu giovane, tu bello.» esordì la ragazzina con pesante accento slavo. Queste parole ebbero su Fabio l’effetto di una doccia gelata.
Dio mio, che cazzo sto facendo?!?
Sentì una rabbia cosmica montargli dentro. L’afferrò per un braccio strattonandola con forza.
«Tu! Ma che fai qui? Tuo padre e tua madre dove sonoooo??» La bimba lamentandosi si divincolò dalla stretta come un’anguilla.
«Che volere tu? Tu pazzo, PAAZZOOO!! VIA VIA; ANDARE VIA VIAAA!» gridò con quanto fiato aveva in corpo iniziando a scappare.
«Aspetta, ASPETTA PERDIO!!» Fabio le corse dietro, lucido ormai, raggiungendola facilmente.
«E aspetta, accidenti…  - con un sorriso conciliante – non devi aver paura, non ti faccio del male…»
«Tu pazzo, pazzo…» Si ritrovarono ansimanti l’uno di fronte all’altra. Il petto della ragazzina si sollevava ritmicamente nel tentativo di ingurgitare l’aria. Gli occhi sbarrati. Fabio sentì il bisogno di giustificarsi.
«Io sono solo un po’ sbronzo, ma non credere che volessi…»
Ad un tratto la situazione gli sembrò tragicamente ridicola.
«Come ti chiami?» chiese a bruciapelo.
«Milena.»
«Quanti anni hai?»
«Dodici.» rispose con un filo di voce. Sembrava ne avesse venti, se non fosse stato per l’altezza. Fabio d’impulso tirò fuori il portafoglio e frugando febbrilmente prese tutte le banconote che trovò all’interno: erano 255 euro. Li offrì alla bimba.
«Fammi un favore: tornatene a casa.» e fece per voltare le spalle. Nell’afferrare i soldi Milena aveva sgranato gli occhi, incredula. Gli sorrise candidamente, fermandolo con la mano.
«Tu volere con me tutta notte?»
Fabio si girò lentamente, svuotato, una morsa a serrargli la gola.
Che notte di merda.
Senza altre parole si allontanò a passo svelto e poi sempre più di corsa come a voler mettere tra sé e la bimba la maggior distanza possibile.
Ma non fece molta strada.
Raggiunto il primo vicolo si piegò in due, sconvolto da conati di vomito sempre più violenti che lo lasciarono lì, con i polmoni in fiamme ed un dolore lancinante al diaframma. Dopo un’eternità, nonostante la gola bruciata dall’acido e la testa che stava per esplodere, riuscì a tirar fuori il cellulare da non so dove. Nove squilli e la voce d’oltretomba di Patrizio gli rimbombò nelle orecchie.
«Pat…sono…Fabio…mi senti? Aiutami… Sono caduto in un fosso…»
Trovò appena la forza di comunicargli il nome della via prima di cadere riverso sul marciapiede.

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Ombra, con le spalle appoggiate al muro d’angolo, picchiettò freneticamente sui tasti del cellulare: due squilli interminabili, un’eternità.
  «Nokia ascolta bene hai pochi secondi per uscire dalla stanza c’è un Cacciatore in giro è alto con un giubbotto nero EVITALO ASSOLUTAMENTE non faccio in tempo a venirti a prendere io sono a piedi dietro l’albergo SBRIGATI! »
Al click Nokia impallidì visibilmente. Trenta secondi per vestirsi, riempire lo zaino e precipitarsi nel corridoio. Sentì un gran frastuono provenire dalla hall a piano terra, seguito da un grido agghiacciante. Si guardò intorno con gli occhi sgranati: a metà corridoio c’era lo stanzino delle scope. Si precipitò all’interno, lasciando la porta socchiusa, e restò in attesa, ansimando forte, con la gola secca ed il rumore del cuore che le martellava in petto. Dalla fessura vide la sagoma di un uomo che corrispondeva alla descrizione fornita da Ombra avvicinarsi alla loro stanza, pistola alla mano. Lo vide abbattere la porta con un violento calcio e fare irruzione nella camera.
Restare immobile o scappare?
Chiuse gli occhi e poi schizzò via come una gazzella infilando il corridoio che dava sul retro. Guardò la finestra: erano tre metri. Senza esitare saltò con agilità rotolando sull’erba con una fitta violenta alla caviglia. Zoppicando scavalcò il basso muretto e si ritrovò in strada. Vide Ombra che si avvicinava di corsa e lo raggiunse.
«Vieni, andiamo!  - la vide claudicante -  sei ferita? »
«Non è nulla.»  Nokia sorrise forzatamente. Si mescolarono alla folla onnipresente della Stazione, mai come stavolta un alleato prezioso per far perdere le proprie tracce.

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Il Cacciatore pulì il coltello sul fazzoletto di seta bianca poi lo rimise in tasca scavalcando il corpo del portiere riverso in una pozza di sangue.
“Detesto quelli che fanno troppe domande.”
Pistola alla mano si avventò su per le scale arrivando davanti alla porta. L’abbatté senza tanti complimenti facendo irruzione nella camera. Nessuno. Il letto, vuoto. Le finestre, chiuse. Si diresse nel bagno ma aveva già capito di aver mancato le proprie prede per una questione di secondi. Uscì nel corridoio e dopo un rapido esame si precipitò verso il corridoio che dava sul retro. Finestra aperta. Giardino. Si rilassò, rinfoderando la pistola, ma ora conveniva levare le tende. Scelse anche lui di saltare dalla finestra rotolando nel giardino. Pochi secondi ed era nel vicolo, proprio quando gli arrivò l’urlo delle sirene della Polizia in avvicinamento.
“Ok.  – sorrise -  il primo round è vostro.”
Entrò in macchina, si accese una sigaretta, mise in moto e si allontanò senza fretta.

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Sbucarono dall’altro lato della Stazione, anche quello un brulicare di esseri.
«Cosa facciamo?» Ombra la rassicurò mettendosi l’indice dritto davanti al naso, in un gesto terribilmente umano.
«Shhhh!  - la guardò con un sorriso -  Vieni…» Si avvicinò ad un’auto parcheggiata, una berlina di color grigio, anonima. Pose la mano aperta sopra la serratura che cambiò di colore emettendo un click! rassicurante. Ombra aprì la portiera sistemandosi alla guida, seguito dalla compagna che gli si sedette accanto, poi ripetè la manovra sul blocco accensione ed il motore rispose prontamente, avviandosi. Con uno scatto agile manovrò per uscire dal parcheggio. Nokia gridò di gioia  abbracciandolo d’istinto.
«Ma tu sei un mago!!»Il Veliahno sembrò rabbuiarsi.
«No, no… il merito è tutto del Bastardo. Ascolta… - si fece serio -  ora ti lascio in un posto sicuro. Tra ventiquattr’ore se non mi vedi tornare vai a casa di Fabio…  - vide la sua espressione di stupore -  Tieni, questo è il suo indirizzo  - le porse un foglietto -  E’ la tua unica possibilità.» Nokia lo portò vicino agli occhi. Lesse: “Fabio Mariani.” A seguire tutte le indicazioni corredate da una piantina della città.
«…E questa è una copia delle sue chiavi di casa L’androide la buttò dentro lo zaino.
«Tu dove vai?»
«Raggiungo i miei compagni. Hanno bisogno di me. Sono l’unico che è in grado di…»
«Vengo con te.» lo interruppe. Ombra, che aveva parlato continuando sempre a guardare la strada, frenò bruscamente accostando di lato.
«No. E’ pericoloso.» Era molto contrariato.
«Non mi importa  - sorrise -  io voglio starti accanto.»
E stavolta non per paura.
Ombra spostò lo sguardo verso la colonna di automobili in fila indiana, verso la successione di palazzi di cemento, tutti uguali, tutti grigi, come le facce di chi li aveva concepiti.
«In quest’inferno?»
«Sì. In quest’inferno.»
Ingranò la marcia, si immise di nuovo nel traffico poggiando la sua mano su quella dell’androide. La sottile gioia che gli aveva procurato la decisione di Nokia, su Veliah sarebbe stata duramente stigmatizzata.
Ma questo era un altro pianeta. 
 
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