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Nascondi abstract Il paese misterioso

Scelto da Webmaster.

Un pullman si ferma su una strada dissestata e una tranquilla gita domenicale viene interrotta prima dell'arrivo a destinazione.
In lontananza si vede un piccolo ponte in pietra ed uno dei turisti è incuriosito dalla strana atmosfera che si respira in quel posto. Attraversato il ponte, si scorgono delle case e la presenza di un gruppetto di persone intente a raccogliere prugne attira l'uomo.
I primi tre capitoli di questo racconto sono stati scritti diversi anni fa da fabpal79 che li ha ritrovati e li ha proposti a Passalapenna.it
Con piacere li pubblichiamo sul sito e speriamo abbiano presto un seguito.


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Cap. 1 scritto da FABRIZIO PALLOTTI il 06-02-2010 Stampa il capitolo Scrivi un commento Leggi i commenti 
E' domenica. Non dovendo lavorare, posso tranquillamente concedermi un viaggio.
Faccio parte di uma comitiva di poche persone: a parte la solita guida, vi sono un uomo e una ragazza. Entriamo in un pullman e partiamo.
Si esce dalla città percorrendo una specie di bosco, come quelli che si vedono in alcuni quadri raffiguranti personaggi mitologici. Passiamo in un percorso costeggiato da file di alberi, per poi ritrovarci in una zona di campagna: posti che non ho mai visto finora.
All'improvviso il mezzo si ferma bruscamente. Il conducente scende per controllare. Dice che una gomma è stata bucata da un sasso tagliente, e non ce ne sono altre. Scende anche la guida, e vanno a cercare un posto dove acquistare un altro copertone.
Noi dovremmo starcene comodi a sedere, però la mia tentazione di esplorare il posto è forte; i miei compagni di viaggio decidono di riposarsi, mentre io esco.
Trovo un'atmosfera strana. Mi incammino verso il luogo ove doveva proseguire il pullman. In fondo vedo una costruzione in pietra. Qualche volta mi giro a guardare il pullman, ma nessuno è ancora tornato. La strada è lunga, ma sento una forte curiosità.
Si tratta di un ponticello in pietra. A sinistra c'è un'altra strada: è ovvio che dovevamo passare per quella, essendo il ponticello visibilmente adatto solo per il transito delle persone. Sotto, appena udibile, scorre un piccolo torrente.
Inizio a vedere delle case; mi incammino, ed entro in un viale. Tutto è silenzioso e deserto.
Continuo per due chilometri, e alla mia destra vedo un cancello, dietro il quale della gente lavora in un giardino.
“Come si chiama questo luogo?”, chiedo.
“Venga – dice una donna – venga pure, che abbiamo proprio bisogno di uma mano”.
E vengo trascinato dentro.
“Ma... ma...”.
Niente: mi dicono di raccogliere le prugne più belle per una certa Agnese.
Cerco di riproporre la domanda appena finito il lavoro, ma ecco che mi invitano a pranzo. “No, grazie; è stato un piacere, ora tolgo il disturbo...”, ma non conta.
Entriamo in casa. La sala da pranzo è ampia, un poco austera e riempita da una luce smorta giallorossiccia.
“Clara, porta le prugne all'Agnese”, dice una donna.
Clara è una ragazzina; ha i capelli castani corti, una veste bianca con le maniche arrotolate. Tra le braccia tiene una cesta piena di prugne. Ci raduniamo intorno a un grande tavolo ovale di legno, al centro della stanza, e aspettiamo.
Quando la fanciulla ritorna, ha tutto ciò che serve per il pasto. Neanche adesso riesco a chiedere qualcosa. Mi dicono che a tavola bisogna solo mangiare e bere.
Alla fine tengo repressa la curiosità di sapere dove sono: devo assolutamente tornare indietro.
Vengo invece bloccato: è il momento del riposino.
“Questi sono matti – penso – per quanto tempo vogliono tenermi a casa loro, per sempre?”.
Non riesco a dormire. Sono troppo irrequieto per farlo. Rimango per un po' ad occhi chiusi, quindi, accertatomi che tutti dormano, mi alzo pian piano e m'incammino verso l'uscita.
Inutile dire che la porta è chiusa a chiave; quest'ultima è su un comodino, accanto a una delle due donne. Mi avvicino e la prendo; una volta raggiunto l'uscio cerco, facendo meno rumore possibile, di far scattare la serratura.
Fuori sento una musica; viene dal piano di sopra. Guidato più dalle note che dalla volontà di tornare a casa, salgo le scale; mi dirigo verso la porta dove le note sono più forti, e guardo dal buco della serratura. Una donna, seduta, sta suonando ad una specie di pianoforte; la vedo voltarsi e guardare verso la porta con un sorriso ambiguo. Si alza, comincia a camminare in direzione dell'uscio.
Mi ritraggo e scendo i gradini. Dietro di me sento un rumore di chiave nella serratura, il cigolio di una porta, dei passi lungo le scale.
Arrivo al pianterreno e dò un'occhiata dal basso in alto alla tromba delle scale. La donna che avevo visto dietro la porta è affacciata su una ringhiera.
Esco dal palazzo. Trovo un locale all'angolo e mi fermo lì. L'insegna è antica, c'è scritto “Caffè”. Il paese dove sono capitato sembra da inizio Novecento: tutti hanno vestiti “strani” e l'ascensore del palazzo dove mi hanno invitato è di vecchio tipo.
Non sono disponibili esattamente le bibite dei comuni bar. Ordino un the caldo, che è sempre una bevanda gradevole. Mi siedo a uno dei tavolini di legno e sorseggio com calma dalla tazzina.
Il tempo passa, mentre io rimango assorto nei pensieri; quando esco è già un certo orario.
 
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